Anche le ordinanze anti-balordi fanno litigare Salvini e Di Maio

Anche le ordinanze anti-balordi fanno litigare Salvini e Di Maio

I prefetti potranno sostituirsi ai sindaci e allontanare da alcune zone delle città chi è stato denunciato per spaccio e altri reati. Il leader M5s: «Chi governa lo scelgono i cittadini».

17 Aprile 2019 18.47

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Dopo la direttiva per chiudere i porti alle navi delle Ong, anche quella che dà ai prefetti il potere di emettere «ordinanze anti-balordi» fa litigare gli azionisti di maggioranza del governo M5s-Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il documento porta la firma del ministro degli Interni, che a poco più di un mese dalle elezioni europee continua a ricorrere a uno strumento – quello della direttiva, per l'appunto – che non richiede l'ok del Consiglio dei ministri e dunque mediazioni con i partner pentastellati all'interno dell'esecutivo.

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«Dove non arrivano i sindaci arriviamo noi», ha detto Salvini, sollecitando i prefetti a emanare le ordinanze. Ma Di Maio non ci sta e ne fa una questione di principio: «Chi governa lo scelgono i cittadini, è l'Abc della democrazia». Insorge anche il presidente dell'Anci, Antonio Decaro: «Noi sindaci amministriamo ogni giorno e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno».

PIAZZE DI SPACCIO NEL MIRINO DEL VIMINALE

La direttiva del Viminale sottolinea il fatto che soprattutto nelle grandi città italiane si registrano di frequente «fenomeni antisociali e di inciviltà lesivi del buon vivere, particolarmente in determinati luoghi caratterizzati dal persistente afflusso di un notevole numero di persone, sovente in condizioni di disagio sociale». Ai sindaci sono stati forniti strumenti per contrastare il degrado, come il Daspo urbano, la limitazione alla vendita di alcolici, il reato di accattonaggio, la nuova disciplina sui parcheggiatori abusivi. Ma l'esperienza nei territori, sostiene Salvini, «ha evidenziato l'esigenza di intervenire con mezzi ulteriori». Per esempio contro le cosiddette piazze di spaccio, il cui effettivo smantellamento «presuppone l'inibizione alle aree maggiormente interessate dalla perpetrazione di tali illeciti». Dunque, dove i sindaci non intervengono, tocca ai prefetti «custodi della sicurezza» ricorrere ai poteri d'ordinanza, «funzionali a potenziare l'azione di contrasto al radicamento di fenomenologie di illegalità e di degrado che attentano alla piena e civile fruibilità di specifici contesti cittadini». Questi strumenti, sempre secondo il Viminale, hanno «natura straordinaria, contingibile e urgente».

MA PER I SINDACI CON LE ZONE ROSSE SI METTE LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO

Per Salvini, il modello da seguire è quello adottato nel 2017 dall'allora prefetto di Bologna Matteo Piantedosi, che ora è il suo capo di gabinetto al ministero. Si tratta di vietare lo stazionamento a persone «dedite ad attività illegali», disponendo il loro allontanamento da alcune aree delle città. I prefetti vengono dunque invitati a convocare specifiche riunioni del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica per esaminare «eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano», creando così delle zone rosse. Decaro protesta: «Se Salvini ci avesse chiamati per affrontare seriamente il problema del degrado urbano nelle città, gli avremmo detto che varare zone rosse è un po' come mettere la polvere sotto il tappeto, non risolve il problema, lo sposta altrove. Noi non siamo distratti. Quello distratto sembra piuttosto il ministro, visto che sembra aver dimenticato che i prefetti hanno competenza esclusiva su ordine pubblico e sicurezza. Per occuparsi di questi temi non hanno bisogno di nessuna circolare ministeriale, né di commissariare nessuno».

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