Altro che “bentornato orgoglio italiano”, siamo il Paese del menefreghismo

Giorgio Triani
23/12/2023

Mentre ad Atreju si sfoggiano slogan vuoti, lo sport nazionale è diventato infischiarsene, schivare responsabilità, dare la colpa agli altri. Dopo tre anni di pandemia, siamo attenti solo al nostro benessere, ignorando politica e battaglie civili. Una indifferenza che è il prodotto della sfiducia, nei partiti e nelle istituzioni. Dov'è finita l'Italia della “Dolce vita”?

Altro che “bentornato orgoglio italiano”, siamo il Paese del menefreghismo

«Me ne frego». Torna a risuonare per il Paese, ancorché sotto traccia, il celebre motto dannunziano assurto poi a parola d’ordine del regime fascista. Ma non perché al governo ci siano ora i Fratelli d’Italia o perché il crescente successo di Achille Lauro ci ricordi che a Sanremo 2020 cantò una canzone con quel titolo. Bensì per la ragione che stiamo sempre più caratterizzandoci come un Paese di menefreghisti. Altro che sonnambuli, come ci definisce l’ultimo rapporto del Censis. Perché ci sono pochi dubbi che come comunità nazionale siamo smarriti e vaganti senza avere chiara la direzione. Ma è assolutamente certo che siamo anime in pena perché da anni tendiamo a tirarci fuori da tutto ciò che possa coinvolgerci.

Anziché affrontare realtà scomode preferiamo metterle da parte

Lavarsi le mani. Il fascino discreto dell’indifferenza. Ne ha parlato lo scrittore Valerio Varesi in un curioso talk, ricordando come un atto fra i più banali, lavarsi le mani appunto, sia così ricco di significati simbolici. Acqua e sapone e, dopo il Covid, anche tanto detergente sulle mani. Giusto per esorcizzare la paura della pestilenza. Ma anche significare, sia pure inconsapevolmente, che quell’atto ci mette tranquilli. Ci sottrae all’incombenza di doverci preoccupare per tutto ciò, che oggi è tanto, che ci inquieta. Insomma ci consente di fregarcene, di sottrarci alle responsabilità. Di infischiarcene di una realtà o di situazioni che non ci piacciono, ma che anziché affrontarle preferiamo metterle da parte. Accantonarle, ma con la scusa che le riprenderemo in mano appena possibile.

Il “distanziamento sociale” ha prodotto danni non ancora esauriti

Gli indifferenti, celebre romanzo di Alberto Moravia ambientato nell’Italia degli Anni 30 del secolo scorso, ci ricorda che l’indifferenza è un tratto persistente del carattere nazionale. Addirittura secolare. «Franza o Spagna purché se magna», è la frase attribuita a un rassegnato Francesco Guicciardini nel ‘500. Certo, tre anni di coronavirus hanno rafforzato la tendenza a ritirarsi in se stessi e a cercare riparo nella socialità a breve raggio (famiglia, amici e anche compagni di merende). Il “distanziamento sociale” ha prodotto danni che non si sono esauriti con la fine dell’emergenza pandemica. Ma al contrario l’abitudine a starsene in casa e a rarefare le occasioni di socializzazione sta generando ora una domanda quasi incredibile, per le dimensioni che ha raggiunto, di benessere mentale.

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Il distanziamento sociale nelle università durante la pandemia (Imagoeconomica).

Realizzarsi e stare bene è il nuovo mantra intergenerazionale

Uomini e donne, ma soprattutto giovani, sembrano terribilmente attratti da meditazione e mindfulness. Realizzarsi e stare bene con se stessi è il nuovo mantra intergenerazionale: forse l’unico che tiene assieme, come desiderio o tensione verso la piena manifestazione del proprio sé, tutte le classi d’età, senza quasi più distinzioni socio-culturali ed economiche. Il grande successo che hanno gli influencer del benessere (lifestyle e welness) e start up psicoterapeutiche come Senaris, ne sono puntuali indicatori.

Addio comunità: oggi è rimasta solo community, ossia socialità digitale

Si corre in palestra a fare pilates e nelle spa cittadine a rilassarsi. In compenso non si corre più a fare politica nelle sezioni dei partiti o, se non eccezionalmente, a scendere in piazza per proteste civili. La relazione inversa tra tranquillità e impegno, ma anche tra responsabilità e distensione. Comunità oggi è parola che si esprime solo come community, ossia come socialità digitale. «Che stress!» e «Non mi stressare!» sono due espressioni fra le più gettonate nel linguaggio quotidiano. Keep calm e «stai sereno» non so se precedono o seguono, ma è indubbio che oramai basta niente per scatenare liti condominiali (per i fiori che gocciolano dal balcone) e proteste di quartiere per il no al cassonetto o alla campana del vetro vicino a casa. L’indifferenza infatti si accompagna a una certa e pronta irritabilità per qualsiasi accadimento o contingenza possa turbare la personale esistenza. Fregarsene, schivare responsabilità, dare la colpa agli altri è diventato sport nazionale.

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Lezione di meditazione (Getty).

Da 30 anni le stesse priorità: debito, giustizia e lotta all’evasione

Una vita chissenefrega, come cantava Vasco Rossi, dove si fa finta di essere sani – rispondeva Giorgio Gaber -, conferma che fregarsene o infischiarsene è un modo molto italiano per buttarla in caciara o far mostra che ci si sta impegnando alla grande. Molto movimento, ma a ben vedere con scarsi o nulli benefici concreti. “Fare ammuina”, come faceva la Reale Marina borbonica, continua a essere la metafora perfetta di un presente in cui – soprattutto politici e governanti – promettono che stanno facendo e che faranno ma che poi non fanno. Prova è che sono 30 anni che le priorità del Paese sono debito alto, riforma della giustizia e lotta all’evasione fiscale: ma come nel gioco dell’oca, i governi sono cambiati e cambiano, ma ogni volta ci ritroviamo alla casella di partenza.

Problemi con il passato e sfiducia verso la politica

Qui forse gioca anche la nostra incapacità di fare i conti con il passato, sia esso il fascismo oppure Tangentopoli, come ricorda il recente e-book de il Mulino. Ma è più probabile che l’indifferenza sia un prodotto della sfiducia. Anche qui sono decenni che sondaggi e ricerche sull’opinione degli italiani segnalano la loro scarsa e calante fiducia nelle istituzioni, nell’amministrazione della giustizia, nei media e giù giù sino ai vicini di casa. È del 2021 una ricerca del gruppo assicurativo Sara secondo cui il 62 per cento degli italiani è indifferente, se non ostile, agli inquilini della porta accanto.

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Atreju 2023 (Imagoeconomica).

Una risposta difensiva, che alla lunga diventa depressiva

Lavarsene le mani, risolvere pilatescamente, magari con una alzata di spalle, qualsiasi problema, controversia o conflitto che non ci riguardi personalmente è una risposta infantile e regressiva. Difensiva nella peggiore accezione, perché alla lunga depressiva. Fare sempre finta di niente ci condanna infatti all’inautenticità, a fare buon viso e cattivo sangue. A chiederci, in un momento di sincerità, come abbiamo fatto a ridurci così: noi che ancora negli Anni 80/90 del secolo scorso eravamo il Paese della “Dolce vita”? E dove è finita l’Italia sempre un po’ cialtrona ma allegra e ottimista, celebrata in tutto il mondo?

Clima, cibo e arte non bastano per la felicità, se il welfare fa pena

Naturalmente ci si può sempre consolare con il “bentornato orgoglio italiano” celebrato nell’ultima kermesse di Atreju. Resta però il fatto che gli italiani, dati Istat, ridono sempre meno (15 minuti al giorno negli Anni 50, sei minuti nel 2010). E che nell’annuale “Rapporto sulla felicità” che fotografa lo stato di felicità e soddisfazione degli stati, l’Italia è 33esima, preceduta anche da Romania, Slovacchia e Uruguay. Ai primi posti i Paesi nordici, come Finlandia, Danimarca, Svezia. Naturalmente delle statistiche possiamo fregarcene e dei numeri infischiarcene. È però di evidenza solare che il bel clima, il cibo ottimo e l’abbondanza di bellezze artistiche soccombono di fronte a servizi pubblici che funzionano, a una fiscalità giusta, a un welfare attento alle persone.