Il mondo dopo il coronavirus secondo Oscar Di Montigny

Gabriele Lippi
05/04/2020

La riscoperta del valore dell'intimità e del senso comunitario. Il ruolo della gratitudine. Il chief innovation officer di Mediolanum: «Se non saremo cambiati noi, non faremo altro che ricostruire sulla base di vecchie ideologie».

Il mondo dopo il coronavirus secondo Oscar Di Montigny

Distanti, forzatamente. Costretti a evitare il contatto col prossimo, a stare lontani da amici e parenti, a restare soli con noi stessi. La quarantena nazionale contro il coronavirus ha cambiato le nostre vite e forse cambierà il nostro mondo. Ma allo stesso tempo, forse, ci dà l’opportunità per chiederci in che direzione stiamo andando e non avere più scuse per sfuggire la domanda. Ne è convinto Oscar Di Montigny, chief innovation, sustainability & value strategy officer di Banca Mediolanum. Amministratore delegato di Mediolanum Comunicazione, ideatore e fondatore di Mcu-Mediolanum corporate University. Impegnato in una serie di riflessioni sul nuovo umanesimo, Di Montigny immagina e auspica una società diversa. «Si parla di ricostruire, ma qui dobbiamo costruire», racconta a Lettera43.it.

Un uomo con mascherina cammina per le strade di Milano, Viale Cassala.

DOMANDA. Il mondo cambierà?
RISPOSTA. Sì, in meglio. È una situazione unica o quantomeno rara, se vogliamo allungare la scala temporale su una dimensione secolare, e ci migliorerà perché ci costringe a porci delle domande. Non so se siano nuove, ma sicuramente ce le fa porre in maniera diversa. Il grosso sforzo, lo dico col massimo rispetto di chi lavora 24 ore su 24 per l’emergenza e di chi non c’è più, è anche quello di capire a che cosa essere grati dell’esperienza che stiamo vivendo.

In che senso?
Nel senso che anche questa costrizione fisica ci aiuterà a stare con le nostre domande in maniera più vera e sincera e avremo poco tempo per dare risposte banali. Qui si parla di rilancio, ricostruzione, ripartenza. Io invece credo che si parlerà di un nuovo mondo. Ci sarà da costruire, non da ricostruire. Se non saremo cambiati noi, non faremo altro che ricostruire un mondo sulla base delle vecchie ideologie. Dobbiamo liberarci delle paure, a partire da quella della morte.

Ma quali sono le domande che ci stiamo ponendo?
Scopriamo il valore dell’intimità dei rapporti, apprezziamo i piccoli gesti, riscopriamo il senso comunitario nei paesi e nei palazzi, un senso di unione nazionale, la differenza tra un contenuto sui mezzi di comunicazione di basso livello e rilevante. Stiamo scoprendo lo smart-working, e iniziamo a porci il problema della riconversione delle linee produttive di qualche azienda come non avevamo mai fatto prima. Stiamo riscoprendo che non esistono i confini, che le differenze sono barriere solo mentali che trasformiamo in barriere fisiche per giustificare le nostre ideologie, ma crollano davanti alle dimensioni di un virus che non è nemmeno visibile all’occhio. C’è anche chi riscopre la spiritualità, la fede, chi semplicemente lo stare con se stesso.

È la fine del modello capitalistico-consumistico così come l’abbiamo conosciuto?
Credo sia presto per parlare di fine, perché comunque i sistemi non finiscono facilmente neanche con le pandemie. E penso che il sistema capitalistico non stesse fallendo nella sua formula, quanto nell’orientamento e negli scopi che si era prefisso. Era un sistema vorace, accumulativo, che non rispettava i diritti e le libertà degli individui, egoistico e fallace. Come tutte le cose, dura un tempo. Dopodiché, se l’essere umano non è capace di restaurare da solo, ci deve pensare qualcos’altro. Credo che il sistema che verrà fuori si fonderà sulla stessa formula, cambieranno gli scopi.

E dell’Unione europea che ne sarà?
Sta affrontando una prova importantissima. Io credo fortemente nel concetto filosofico dell’Ue ma penso che finora non sia riuscita a essere ciò che si era prefissa. Non perché era sbagliata l’idea, ma perché la sua interpretazione non ha mai tenuto conto profondamente di un valore unitario. Mi verrebbe da dire che la dimensione europea sarebbe persino limitante, dobbiamo abituarci a pensare su scala planetaria. O ci pensiamo parte di un tutto, veramente e definitivamente, o non c’è una via di mezzo. Non possiamo auspicarci una Ue coi confini.

La posizione dell’uomo nel prossimo modello quale sarà?
Avrà un ruolo centrale. Tutto da lui è sempre dipeso e tutto da lui ancora dipenderà. Io sono un grande sostenitore della centralità dell’individuo, che deve tornare a essere rimesso al centro dai sistemi. Ma al contempo deve smettere di lamentarsi e assumersi il suo pezzo di responsabilità. Ognuno di noi deve farlo.

Torneremo ad abbracciarci, a fidarci dell’altro, a non avere paura?
Ci sarà un momento di diffidenza iniziale, come i cani che si incontrano al parco e si annusano un po’. Dovremo riappropriarci della gestione degli spazi, goderci quel momento e non essere troppo veloci. Ci dovremo godere l’avvicinamento, poi ci sarà una grandissima festa e infine dovremo stare attenti a non riaddormentarci.

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Oscar Di Montigny.

Eppure forse per un po’ dovremo proseguire con le misure di distanziamento sociale. Come possiamo renderle compatibili al nostro bisogno di umanità?
Dobbiamo tornare ad apprezzare la dimensione del tempo. Noi siamo divoratori di tempo, non viviamo mai l’istante, siamo sempre proiettati nel futuro o nel passato. Dobbiamo apprezzare tutti questi nuovi modi per stare a contatto. C’è chi sta riscoprendo gli sport a distanza, la dimensione del gaming che sembrava fagocitare i nostri figli si sta trasformando in dimensione sociale. Stiamo riscoprendo questi strumenti e forse impareremo a gestirli meglio. Sarà una nuova dimensione sociale che andrà ad aggiungersi a quella pregressa, non la sostituirà.

Il suo libro più recente si intitola Gratitudine. La rivoluzione necessaria. Che ruolo avrà la gratitudine?
Fondamentale. Parafrasando altri, la gratitudine è per me la memoria del cuore. Chi per sentimento, chi per emozione o paura, stiamo tutti riscoprendo la dimensione del cuore, apprezziamo i piccoli gesti che riceviamo e che facciamo. Essere grati per ciò che la vita è nella sua totalità, e cercando di generare gratitudine col nostro fare e il nostro essere, è uno scopo interessante per cui vale la pena vivere.

Intanto, magari, impareremo a esser grati nei confronti di categorie che non sempre apprezziamo. A partire dai medici.
Assolutamente sì, fa parte di quelle nuove consapevolezze che questa condizione ci sta facendo maturare. Però dico pure che non ci vuole sempre il trauma per apprezzare qualcuno. È come quando rischi un incidente e guidi per 10 minuti con attenzione, poi torni a farlo con la stessa leggerezza di prima. Abbiamo dimenticato i pompieri delle Torri gemelle, i vigili del fuoco in Australia, gli indios dell’Amazzonia. Ci siamo dimenticati di tutti. Dobbiamo imparare ad le persone sempre, non solo durante le emergenze.

E dovremo imparare a dire grazie anche a Stati che non sempre vengono considerati “amici”. La Cina, Cuba, la Russia.
Guardi, io non vedo l’ora che il vaccino venga scoperto da Israele e donato all’Iran, o viceversa. Ma non possiamo dimenticarci tutta la cultura mediatica delle ultime settimane che ci ha visto prima contro i cinesi, poi contro i francesi, poi contro i tedeschi. Poi dando dei pazzi agli inglesi e agli americani. Sembrava quasi di giocare a Risiko. Allora, di fronte a queste iniziative d’aiuto dico “evviva”, ma anche “ok, perché ci deve ancora stupire questa reciprocità?”. Dovrebbe essere un concetto ricorrente e a turno ciascuno dovrebbe eseguirlo. Poi capiremo, con gli anni, gli effetti di queste cose, se qualcuno vorrà qualcosa in cambio. Per ora preferisco pensare che siano stati uomini e donne che hanno voluto dare una mano.