Ossessione lucciole

Marianna Venturini
03/02/2011

Le mosse del governo contro il mestiere più antico.

Ossessione lucciole

Con la lettera scritta al segretario del Pd Pier Luigi Bersani lunedì 31 gennaio 2011, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha cercato di rilanciare la sua maggioranza e dettare una nuova linea economica con un piano per la crescita nazionale (leggi l’articolo).
In realtà, se c’è un argomento sul quale il governo non ha mai fatto mancare proposte e interventi è la prostituzione. L’ultimo, in ordine di tempo, è la richiesta, fatta al Parlamento europeo il 26 gennaio 2011, di innalzare da tre a cinque anni la pena massima prevista per chi ha rapporti sessuali a pagamento con minorenni. Lo stesso reato ipotizzato per il premier nel caso Ruby.

Il ddl Carfagna e la prostituzione in strada

Nel pacchetto sicurezza varato a novembre 2010 c’era un nuovo provvedimento contro la prostituzione in strada. Le misure erano già contenute nel disegno di legge che porta la firma del ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, ma erano state inserite nel decreto sulla sicurezza per farle entrare in vigore più velocemente.
«Nessuna emergenza prostituzione nel paese è tale da giustificare interventi urgenti. La vera emergenza prostituzione è solo nel governo ed è sotto gli occhi di tutti», aveva commentato Pia Covre, leader del Comitato diritti civili delle prostitute. Il contrario di quello che pensava Carfagna.
DDL NEL DIMENTICATOIO. Il provvedimento del Consiglio dei ministri era il fiore all’occhiello del ministro, che aveva parlato di «norme sagge, proporzionate, severe, che mirano a fiaccare il traffico degli esseri umani, togliendo ossigeno alle organizzazioni criminali». Il testo era composto di quattro articoli e introduceva, tra l’altro, il reato di prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Poi del provvedimento, trasformato in disegno di legge, si sono perse la tracce, tanto che il senatore del Pd Felice Casson il 19 gennaio 2011 aveva chiesto che fine avesse fatto il «tanto decantato testo del ministro Carfagna sulla lotta alla prostituzione? Tanto strombazzato e ora desaparecido, nascosto nei cassetti polverosi?».

La tassa sulle prostitute e gli eros center

Non altrettanta fortuna aveva avuto la tassa sulla prostituzione presentata nel giugno 2010 dal senatore del Pdl Raffaele Lauro, componente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama. Com’era ipotizzabile, la tassa sulle lucciole ha avuto una vita difficile in Parlamento, almeno quanto la più celebre porno tax che fu proposta per la prima volta nel 2002 dal deputato Emanuele Falsitta, misura che alla fine è stata resa operativa solo in questa legislatura con il primo decreto legge anticrisi varato dal governo.
L’obiettivo del senatore Lauro era comunque nobile: fare cassa per rimettere in sesto le finanze del Paese. La legalizzazione della prostituzione porterebbe nelle casse dello Stato almeno 80 milioni di gettito all’anno, come aveva conteggiato la parlamentare radicale Donatella Poretti, eletta nelle liste del Pd.
GLI EROS CENTER. Due anni fa, il 27 febbraio 2009, era stata la Lega a tornare alla carica contro la prostituzione con cinque proposte per regolamentarla. Tra queste quella di cui la deputata del Carroccio, Carolina Lussana, era la prima firmataria e che introduceva gli eros center per ospitare le lavoratrici del sesso e i loro clienti.
L’Italia come la Germania, la Spagna, l’Olanda, la Svizzera: basta che la professione non sia esercitata per strada, insomma. «Legalizzare la prostituzione significherebbe legittimare il male», fu il commento secco di Giovanni Paolo Ramonda, responsabile  dalla comunità riminese Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

Santanché e la legalizzazione dei night club

A trovare ostruzionismo e la strada sbarrata sono state le proposte più liberiste. Per esempio, la proposta di Daniela Santanché (Pdl) per togliere le prostitute dalle strada, come fanno in Spagna dove ci sono locali, bar e ristoranti, dotati, in genere al piano superiore, di stanze adibite al sesso a pagamento.
L’idea, ancor prima di prender corpo, aveva suscitato proteste. Per gli Esercenti della Fipe si trattava di un’offesa e anche il Comitato per i diritti civili delle prostitute ebbe da ridire. Con una successiva precisazione il sottosegretario al ministero per l’Attuazione del programma aveva specificato che la sua proposta limitava l’esercizio della professione più antica del mondo ai night club.
L’ABOLIZIONE DELLA LEGGE MERLIN. Nessuna trasformazione, dunque, di bar e ristoranti in locali a ‘luci rosse’. Solo night club che «dispongono di stanze dove ci si può appartare e dove è possibile esercitare i necessari controlli».
Non era la prima volta che Santanché proponeva queste misure, L’ex parlamentare di An aveva anche avviato una raccolta di firme per abolire la legge Merlin, la legge che nel 1958 abolì le case chiuse, a cui aderirono anche molti parlamentari. Il sottosegretario era «convinta della necessità di mettere mano alla regolamentazione del fenomeno, soprattutto per liberare quelle tante donne, spesso minorenni, che sono schiave».

Il registro proposto dal vicesindaco di Brescia

Che il problema sia sentito, soprattutto a livello locale è fuor di dubbio. Lo dimostrano le iniziative delle amministrazioni comunali. Come il registro delle ‘case chiuse’ proposto dal vicesindaco e assessore alla Sicurezza di Brescia, il leghista Fabio Rolfi, il 6 aprile 2010. Siccome le case chiuse, abolite di fatto con la legge Merlin, esistono ancora, tanto vale che ci sia un elenco con le generalità dei proprietari di immobili che vengono affittati a prostitute. Si trattava, come prevedibile, di una provocazione ma di sicuro effetto. Anche perché, come ebbe a dire il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, le misure locali sono «provvedimenti tampone in attesa di una legge nazionale».