Le pagelle della seconda serata di Sanremo giovani 2018

22 Dicembre 2018 08.47
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Sanremo, giovani o vecchi che siano, è una faccenda un po' impune, un po' di impuniti. Dite che Eimar è pupillo della Maria de Filippi? E allora? Dove sta il problema? Che in giuria c'è una, Annalisa, che era sua maestra o professoressa l'anno scorso nel medesimo talent? E che cosa vorreste insinuare? Che la canzoncina è un po' la stessa faccenda di Meta e Moro dell'anno passato, un pezzo già uscito, ricicciato, dello stesso autore? Appunto, se era regolare per Meta e Moro, vale anche per Eimar. E se avete qualcosa da obiettare siete in malafede e ve ne assumete la responsabilità. Ma certo, siamo qui per applaudire, per scherzare, anche noi della libera informazione, da cui il proliferare di giurie – dei cantanti, dei giornalisti, del pubblico esoterico – che servono a coprire l'evidenza, il non detto che non va detto. Al massimo insinuato, mormorato in camera caritatis.

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E allora avanti con la seconda tornata di belle speranze e di campioni più o meno annunciati: nel gioco dei poteri che ci sono e non si vedono, ci sarebbe, almeno residuo, ma a lungo andare decisivo, anche quello del pubblico che decide se seguirti o meno e questa sfilata di desideranti non deve essergli tanto piaciuta se è vero che la prima puntata si è fermata al 13,1% di share. Invece questa seconda sera offre spunti più interessanti. Anzitutto un livello curiosamente più alto dei giovani, tre o quattro dei quali meritavano di andare al Festivalone in carrozza; addirittura scandaloso l'ottavo posto della migliore, La Zero, troppo disturbante per un festival: la spunta, se non altro, il notevole Mahmood, che è un Mengoni esotico e prende anche il premio della critica).

A SANREMO NON CI SONO PIÙ DISTINZIONI TRA NOVITÀ E TRADIZIONE

Quanto ai big certificati, si registra un sorprendente lavoro di Claudio Baglioni che, concesso l'inevitabile tributo al De Filippi power (Federica Carta con l'hip hopper Shade, due che campioni lo sono solo di raccomandazioni; Briga che accompagna Patti Pravo) o Facchinetti power (l'inevitabile Nigiotti, un “big” che finora ha fatto solo anticamera da talent), pesca molto da mari eccentrici e riesce nel capolavoro di far sembrare freschi, se non inediti, nomi onusti di festival, come appunto Patty Pravo, di ritorno o in cerca di rilancio quali Francesco Renga, Daniele Silvestri, Arisa, gli stessi Negrita che hanno alle spalle un disco mal riuscito, o Nino d'Angelo col rapper attore Livio Cori. E ancora l'indiepop degli Ex Otago, Achille Lauro esponente di un rap non più rap che sta già rifluendo nel melodismo pop, l'etno-beat dei Boomdabash

Che sia vera gloria non ci giureremmo, ma sarà interessante andare a constatarlo: il materiale non manca e non sbagliavamo, un anno fa, nel cogliere un impercettibile vento di cambiamento. Il ritorno al futuro di Sanremo sta in questo, che nel suo 2019 non ci sono più distinzioni fra tradizione e novità, mainstream e alternativa, campioni e speranze. È “la notte nera delle vacche nere”, è il tutto indifferenziato che viene da un mercato asfittico dove tutti vendono più o meno lo stesso: cioè poco, pochissimo. Una distruzione creatrice, volendo. Detto ancora di un Pippo Baudo (6 ½) che perde qualche colpo, ma mai la testa, e di un Fabio Rovazzi (6 ½) uscito alla distanza (ma resta da capire quanto debba alle possenti spalle di Pippo), tiriamo le somme: la cosa più brutta? La sigletta baglioniana poo, popopopooo, in loop, da tortura dei prigionieri. La più bella? Non è una cosa, è una visione, è Cleò, la fanciulla del bussolotto di beltà celestiale, Pippo, che la sa lunga, se ne accorge subito. Ha ragione, come ce l'aveva sant'Agostino quando diceva che la miglior prova dell'esistenza di Dio sta nella creatura femminile.

I VOTI ALLE CANZONI DELLA SECONDA SERATA

LE ORE La mia felpa è come te (3-). C'era una volta un giornale porno, negli Anni 70, chissà se c'è ancora. Di sicuro era meno osceno di queste felpe che sembrano uscite dagli esordi di Mtv.

FRANCESCA MIOLA Amarsi non serve (5-). Anche Patty Pravo veniva da Venezia ed era bella: le analogie finiscono qui. Pippo Baldo ha l'aria di pensare: ah, se solo avessi un 60 anni di meno… Siamo sul Battisti epoca Io tu noi tutti, Dio la perdoni: coraggiosa, ma poco più.

MAHMOOD Gioventù bruciata (6 ½). E questo mò chi è? Un autotune naturale. Canzone strana, strofa mediorientale, ritornello pop perfino sanremese, infatti ci va: vince lui, e vince tutto, forse troppo. Però voce notevole, con dentro inquietudini arabe, mediterranee, italiane…

ANGELUCCI L'uomo che verrà (4/5). Ma non vale, questo qui è già usato, viene da Tale e quale. Anche da Amici, ti pareva. Poi è falso, và come saluta la nonna. Poi è troppo, troppo ruffiano con Pippo. Madò, quant'è costruito. Ma che uomo del futuro, è il solito marpione melenso, te lo ricordi Christian?

SISMA Slow motion (6/7). Quanta carne al fuoco, anche troppa, come capita a chi suona davvero. Sono musicanti, sono bravi, sono giovani. Sono fusion e sono di Napoli, oggi la scena giovane più fertile.

LA RUA Alla mia età si vola (5-). Ma come, fate i culturali al concertone sindacale del Primo maggio (ma anche al solito Amici, voilà) e, da ascolani, non sapete il caffè Meletti, d'Annunzio eccetera? Puozze uemmetà… Questo loro neofolk non è mica tanto neo, va dietro Il parto delle nuvole pesanti, i Modena city rambles, ed è scipito in verità: il tamburo fa molto combat o quintana, il testo fa molto…

NYVINNE Io ti penso (6-). Le cose migliori arrivano dal meticciato, mettendoci anche Napoli, città ibrida par excellence. Il problema, anche per lei, è lo stesso: un brano mediocre, musicalmente datato, che lascia qualche amaro in bocca per un potenziale non adeguatamente espresso.

CORDIO La nostra vita (5). Pezzo pop, il suo, che potrebbe benissimo cantare Fiorella Mannoia, chissà se è casuale. Solo che la Mannoia ha quasi tre volte la sua età.

LA ZERO Nina è brava (7 ½). Non c'era già lo Zero, che si sentiva nessuno, e poi sappiamo com'è andata? E va bene cercare che l'identità nella stravaganza, ma che sia sincera però. In attesa di capirci di più, apprezziamo l'eccentricità di una proposta spinosa, inquietante, fastidiosa. Un meraviglioso calcio nelle palle. Così si fa. Zero, quello originale, forse ha seminato bene. Anche troppo per Sanremo, dove infatti non è capita.

CANNELLA Nei miei ricordi (4). Cantante da cameretta: lo dice lui. Fa anche tenerezza, ma, con tutta la simpatia, è meglio se in quella cameretta ci resti ancora un po', così da chiarirti le idee.

SAITA Niwrad (5). Luciano Ciccaglioni, che fu uno dei turnisti più prestigiosi della Rca, fa una intro di chitarra fra Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam: interessante! Poi però la sorpresa si perde. «Non ci resta che restare uniti»? Eh no, eh. E anche la musicuzza, in verità, annaspa.

MESCALINA Chiamami amore adesso (5-). Non bastavano i Negramaro, i Modà e chissà quanti altri, no eh. Poi cavano qualche impercettibile cliché Anni 90, ma se pensano di riesumare la musica tricolore con questa roba, allora qui qualcuno mente sapendo di sentire, o sente sapendo di mentire.

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