Perché la conferenza di Trump sulla Palestina è un flop

L'appuntamento in Bahrein declassato a workshop. Arabi in imbarazzo a svendere la causa palestinese. E Israele defilato per il voto anticipato. Tutte le ingenuità del baratto - soldi al posto dei diritti - proposto.

25 Giugno 2019 21.21
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Mentre a Gaza e a Ramallah si protesta compatti tra l’arrabbiato e lo sberleffo, il 25 e il 26 giugno 2019 va in scena a Manama, in Bahrein, la conferenza flop sulla Palestina organizzata dagli Stati Uniti per la “Pace e la prosperità”. Una pantomima nella location, non casuale, di uno degli Stati satelliti dell’Arabia Saudita. I governi israeliani e palestinesi non vi partecipano, né avrebbero potuto per principio e per convenienza, come invece negli intenti fantasmagorici di Donald Trump: solo scarne delegazioni di imprenditori. Il genero ebreo Jared Kushner ha lavorato per un paio di anni al piano per il cosiddetto «accordo del secolo» che ha fatto indignare i palestinesi per il barattorinuncia di uno Stato e del riconoscimento politico in cambio di investimenti economici – proposto. Ma fa anche sorridere la comunità internazionale per l’ingenuità dimostrata dal marito 38enne di Ivanka Trump. Senior advisor del suocero alla Casa Bianca, e di famiglia vicina al premier israeliano Benjamin Netanyahu.

QUESTIONE POLITICA, NON ECONOMICA

Chiunque si sia addentrato anche solo un po’ nella materia considera un «nonsense» i 50 miliardi di dollari offerti ai territori palestinesi – e agli Stati limitrofi – in investimenti per la popolazione apolide, «una fantasia disconnessa dalla realtà». E ripete quanto commentato dal premier Mohammed Shtayyeh e dal leader Abu Mazen dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), «sulla soluzione politica che precederà sempre quella economica per i palestinesi». Il conflitto con Israele dall’invasione nel 1948 è prima di tutto una questione storica e politica. Non religiosa (come la si vorrebbe far passare nella Striscia di Gaza), e men che meno economica. Ma per Trump e il consigliere di parte Kushner basterebbe riversare nell’area 179 progetti di cantieri e business (più altri 5 miliardi per un corridoio di collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia) in 10 anni. Soldi che non sono nemmeno loro, ma delle petromonarchie del Golfo, e magari di investitori privati dell’Unione europea, per chiuderla lì.

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Proteste a Nablus, in Cisgiordania, contro la conferenza in Bahrein sulla Palestina di Trump. (Getty).

SOLDI AL POSTO DI DIRITTI

Via dall’area della Palestina tutta Gerusalemme, riconosciuta nel 2017 da Trump come unica capitale di Israele. Via anche i territori del Golan e del Sinai, contesi con la Siria e con l’Egitto. In cambio di 22 miliardi (dei 50) elargiti ai governi confinanti del Libano, della Giordania e dell’Egitto (solo 27,5 alla Cisgiordania), affinché si tengano i milioni di profughi palestinesi cacciati dalle zone occupate. Perché i palestinesi avrebbero dovuto dire di no? In ballo, ha anticipato Kushner, c’è «un milione di posti di lavoro», per attività, strutture e infrastrutture, per il rilancio anche turistico, pilotate e gestite da Israele e dai governi limitrofi comprati. Soldi al posto dei diritti per oltre 15 milioni di palestinesi (tra territori e diaspora) che evidentemente Trump e famiglia considerano ridotti alla fame. In Cisgiordania e nella Striscia sono stati indetti tre giorni di proteste, per un popolo che si dichiara non in vendita.

LA CAUSA PALESTINESE È PANARABA

Anche per i governi arabi invitati alla conferenza partecipare è imbarazzante: un’altra sottovalutazione dello spin doctor Kushner. A parole, privatamente, gli alleati degli Usa sarebbero apparsi interessati ai miliardi di investimenti. Ma poi nessuno – neanche le petromonarchie – è disposto a mettere pubblicamente la faccia su Gerusalemme capitale di Israele: la causa palestinese è uno dei collanti del panarabismo, tradirla per i regimi e le monarchie significherebbe un crollo di consensi. Un leader, anche dipendente da Riad, come il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi entrerebbe per esempio in crisi: uno Stato complesso come l’Egitto, mediatore delle crisi di Gaza, può fare molte concessioni a Israele ma non scaricare i palestinesi. Lo stesso vale per l’Arabia Saudita o per gli Emirati arabi, realmente ansiosi di compiacere Trump (e di conseguenza Israele), non ultimo per l’ostilità comune verso l’Iran. Esporsi contro la Palestina però è molto scivoloso.

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La conferenza sulla Palestina di Trump in Bahreim, declassata a workshop (Getty).

IL DOPPIO GIOCO DEGLI ARABI

Tante indiscrezioni sono trapelate sul feeling tra il giovane erede al trono saudita Mohammed bin Salman (detto MbS) e Kushner: diverse conversazioni telefoniche e qualche incontro tra i due, forse anche qualche visita segreta di MbS (o di suoi emissari) in Israele. Ma il regno saudita non può schierarsi apertamente con Trump per smistare, come nel piano, i palestinesi tra Giordania, Libano, Egitto, e nei territori da inglobare in Israele. Non a caso, il controverso MbS si è fatto molti nemici anche tra i parenti della numerosa dinastia degli al Saud. Il re hascemita Abdullah II ha deciso alla fine come il re del Marocco Mohammed VI di far sedere anche la Giordania al tavolo della conferenza, anche per non dire di no agli Stati Uniti. Ma c’è forte scetticismo, per usare un eufemismo, ad Amman. Ancor più in Libano, dove i rifugiati palestinesi protestano in strada: il governo, che dipende dagli Hezbollah filoiraniani, ha fatto sapere che non si muoverà da Beirut.

ISRAELE DEFILATO PER IL VOTO ANTICIPATO

Dopo un aspro dibattito interno, il Qatar ha invece aderito come l’Egitto, anche per sfidare i nemici sauditi e degli Emirati che per l’occasione hanno rotto l’embargo a Doha. Ma si spera nella morte spontanea del piano, durante la conferenza declassata a workshop. Ci si chiede se davvero le petromonarchie sono disposte a versare i miliardi finora mai spesi per migliorare le condizioni dei palestinesi. E chi, tra gli europei, investirebbe in un piano Marshall (non americano) in un territorio ancora conteso politicamente? L’80% degli uomini di affari palestinesi ha disertato la due giorni di Manama, solo i più cinici hanno risposto all’invito. Anche la delegazione israeliana è defilata. L’«accordo del secolo» cercato da Trump per spiccare prima delle Presidenziali 2020 è spinto da Netanyahu. Ma in Israele è diventato inopportuno per via dell’imprevisto voto anticipato a settembre. Per l’estrema destra sionista i miliardi, anche per collegare Gaza con la Cisgiordania, sono concessioni ai palestinesi.

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