Massimo Del Papa

L'omicidio di Pamela fa luce sui fantasmi d'Italia

L’omicidio di Pamela fa luce sui fantasmi d’Italia

02 Febbraio 2018 09.32
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La tragedia di ordinario squallore della giovane Pamela Mastropietro, trovata a pezzi in un trolley nelle campagne del Maceratese dopo essere fuggita da un centro di recupero, può essere raccontata secondo prospettive divergenti (leggi cosa sappiamo della tragedia). Si può scegliere il registro fatalistico che piace al giornalista collettivo, il cortocircuito fra marginali, la aspirante estetista eroinomane che incontra lo sradicato nigeriano e la situazione precipita, si decanta nella banalità del male inevitabile, come in un romanzo di Simenon. Ed è la soluzione che piace ai più perché deresponsabilizza, rifluisce nel pietismo romantico che alla fine assolve tutti come vittime, ciascuno nel suo ruolo, di un mondo ingiusto e infame. Oppure si possono inforcare gli occhiali del cronista incallito e qui le cose cambiano: una tossica irrecuperabile scappa da una comunità che doveva contenerla, finisce nella vicina città, si infila in una farmacia dove chiede una siringa che naturalmente le danno, cerca uno spacciatore che appare puntuale come in una favola gotica, lo segue in un appartamento, ci lascia la pelle e quell'altro, un pregiudicato, una di quelle ombre frenetiche senza niente da vincere né da perdere, non trova di meglio che farla a pezzi, infilare i monconi in due trolley e scaricarli in una “noland” tra Macerata e Pollenza, paesello di bellezza storica recentemente intaccato dal terremoto.

UNA LUNGA SCIA DI SANGUE. Soluzione orribile ma non proprio originale, neppure qui nelle placide Marche dove l'abitudine di sezionare le vittime data da lontano, diversi i casi già negli Anni 90, tutti nel Fermano confinante: dapprima una prostituta i cui resti masticati dai cani furono rinvenuti nelle sterpaglie di Ponte Nina che si affacciano sul mare tra Pedaso e Cupra. Poi toccò a Mario Somma, napoletano, lasciato semidecapitato da un fendente di coltello in un viottolo di Castellano, pochi metri sopra le famigerate Fratte della Statale Adriatica, uno di quei templi della prostituzione che nessuno potrà mai risanare, a ridosso del Chienti che segna il confine tra il Fermano e il Civitanovese-Maceratese. Antonio Marzano venne ritrovato non fatto a pezzi ma crivellato da 100 colpi di punteruolo in un buco di Lido 3 Archi, quartiere litoraneo di Fermo dimenticato da Dio ma non dalla disperazione di tutti i generi e provenienze.

Ma il caso più inquietante, in zona, rimane quello della prostituta brindisina Rosanna Lococciolo, nel 1996 trovata anche lei a pezzi in due sacchi di plastica in fondo a un pozzo nelle campagne di Fermo, a pochissima distanza dalla casupola di un bidello suo conterraneo, benché trapiantato nelle Marche, Vincenzo Fornelli, che effettivamente era tra i suoi frequentatori e anzi perdutamente innamorato di lei. Se ne occuparono in tanti, anche perché in un'altra abitazione del bidello, affittata proprio alla vittima, l'anno prima, era stato trovato cadavere il compagno della prostituta, Antonio Surano, un trafficante di sigarette tra Puglia e Albania, la faccia cancellata da una fucilata; esattamente come quella di Rosanna, prima di essere smembrata. Alla fine, Fornelli sarebbe stato assolto definitivamente dalla Corte d'Assise di Macerata, che sanciva la innocenza piena dopo una trafila giudiziaria durata 12 anni e scandita da ripetuti proscioglimenti, riaperture, colpi di scena. Sempre a Macerata, si ricorda un altro caso, quello dell'ex direttore del teatro cittadino Lauro Rossi e vicedirettore dello Sferisterio, che nel luglio del 2006 aveva gettato la moglie, credendola morta, in un cassonetto dopo averla massacrata. Era destinata all'inceneritore, si salvò perché la sentirono lamentarsi dall'interno. Carletti è tornato libero nel 2015.

L'EROINA TORNA AD AMMAZZARE. Sì, il cronista incallito ne ha di storiacce da raccontare. Ma forse non gli conviene offrire una lettura analitica, depurata dalle commozioni. Perché in questo caso si rischia di dare la stura a una serie di considerazioni sgradevoli, fastidiose sia per il giornalista collettivo che per il lettore collettivo. Tanto per cominciare, quella sulla reale efficacia della prevenzione di Stato, con gli spot della pubblicità, i convegni degli esperti, lunghe file di acqua minerale sui tavoli a lubrificare le dotte dissertazioni, le slide proiettate, e poi la società civile, i preti sociali, il prevenire non punire e il resto del catalogo sul fideistico provvidenziale. Dopo decenni di impegno, di politiche attive, di “farsi carico”, il succo è che l'eroina è tornata ad ammazzare, se mai aveva smesso, come quaranta anni fa. A dispetto di tutte le sostanze nel frattempo escogitate, è ancora la “spada”, la siringa, che chiude i conti, silenziosa e micidiale e lo fa sugli adolescenti, sulle diciottenni già devastate, che non riescono ad uscirne. Nel tempo si è sviluppato, spesso all'insegna dello spontaneismo, dell'”imparare sul campo” spesso di ottime intenzioni ma non privo di presunzioni, di approssimazioni anche rischiose, di convenzioni pubbliche, un circuito di strutture, centri, comunità di recupero, nuclei di piccolo e grande controllo, nei casi più riusciti organici al potere politico.

L'OVATTATA MACERATA SOTTO CHOC. Da uno di questi ricoveri la ragazzina Pamela era riuscita ad allontanarsi. Ora, chi ha un minimo di pratica con simili contesti sa che sarebbe ingeneroso puntare il dito sulla comunità, sicuramente attrezzata per il meglio, sa che i soggetti ricoverati sono per definizione a rischio; ma sa anche che, dietro l'unità di facciata, dietro le interviste d'immagine di queste ore, di sicuro nella comunità Pars di Corridonia staranno volando gli stracci perché lasciarsi scappare qualcuno che si ha in cura è la peggiore delle ipotesi possibili, il “worst case scenario” che ogni struttura di accoglienza teme sopra ogni cosa. Specie se il fuggitivo viene trovato cadavere. Altro mito che si intacca, la presunta salubrità della provincia, la sua diversità rispetto alla metropoli fuori controllo. La vittima è una giovane allontanata da Roma, la balena spiaggiata, associata all'isolamento del contado marchigiano, eppure qui, nella ovattata, universitaria Macerata, ha trovato subito modo di procurarsi l'eroina, è stata accolta in una casa per consumarla, è morta con una facilità sconcertante, in una solitudine agghiacciante. L'appartamento dove l'overdose l'ha stroncata e dove forse è stata smembrata non è un tugurio, sta in un contesto residenziale, sta a 800 metri dall'ufficio immigrazione della Questura, non vicinissimo ma neppure così distante dallo scrigno centrale che incastona Comune, Ateneo, Teatro.

Non ne esce bene neppure il modello di tolleranza, di integrazione al quale, volere volare, ci siamo, abituati. Attenzione, qui non si discute di accoglienza, di risorsismo buonista o di rigetti incarogniti, nulla di tutto questo, qui si vuole notare come le maglie del controllo sociale siano sbrindellate, come agisse tranquillo un nigeriano già inserito, ma con permesso di soggiorno scaduto, in una cittadina di studi dove era ampiamente noto come pregiudicato e spacciatore alle forze dell'ordine che difatti, allertate da un connazionale insospettito, lo vanno a prendere a colpo sicuro. Il presunto colpevole, di fronte a quella cliente appena rimediata, che gli rimane stecchita in casa, a giudicare dalle ricostruzioni d'indagine non ha dubbi: non sparisce lui, ma fa sparire il corpo dopo averlo maciullato. Come a pensare: perché mai rinunciare a una piazza sicura, a un giro di clienti consolidato, a un posto avvolgente per i traffici loschi? Soluzione odiosa fin che si vuole, scellerata certamente, ma è quella che è stata scelta. Nelle 36 ore di ricerche della giovane fuggiasca il 29enne Innocent Oseghale non ha pensato affatto a cambiare aria e sì che era di quelli ampiamente conosciuti nel giro locale dello spaccio. O forse, proprio per quello.

UN CINISMO LUCIDO E CALCOLATO. La madre di Pamela ha parlato di “crudeltà indescrivibile”, ma chi bazzica le umane bassezze per mestiere sa che di crudeltà fine a se stessa c'è poco, c'è se mai cinismo, ma un cinismo a suo modo lucido, calcolato. Poi si potrà dire che, alla fine, la morte di una povera tossica è uno strazio di ordinario squallore, qualcosa che è sempre successo e che capiterà ancora. Non in questo caso. Non così. Perché dietro la fine terribile di una ragazzina sbandata, che però sognava ancora un umile destino da estetista, affiora il fallimento di un sistema intero, a tappe successive, a filiera. Sì, forse è meglio non farsele certe domande da cronista incallito, meglio rifugiarsi nel fatalismo provvidenziale, nel “voglio giustizia non vendetta” della madre, il grido esorcistico di tutte le tragedie minime che non si sa bene a chi attribuire, che conviene rimuovere alla svelta.

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