Gentiloni o l’arte di cadere sempre in piedi

Fino a poche settimane fa era il "grande sabotatore" dell'intesa Pd-M5s. Ora è il commissario Ue agli Affari economici. Breve profilo dell'ex premier che, in modo felpato, è riuscito a rimanere sulla breccia.

05 Settembre 2019 20.03
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Da grande accusato a gran commissario europeo. L’estate 2019 della politica italiana non smette di riservare sorprese, nemmeno nei suoi scampoli. È infatti Paolo Gentiloni, che soltanto fino a qualche settimana era stato messo alla sbarra da Matteo Renzi con l’accusa di «aver provato a fare saltare l’accordo con i cinque stelle», il nuovo commissario Ue agli Affari economici.

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Paolo Gentiloni è il candidato italiano per la Commissione Ue.

LE RADICI NOBILIARI E LA DIPLOMAZIA NEL DNA

Sarà dunque il trait d’union tra il nostro Paese e l’Unione europea. Un ruolo adatto al suo lignaggio. Perché Paolo Gentiloni Silverj è un conte. In Europa porterà con sé i suoi titoli (Nobile di Filottrano, Nobile di Cingoli e Nobile di Macerata) sui quali, in questi anni, schiere di giornalisti si sono soffermati celiando. È infatti rampollo di una famiglia (palazzo nobiliare a due passi dal Quirinale, che potrebbe anche essere la sua prossima dimora) di antiche origini che risalgono alla Roma dei papi. Un suo antenato diretto, il musicista Domenico Gentiloni Silverj, faceva parte della Guardia nobile del pontefice. A suo agio più con lo spartito che con la spada o l’archibugio, nel 1846 compose in onore dell’elezione Pio IX, l’opera L’Armonia religiosa. Solo tre anni dopo, però, Domenico Gentiloni aderì alla Repubblica romana. Un tradimento che gli costò l’espulsione dal corpo d’onore del papa anche se, narrano le cronache, riuscì poi a essere riabilitato Oltretevere.

Il presidente Usa Donald Trump e l’allora premier Paolo Gentiloni al G7 di Taormina del maggio 2017.

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Con ogni probabilità i Gentiloni Silverj si tramandano non solo il blasone ma anche l’attitudine alla diplomazia che li rende politici per tutte le stagioni. A tal punto che, sempre il suo avo, nel 1857 divenne sindaco di Tolentino, contemporaneamente l’ultimo podestà sotto lo Stato pontificio e primo del nuovo Regno d’Italia perché, quando nel 1861 i piemontesi oltrepassarono Porta Pia decisero di mantenerlo in carica.

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Paolo Gentiloni e il segretario dem Nicola Zingaretti.

LA CALMA E UN «ROVESCIO CHE AMMAZZA»

Avere la dote della mediazione nel proprio Dna aiuta parecchio. Specie in periodi come questi, in cui la politica, più che arte del compromesso, è fatta di urla sguaiate ed esternazioni al limite dell’insulto. «Anche di Jack lo squartatore Paolo sarebbe capace di dire cose come: “Ha comportamenti un po’ eccessivi” e niente di più», disse sornione Ermete Realacci che, assieme a Chicco Testa, conosce Gentiloni da una vita, da ben prima della direzione di Nuova Ecologia (metà degli Anni 80), il periodico cartaceo di Legambiente. Personaggi con cui Gentiloni ha calcato tanto il palco della politica quanto i campi da tennis. E anche lì il Nostro sapeva farsi valere – e temere – grazie alla sua quiescenza solo apparente, che nascondeva la capacità di attendere il momento giusto: «Ogni cinque colpi Paolo ti piazzava un rovescio smorzato che ti ammazzava», raccontò una volta Testa a Un giorno da Pecora. Dall’altra parte della rete, spesso, Francesco Rutelli.

Romano Prodi e Paolo Gentiloni nel 2006.

LA FOTUNA DI UN «PARAVENTO»

Ed è proprio con Rutelli che Paolo Gentiloni iniziò la scalata nella politica italiana. Dapprima, nel 1993, come suo portavoce quando questi sedeva al Campidoglio (lì incontrò anche Filippo Sensi, futuro spin doctor di Matteo Renzi), poi assessore al Turismo nel periodo cruciale del Giubileo, tanto da essere considerato il vero artefice del successo dell’evento. Anche in politica, come nel tennis e nella vita, Gentiloni è sempre riuscito a sfruttare la sua innata caratteristica di restare un passo indietro. «Un paravento che farà carriera», pare si sia lasciato sfuggire una volta Rutelli, che già aveva individuato come la sua capacità di restare nell’ombra gli consentisse una certa libertà d’azione, spostandosi da un lato all’altro della grande casa del centrosinistra.

Il passaggio della campanella tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.

RENZIANO PRIMA DI RENZI

Gentiloni fece parte della Margherita nei suoi anni d’oro, per diventare poi coordinatore della campagna dell’Ulivo per le elezioni politiche del 2001 e trasformarsi in un «renziano prima ancora di Renzi», come lo definì una volta il giornalista Fabio Martini, in periodi ben più recenti. Alle Primarie del centrosinistra del 2012 per la premiership appoggiò proprio Matteo Renzi. L’anno successivo a quelle per la carica di sindaco di Roma a cui parteciparono anche David Sassoli e Ignazio Marino arrivò terzo. Non riuscì a tornare al Campidoglio ma seppe comunque cadere in piedi.

Paolo Gentiloni e Xi Jinping a Pechino nel 2017.

L’ARRIVO A PALAZZO CHIGI

Del resto, tutte le volte che per Gentiloni si è chiusa una porta s’è subito spalancato un portone, come testimonia il suo cursus honorum governativo: ministro delle Comunicazioni nel Prodi II (il Giornale titolò allarmato: «Il conte rosso che vuole spegnere le televisioni del Cavaliere»), ministro degli Esteri nel biennio del governo Renzi, quindi la consacrazione: l’arrivo a palazzo Chigi. Anche là Gentiloni ha saputo mettere a frutto i suoi modi dimessi e felpati (cui si deve il suo soprannome «er moviola»), diventando uno dei premier più apprezzati tanto dai rappresentanti dell’industria e delle parti sociali (ovviamente anche della Chiesa), quanto in termini di mero consenso elettorale. Tutte qualità che certamente gli faranno comodo anche da commissario europeo. E che il M5s farebbe bene ad “assorbire”. Perché se è vero che, al pari di Gentiloni, anche i pentastellati hanno imparato a oscillare tra le forze politiche, da lui devono ancora imparare a tenere un basso profilo. Aiuta parecchio, soprattutto se si ambisce alla longevità politica.

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