Francesco Pacifico

Perché l'idea di Savona alla Consob ha salvato il governo Lega M5s

Perché l’idea di Savona alla Consob ha salvato il governo Lega M5s

05 Febbraio 2019 18.19
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«Sulle nomine poteva cadere il governo», avrebbe detto Matteo Salvini ai suoi fedelissimi. E proprio per evitare quest'evenienza, per disinnescare questa mina, Giuseppe Conte e Sergio Mattarella hanno avallato quello che era nato come un ballon d'essai: mandare alla Consob il ticket Paolo Savona presidente e Marcello Minenna segretario generale. Alla fine si è preferito contenere i danni, anche accettando due personaggi (Savona e Minenna) invisi in tempi diversi al Colle. Ben sapendo che ora vanno riscritti tutti gli equilibri in maggioranza stretti in questi mesi sulla spartizione delle grandi nomine. Per non parlare del fatto che sull'ex ministro delle Politiche pendono rischi di incompatibilità e di conflitti d'interesse: la legge Madia impone che i pensionati possano ricoprire incarichi «dirigenziali o direttivi», soltanto a titolo gratuito e per non più di un anno; la legge Frattini prevede che chi ha svolto «attività professionali retribuite da un soggetto vigilato» debba stare fermo almeno due anni. E Savona è stato presidente del fondo Euklid fino al maggio scorso.

PRIMA LO SCAMBIO CON LA LEGA, POI I DUBBI DI DI MAIO

È da tutto questo che bisogna partire per capire perché ci sono voluti quasi sei mesi per sostituire Mario Nava all'authority che controlla i mercati finanziari e il livello di tensioni registrate nella compagine giallo-verde con Palazzo Chigi e il Quirinale. Perché di questo si è trattato: di uno scontro molto duro di potere, finito con un armistizio che salva il governo ma rinvia soltanto di qualche settimana la guerra sulle nomine. A settembre, quando i Cinquestelle dopo una campagna martellante avevano costretto alle dimissioni l'alto funzionario europeo "in aspettativa" a Bruxelles per operare a Roma, la nomina di Marcello Minenna sembrava cosa fatta: i pentastellati avevano rivendicato quella poltrona collegandola nell'ottica di una più ampia battaglia in difesa del risparmio, la Lega aveva accettato in cambio dell'Antitrust e dell'Inps. Ma a far slittare un percorso che sembrava in discesa ci avrebbero pensato i dubbi di Luigi Di Maio sull'economista, amico di Beppe Grillo: pare che il vicepremier, che soltanto negli ultimi tempi si è speso ufficialmente sul suo nome, nutrisse dubbi dopo la poco felice permanenza di Minenna nella giunta romana di Virginia Raggi. In soldoni, non l'ha mai osteggiato ma neppure spinto. E lo stesso approccio era palpabile nella base dei grillini, mentre Minenna aveva tra i parlamentari del Movimento non pochi sponsor nelle commissioni Finanze e Bilancio di Camera e Senato. Con l'autunno sono entrate nel vivo le trattative con l'Europa sulla manovra finanziaria e le minacce della Ue su un possibile sfondamento del deficit programmato dai governi precedenti con la Commissione per il 2019. E più passavano i giorni, più la linea oltranzista dei Di Maio e dei Salvini (sforare senza se e senza ma in nome della crescita) lasciava spazio alla strategia del dialogo con Bruxelles portata avanti da Conte e i ministri Giovanni Tria (Economia) ed Enzo Moavero Milanesi (Esteri) con l'avallo del Colle. A fine anno la manovra è cambiata, il disavanzo ridotto di quasi 4 decimali e soprattutto si eè creata una nuova governance sulle materie economiche, portando il pallino sull'asse Palazzo Chigi-Quirinale, con il premier non più soltanto notaio del contratto stretto tra i due alleati della maggioranza.

LE MINACCE DEI PARLAMENTARI CONTRO L'ASSE CONTE MATTARELLA

In questo nuovo clima Cinquestelle e Lega si sono resi conto che il potere d'interdizione del nuovo asse si era esteso anche al capitolo delle nomine: sia Mattarella sia Conte avrebbero espresso non pochi dubbi sul nome di Minenna alla Consob, che pure aveva lavorato dal 1996 in piazza Verdi con incarichi sempre di maggiore responsabilità. E l'hanno vissuta come un'ingerenza, temendo che quella poltrona potesse andare a qualche personalità vicina al Colle o al mondo della giustizia amministrativa dal quale proviene lo stesso Conte. Capita l'antifona, Salvini, privo di mire sull'authority, non ha perso tempo e ha fatto un endorsement verso l'economista. Di Maio ha alzato la voce. E mentre i due leader facevano pressioni sul premier perché si uscisse dall'impasse, molti parlamentari pentastellati nelle commissioni Bilancio e Finanze delle due Camere hanno minacciato che senza la quadra sull'autorità avrebbero bloccato i lavori su provvedimenti importanti come il decreto Carige o quelli per Reddito di cittadinanza e l'anticipo pensionistico di Quota 100. Proprio questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Conte ha dato mandato ai mandarini di Palazzo Chigi di risolvere le probabili incompatibilità di Savona, anche Mattarella ha fatto buon viso a cattivo gioco per mantenere la stabilità del governo. Ma entrambi sanno che la toppa può rivelarsi peggiore del buco. Innanzitutto perché si acuiscono le tensioni nei Cinquestelle, già ai massimi sulla gestione dei migranti o sul prossimo voto per la legittima difesa. Spiega un pentastellato della prima ora: «Noi siamo quelli che le regole le applicano, non le aggiornano per questioni di potere». Poi non sarà facile neppure scegliere il nuovo ministro alle Politiche europee.

TRIDICO VERSO L'INPS E SI CERCA L'INTESA SU AGCOM E ANTITRUST

Nelle scorse ore è girato nei palazzi della politica il nome di Stefano Buffagni. Ma l'attuale sottosegretario allo Sviluppo economico ha un ruolo vitale per l'esecutivo ben definito che non può abbandonare: è l'uomo che a nome di Luigi Di Maio gestisce i grandi dossier economici (la rete Telecom, la Rai, il futuro di Alitalia) e parla con le più grandi aziende. Qualcuno aveva ventilato l'ipotesi di uno sbarco al governo di Alessandro Di Battista, con il campione del sovranismo che avrebbe potuto fare campagna elettorale per le Europee da una posizione privilegiata: cioè dalla poltrona che ha più a che fare con la burocrazia Ue. Ma queste suggestioni vengono smentite dagli stessi grillini, che – per evitare polemiche – ricordano che questa poltrona ministeriale è della Lega. Come in quota Carroccio viene considerata la promozione di Savona: quest'aspetto non va sottovalutato, perché a questo punto il M5S sente di avere le mani libere per piazzare Pasquale Tridico all'Inps, che fino a qualche settimana fa doveva andare al partito di Salvini. Proprio i due vicepremier si vedranno presto, forse già a fine settimana per trovare una nuova intesa sulla spartizione delle grandi nomine. Un accordo difficile, che riguarda anche l'Antitrust e l'Agcom, a pochi mesi dalle Europee.

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