Francesco cominciò da Lampedusa, oggi capiamo perché

Il papa da sempre è portavoce di una politica migratoria basata sull'umanità e sul rispetto dei diritti. Contro il cinismo dei porti chiusi e la politica della paura. Destinati a soccombere.

01 Luglio 2019 17.19
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L’8 luglio del 2013 papa Francesco compiva il suo primo viaggio pastorale fuori dalle mura vaticane e, a sorpresa, sceglieva di raggiungere la piccola isola di Lampedusa.

Era stato eletto il 13 marzo, 4 mesi dopo era già nel cuore del Mediterraneo, su quel confine invisibile che divide il Nordafrica dall’Europa. Nel 2016 visitò anche lisola di Lesbo, in Grecia, altra terra di approdo delle rotte migratorie provenienti dal Medio Oriente. Nell’occasione venne accompagnato dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, leader della Chiesa ortodossa.

LA MESSA SUL CONFINE MESSICANO

Sempre quell’anno il papa argentino celebrò la messa lungo il confine fra Messico e Stati Uniti, a Ciudad Juarez, la città divisa in due che in Texas, nella parte americana, si chiama El Paso. Il pontefice provò a superare idealmente, almeno per qualche ora, la linea di demarcazione fra i due Paesi dove il presidente Donald Trump voleva erigere il famigerato muro. Un confine lunghissimo, che divide in due il continente e lungo il quale scorre il Rio Grande sulle cui sponde, nei giorni scorsi, sono stati ritrovati i copri senza vita di due migranti, un padre e una bambina, che cercavano di attraversare la frontiera.

Papa Francesco celebra la messa a Ciudad Juarez, il 17 febbraio 2016.

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BASTA CON IL CINISMO DEI PORTI CHIUSI

A Lampedusa il papa depose una corona di fiori nel mare per le migliaia di migranti annegati, abbandonati dai trafficanti sui barconi alla deriva o più semplicemente morti di stenti, di sete, a causa della fragilità delle imbarcazioni. Dunque Francesco aveva visto fin dal principio del suo mandato la portata dirompente della questione migratoria, la tragedia che l’accompagnava, l’impatto politico che avrebbe avuto. Bergoglio in tal senso si è sempre appellato a principi elementari di umanità e pietà cristiana, di solidarietà, di tutela dei diritti fondamentali, per spingere i governi e i politici a uscire dal cinismo dei ‘confini chiusi’, della paura usata a scopo propagandistico, dell’irrazionalità trasformata in odio verso ‘l’altro’.

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L’APPELLO PER UN APPROCCIO MULTILATERALE

Ma Francesco ha spinto sempre anche su altri tasti. La Santa Sede infatti ha affermato in numerose occasioni la necessità di integrare i nuovi arrivati secondo le possibilità di ciascun Paese, si è rivolta alla comunità internazionale affinché Italia e Grecia non venissero lasciate sole dal resto dell’Ue, fossero combattuti i trafficanti e la tratta di esseri umani, si lavorasse con approccio multilaterale per governare il fenomeno migratorio, per favorire progetti di sviluppo economico e democratico nei Paesi di provenienza.

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Il pontefice celebra la mesa a Lampedusa l’8 luglio 2013.

L’IMPEGNO PER IL PATTO MONDIALE PER LE MIGRAZIONI

Quest’impegno anche diplomatico della Chiesa di Roma ha avuto nel Global compact for migration il patto mondiale per le migrazioni promosso dalle Nazioni Unite (approvato dall’assemblea dell’Onu nel dicembre scorso), un punto d’arrivo concreto. Il patto prevede, fra le altre cose, l’istituzione di canali legali di arrivo, la tutela della sicurezza degli Stati e dei loro confini, l’implementazione degli accordi per i rimpatri con gli Stati di provenienza, il contrasto alle forme di lavoro schiavista cui vengono sottoposti i migranti, la facilitazione dell’invio delle rimesse economiche verso i Paesi d’origine, il riconoscimento dei diritti umani, il salvataggio delle vite, il contrasto alle varie forme di razzismo e xenofobia, l’impegno a far crescere la partnership fra le nazioni per una gestione ordinata e sicura delle migrazioni, la distinzione fra rifugiati e migranti economici (distinzione che non piace a diverse organizzazioni impegnate nell’accoglienza).

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LA POLITICA DELLA PAURA HA IL TEMPO CONTATO

 Si tratta di un accordo non vincolante giuridicamente per gli Stati che però mette a punto una cornice internazionale entro la quale è possibile cominciare a operare in sinergia fra governi e nazioni in un sistema di riferimenti certi. L’Italia a trazione Lega-M5s non l’ha firmato, lo stesso hanno fatto gli Usa Donald Trump, l’Ungheria di Viktor Orban, e poi la Polonia, la Slovacchia, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Bulgaria. Tuttavia appare con sempre maggiore evidenza come sia urgente e praticamente irrinunciabile per l’Italia una politica di cooperazione e condivisone di responsabilità con altri Stati sul fronte migratorio. Il vicepremier Matteo Salvini e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni hanno salutato la rinuncia italiana a sottoscrivere il Global compact come una vittoria della sovranità nazionale. Tuttavia la strada dell’isolazionismo nel cuore del Mediterraneo, il mare dove si allunga quasi per intero il nostro Paese, come ha provato a dire la Chiesa nelle sue varie articolazioni, è destinato a soccombere. Politica delle illusioni, della paura e del facile consenso, incapace di governare un fenomeno con il quale dovremo imparare a convivere a lungo.  

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