Francesco Peloso

Il papa populista, un leader 'global’ contro i nazionalismi

Il papa populista, un leader ‘global’ contro i nazionalismi

07 Gennaio 2019 13.35
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Nel tradizionale discorso di inizio anno di fronte al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Francesco ha tracciato una ‘summa’ del suo pensiero politico che si potrebbe riassumere così: globalizzazione dal basso versus nazionalismi e chiusure etniche. Non è un caso che il papa sia oggi forse l‘unico leader mondiale in grado di fronteggiare apertamente le spinte sovraniste più estreme le quali ricambiano le critiche e l‘avversione nei confronti del vescovo di Roma. D’altro canto, il Bergoglio argentino conosce bene il populismo, categoria che non gli è affatto estranea, ma la declina secondo la visione diplomatica vaticana capace di valorizzare il multilateralismo, il ruolo degli organismi sovranazionali – Onu e Ue in testa – per risolvere le contese e i conflitti e accelerare nuovi approcci globali in ambiti come quello ambientale, o di fronte ai flussi migratori, nella tutela dei diritti umani, del diritto internazionale, nella redistribuzione di una ricchezza in un mondo in cui sono ancora troppo forti le ingiustizie.

Non si dimentichi che il Vaticano intrattiene rapporti diplomatici con 183 nazioni del mondo, 89 di queste – compresi l’Unione europea e il Sovrano militare Ordine di Malta – hanno una rappresentanza diplomatica a Roma che si affianca a quelle presso lo Stato italiano; numeri che danno la misura di un sistema di relazioni quanto mai vasto, articolato e diffuso in ogni angolo del Pianeta. E appunto di fronte agli ambasciatori di mezzo mondo Francesco ha tenuto il 7 gennaio un lungo discorso nel quale, fra l’altro, un passaggio significativo è stato dedicato alla recente intesa stretta fra la Santa Sede e la Cina per la nomina condivisa dei vescovi (scelti in accordo con le autorità di Pechino) considerato una pietra miliare per la diplomazia vaticana. In virtù dell’intesa raggiunta, è stata sanata la ferita delle ‘due chiese’ cinesi, quella di Stato fedele alla Repubblica popolare e quella clandestina fedele a Roma. Gli Stati Uniti non sono mai stati citati, né il loro ruolo di grande potenza; l’unico riferimento che il papa ha fatto in tal senso è stato al “Nord America”, associato all’ Europa per descrivere le politiche di limitazione negli ingressi dei migranti messe in atto da alcuni governi.

IL RIFERIMENTO DEL PAPA AI PATTI LATERANENSI

Un breve riferimento – ma non per questo di minore importanza – è stato dedicato all’Italia. Francesco ha voluto soffermarsi sulla ricorrenza dell’11 febbraio, novantesimo anniversario dei Patti Lateranensi, quindi ha affermato: «Come ebbe ad affermare Pio XI, con il Concordato la Chiesa poté nuovamente contribuire appieno alla crescita spirituale e materiale di Roma e di tutta l’Italia, una terra ricca di storia, di arte e di cultura, che il cristianesimo ha contribuito a forgiare. In questa ricorrenza, assicuro al popolo italiano una speciale preghiera affinché, nella fedeltà alle proprie tradizioni, mantenga vivo quello spirito di fraterna solidarietà che lo ha lungamente contraddistinto». Un modo, questa volta diplomatico, come si addiceva all’occasione, per riaffermare che la solidarietà verso i poveri gli ultimi, i migranti ripetutamente richiamata nel suo discorso, è parte integrante di un’autentica tradizione cristiana. Francesco ha riproposto, inoltre, la sua idea di globalizzazione che guarda al ‘locale’. Una visione fortemente global arricchita però dalla valorizzazione di differenze e identità; tradotto in azione politica, è un multilateralismo in dialogo con le nazioni più fragili e povere, con le popolazioni escluse o emarginate dai processi di mondializzazione economica. In ogni caso i temi del lavoro, della giustizia, della pace, tipici della diplomazia vaticana, sono stati compresi entro due bastioni culturali e storici ben precisi.

Non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici, primo fra tutti la pace, apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo Dopoguerra

Se il multilateralismo ha mostrato i suoi limiti nella capacità di risolvere situazioni di crisi internazionale, – ha osservato il pontefice – il quadro attuale è anche «il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo». In tale contesto «alcuni di questi atteggiamenti – ha affermato il papa – rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni. Il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni».

LO SPETTRO DI UN RITORNO A EPOCHE BUIE

Alla fine Francesco ha citato un’altra data, il 1989, anno in cui cadeva il Muro di Berlino e finiva l’epoca della divisione in blocchi stabilità a Yalta. «Nel contesto attuale – ha concluso il papa – in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici, primo fra tutti la pace, apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo Dopoguerra». Insomma, il ritorno a epoche buie e non lontane è sempre possibile, gli europei per primi facciano attenzione perché le hanno vissute sulla loro pelle.

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