Francesco Peloso

Il populismo? Per il papa semina paura e porta alla dittatura

Il populismo? Per il papa semina paura e porta alla dittatura

01 Aprile 2019 14.00
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Il papa non ama i populisti e del resto in questo disamore è ampiamente ricambiato.

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Di certo Francesco non perde occasione per ribadire la propria distanza etica e politica dalle leadership che oggi vanno per la maggiore: si chiamino Donald Trump, Matteo Salvini, Viktor Orban o Jarosław Kaczynski. E poco importa se Italia, Ungheria, Polonia e, almeno in parte, Stati Uniti, siano Paesi di forte di tradizione cattolica. Il politico europeo che probabilmente il pontefice stima di più e che sicuramente cita spesso come esempio positivo, è la cancelliera tedesca Angela Merkel, cristiana sì, ma protestante.

Lo Stato indicato da Bergoglio quale modello virtuoso per la capacità di integrare i migranti è la Svezia

Senza contare che lo Stato indicato da Bergoglio quale modello virtuoso per la capacità di integrare i migranti è la Svezia, certamente laica, e dove in ambito religioso prevale largamente il cristianesimo riformato luterano. Francesco insomma sarà pure un cattolico latinoamericano, ma nell’attuale passaggio storico guarda più facilmente ai modelli politici nordeuropei, almeno finché restano nel solco di una tradizione riformatrice moderata o socialdemocratica.

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D’altro canto, se si vuole comprendere la distanza che separa il pensiero e la predicazione del pontefice da un evento come il Congresso mondiale delle famiglie di Verona – quasi due cattolicesimi, il primo romano e universale, il secondo venato di estremismo fondamentalista disponibile a incarnarsi nei vari nazionalismi – non si può non tenere conto di questo approccio di fondo. Nella prospettiva del papa le migrazioni rappresentano anche un’opportunità per rispondere alla crisi demografica che colpisce l’Europa e l’Italia (anche sotto il profilo pensionistico e dello sviluppo economico), altrove si guarda a questa visione con orrore e il problema è difendere un popolo e la sua integrità, anche razziale, di fronte all’invasione.

IL PAPA EVOCA I TEMPI DELLA REPUBLICCA DI WEIMAR

Ancora una volta Francesco ha scelto l’incontro con la stampa sull’aereo che lo riportava dal Marocco a Roma per dire la sua sull’attualità politica. «Vedo che tanta gente di buona volontà», ha affermato, «non solo cattolici, ma gente buona, di buona volontà è un po’ presa dalla paura, che è la predica usuale dei populismi: la paura. Si semina paura e poi si prendono delle decisioni. La paura è l’inizio delle dittature». Il papa ha poi rincarato: «Andiamo al secolo scorso, alla caduta della Repubblica di Weimar, questo lo ripeto tanto. La Germania aveva necessità di un’uscita e, con promesse e paure, è andato avanti Hitler, conosciamo il risultato. Impariamo dalla storia, questo non è nuovo: seminare paura è fare una raccolta di crudeltà, di chiusure e anche di sterilità. Pensate all’inverno demografico dell’Europa. Anche noi che abitiamo in Italia: sotto zero». Bergoglio ha poi concluso: «Pensate alla mancanza di memoria storica: l’Europa è stata fatta da migrazioni e questa è la sua ricchezza».

La Santa Sede ha bisogno di continuare ad allargare i confini della propria predicazione in Africa e in Asia, di incontrare nuove genti, di ‘integrare’

Nessuna concessione, dunque, viene fatta dal papa su questo tema cruciale che racchiude in sé la cattolicità, cioè l’universalità del cristianesimo, l’unità della famiglia umana affermata dal Concilio Vaticano II come principio inclusivo e di uguaglianza, la necessità di non ‘rinchiudere’ la Chiesa in un fortino sociale e geografico – l’Europa – percorsa da un declino demografico e da una caduta della fede. La Santa Sede ha bisogno di continuare ad allargare i confini della propria predicazione in Africa e in Asia, di incontrare nuove genti, di ‘integrare’ – appunto – facendo rivivere il cristianesimo oltre le cattedrali della vecchia Europa.

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E se proprio si vuole limitare l’immigrazione, spiega Francesco, quest’ultima – come sta facendo la cancelliera Merkel, – va impedita «non con la forza ma con la generosità, gli investimenti educativi, economici e via dicendo, e questo è molto importante». Inoltre «è vero che un Paese non può ricevere tutti, ma c’è tutta l’Europa per distribuire i migranti. Perché l’accoglienza deve essere con il cuore aperto, poi accompagnare, promuovere e integrare. Se un Paese non può integrare deve pensare subito di parlare con altri Paesi: ‘Tu quanto puoi integrare’, per dare una vita degna alla gente».

LA GUERRA SANTA DI FRANCESCO CONTRO IL SOVRANISMO

In tal senso, va ricordato che il pontefice ha preso per le corna il toro nazionalista-populista e non lo ha mollato fin dalla candidatura di Trump alla Casa Bianca; all’America first di Donald, la Santa Sede risponde con una sorta di ‘l’essere umano first’ o al limite ‘il povero first’, che manda in bestia il fronte integralista interno o limitrofo alla Chiesa di Roma, come i movimenti che si oppongono decisamente al papa argentino.

La Chiesa di Francesco non si è accodata alla propaganda integralista dei populisti

Del resto se le leadership populiste mettono spavaldamente in discussione il vecchio ordine delle burocrazie e degli organismi sovranazionali, la Chiesa di Francesco non solo non si è accodata, ma ha risposto con altrettanta forza rilanciando un universalismo degli esclusi, degli scartati, dei dimenticati dal processo di globalizzazione dei mercati, che rappresenta fino a ora la risposta più forte, perché più radicale, all’ondata dei nazionalismi e delle ‘piccole patrie’.

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Così il tentativo avvenuto a Verona di saldare il fondamentalismo sui temi bioetici e familiari con i principi politici del populismo europeo – sigillato dalla triade “dio, patria, famiglia” portata in piazza dai gruppi neofascisti italiani – certifica la nascita di un’ideologia delle ‘frontiere’ che intende proporsi come modello sociale ed economico alternativo alla civiltà dell’integrazione e dei diritti umani. Per questo, e non certo per disinteresse rispetto al tema centrale della famiglia, Francesco in merito al rumoroso congresso di Verona, finanziato ampiamente da enti vicini alla Casa Bianca, ha detto semplicemente: «Mi è stata fatta una domanda sul raduno delle famiglie, non so cosa sia, davvero, so che è uno dei tanti che si fanno».

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