Massimo Del Papa

Paranoia Airlines di Fedez è un album di rara insignificanza

Paranoia Airlines di Fedez è un album di rara insignificanza

27 Gennaio 2019 12.00
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Fedez, il dinosauro, scende da un aereo con la carlinga battezzata dal nuovo parto, Paranoia Airlines, che colpo di originalità, ma soprattutto che prova di modestia per uno che si pone come insicuro, esitante. E il nuovo parto da dare in pasto stavolta non è un figlio ma un album da presentare all'aeroporto di Linate: non saranno i tirannosauri Rolling Stones, che 15 anni calavano da una mongolfiera, ma è per ribadire uno status che, nella trap e nel rap di consumo, è sempre più messo in dubbio dai nuovi ragazzi. È questo un tempo frettoloso, Kronos non è mai stato tanto ingordo di figli da divorare e a 30 anni ancora da compiere un rapper che non è un rapper, che ha sempre faticato ad accreditarsi in quanto tale, si vede morso alle caviglie: non è mai stato tanto chiaro come a X Factor.

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Lui, il trentenne dinosauro giudice, sazio di tutto, e di fronte il velociraptor Anastasio, vent'anni appena, che ha fame di tutto e si merita l'onore delle armi del dinosauro precocemente invecchiato. Fedez, dato per fatuo, arrivista, minaccia d'essere meglio di così: dà l'idea di uno che non ha mai asciugato le vecchie ferite, le antiche offese; è difficile se sei cresciuto a Buccinasco dove i tamarri, destinati a sicura delinquenza, ti tolgono le scarpe, t'impongono l'umiliazione nazista dei piedi nudi e allora covi una brama di rivalsa infinita: tutto quello che vuoi, è arrivare fino in cima al grattaccielo di City life a Milano, affacciarti e in direzione di Buccinasco pensare: posto di merda, gente di merda, allora, dove siete adesso?

Fedez è destabilizzato dal suo cinismo e lo dice: non so più chi sono, ma quello che sono non mi piace. Probabilmente è sincero

Ma il posto di merda ti chiama, ti chiama. Fosse solo per poterne fuggire una volta di più. Fedez non c'è volta che non lo rievochi nelle interviste, si esprime col linguaggio forbito, vagamente questurino, sul quale ogni tanto scivola come fanno gli insicuri. Dinosauro uomo, giovane uomo sorpassato e spaventato e farcito di lussi, la cui fame si è mutata. Adesso ne ha di certezze, di garanzia di non perdere tutto. È destabilizzato dal suo cinismo e lo dice: non so più chi sono, ma quello che sono non mi piace. Probabilmente è sincero, forse gli hanno pure insegnato, o ha scoperto, che mostrarsi fragili come dei vincenti sanguinanti è sempre una buona politica.

I SINGOLI DI PARANOIA AIRLINES SI SONO SGONFIATI SUBITO

C'è chi dice: è preda della moglie, Chiara Ferragni, che in cinismo e in fama lo supera e non si fa scrupoli nel durare più che può, per lei pure, influencer trentenne, vale lo stesso che per i rapper, le più giovani, fresche, aggressive ti sfidano, ti attaccano. Forse Fedez, il marito, ha cominciato a rendersi conto che non ha senso restare in quel gioco, che conviene ridefinirsi ed è quello che tenta di fare con Paranoia Airlines, definito «disco bipolare»: da una parte la popstar aerospaziale, dall'altra uomo schiacciato da una gravità esistenziale.

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La bipolarità di Federico Lucia, da Buccinasco, si vedeva al talent, dove era attento a non umiliare i candidati e se pure li stroncava offriva sempre una motivazione tecnica, un incoraggiamento; se invece li sosteneva, la sua ammirazione pareva sincera, a volte perfino mortificata: lo so che meriti più di me. Dall'altra parte c'è il ragazzo ancora suscettibile, che se l'animalista Daniela Martani lo rimbecca sul voltafaccia delle pellicce, fatto per compiacere la moglie, annuncia immature querele; c'è il boss della musica che, almeno per come lo accusa l'impresario Francesco Facchinetti, affitta una suite al Principe di Savoia di Milano per portargli via gli artisti, per tramare. Alla guerra come alla guerra!

Fedez lancia iniziative allucinanti: il gratta e vinci in omaggio con cui vincere una cena coi Ferragnez, la paccottiglia delle piccole cose di pessimo gusto

Fedez dice del disco nuovo: l'ho voluto senza calcoli, senza pensare alla cassetta. Mette le mani avanti, perché i primi due o tre singoli, quello dedicato al figlio, quello con Lara Larsson, Holding out for you, l'altro con Tedua e Trippie Redd, Che cazzo ridi, non sono andati granché bene, si sono sgonfiati subito. E lui: «Stavolta volevo fare un'opera di valore». Come a dire che prima, invece… Poi però lancia iniziative abbastanza allucinanti: il gratta e vinci in omaggio con il preacquisto con cui vincere una cena coi Ferragnez (e di che parlano, poi?), la paccottiglia delle piccole cose di pessimo gusto, da grandi magazzini, mantelline, ombrelletti, spugne da tutto a un euro.

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E non può mancare, ma questo ormai lo fanno tutti, la linea di abbigliamento, battezzata “capsule collection”, coi dozzinali cappelletti, calzettoni, felpe, Dio mio no, ma perché poi uno dovrebbe pagare lui per sponsorizzare una popstar in aeroplano? Però è la «linea the Ferragnez», li hanno disegnati insieme. Ragazzi pieni di talento, a volte con mamme novelliste che scrivono romanzi porno. Sicché, quanto a non pensare alla cassetta, se non siamo alla bipolarità, meglio alla schizofrenia, poco ci manca.

UN ALBUM DI RARA INSIGNIFICANZA CHE SUONA GIÀ VECCHIO

Ma insomma come suona questo Paranoia Airlines, con cui sperimentare, oltre il rap, diluito nel pop, nell'emo-rap che sarebbe le progressioni rallentate del punk 2.0, quello che ha cresciuto Fedez, Blink 182 et similia, che i puristi chiamano «punk da supermercato»? Beh, il disco è di rara insignificanza, perfino per gli standar attuali dove, con rispetto parlando, c'è poco da ridere. Non è un album di esperimenti: è un disco di troppe cosette dentro, di troppe canzoncine, perché una roba da 16 brani o è un capolavoro che ti esce dalle viscere o è la fuffa con cui riempire le teste.

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Non è il disco di un giovane uomo confuso, o se lo è non scava abbastanza a fondo perché si contenta d'impattare il solito target sui dodicenni, che però non è più il suo. Non è un disco provocatorio, ma di quell'indefinita mistura che va bene mentre aspetti la metro che tarda, gli auricolari ben piantati. Lascia perdere i singoletti già usciti, prendi Amnesia, trionfo di parole declamate alla tamarra in salsa autotune. Sì, ma il pezzo com'è? Ed è una domanda che potrebbe andar bene per ciascuno dei 16 episodi. La paraculata di Kim & Kayne, cioè paragonarsi in quanto Ferragnez, a quei due americanoni, tutti carte di credito e lusso liofilizzato, sarebbe guardarsi dentro con amara ironia, oppure mandare un preciso segnale di opulenza svaccata, che poi la mamma di turno spaccia per “sani valori”? No, non si capisce.

Manca, diremmo, la curiosità onnivora, la sfida culturale per osare davvero, per crescere sul serio a costo di sbagliare

Che cazzo ridi, per dire, vorrebbe trasmettere gelida alienazione, ma si risolve in cosa? In un esercizio calligrafico di scuola di questi suoni che girano in questi anni, innervano radio, film, giornate vane ma davvero non si riesce a definire? È musica? È un ibrido programmato? Di sicuro è un loop circolare, il deus ex machina Michele Canova sarà pure più uno psicologo che un produttore, come lo vuole Fedez, ma anche lui (e lo stesso vale per gli ospiti, Annalisa, Emis Killa) sembra risentire della stessa acerbità: agitarsi nell'acqua che si conosce (e questo viene inteso come sperimentare), cercare di pestarla nel mortaio, ma senza mai uscire dallo stagno. Pensando che basta la logorrea della parole a dire quello che, in realtà, non si sa dire, non si ha ancora il coraggio di dire.

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Ma il post rapper dovrà pure imparare che il gergo ammiccante è l'opposto di un documento di coscienza, che a un certo punto bisogna asciugare, dire meno per dire di più. E tornare a qualcosa di nuovo, ovvero di antichissimo: basta con la paccottiglia dei suoni liofilizzati. Manca, diremmo, la curiosità onnivora, la sfida culturale per osare davvero, per crescere sul serio a costo di sbagliare. Il che non significa dare lezioni a nessuno, ma semplicemente che c'è un mondo, là fuori, da esplorare per un artista che con questo disco, sospeso fra cassetta e non cassetta, voleva forse rifugiarsi in se stesso e scrollarsi di dosso, almeno per un attimo, il glamour, l'hype, la tivù, le promozioni, la moglie, la mamma, la suocera, i clan familiari e il vecchio ragazzo a piedi nudi. E non ce l'ha fatta. E ne è uscito ancora più datato. Il confronto sarà impietoso coi giovani e forse davvero stavolta la cassetta non sorriderà. Almeno è un intento. Ci si può lavorare. In fondo, anche se sei dinosauro, hai appena 30 anni.

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