Francesca Buonfiglioli

Parma, così Grillo ha abbandonato la sua Stalingrado

11 Ottobre 2016 16.55
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da Parma


Elegante, ordinata, in una parola: ducale.
Potrà anche essere stata una Stalingrado, ma Parma mantiene tutta l’aria della Petit Paris emiliana.
Con il suo corso, le erre mosce eredità francese, i negozi dalle vetrine luminose, i bar ai cui tavolini siedono pensionati che fanno colazione con cappuccio e briosche e le biciclette che attraversano il centro.
I veleni che hanno accompagnato il divorzio del sindaco Federico Pizzarotti dal Movimento 5 stelle sembrano lontani, confinati alle pagine di giornale. O avvolti nei cappotti e nelle sciarpe spuntati col primo freddo padano, quello umido che entra nelle ossa.
È STATO UN TRADIMENTO? A ricordarli solo una civetta ai piedi dell’edicola a due passi dal Comune: «Pizzarotti ha tradito gli elettori», si legge nello strillo in bianco e nero di un settimanale locale.
«Chi ha votato 5 stelle credo si sia sentito tradito, questo sì», dice a Lettera43.it Giulio, titolare di una tabaccheria poco lontano. «E cioè chi lo aveva scelto, nonostante fosse uno sconosciuto, solo per il simbolo di Grillo».
Cosa cambia ora? «Non molto. Certo che il Movimento 5 stelle con lui non si è comportato bene, anzi», allarga le braccia mettendo in chiaro che no, lui non l’ha mai votato.
Eppure lo sgarro è rimasto impresso. Perché per Giulio, e molti altri parmigiani, «Pizzarotti magari non ha brillato, avrebbe potuto fare di più, ma almeno ci ha fatto stare a galla». E non si meritava un trattamento del genere.

Parma, all’orizzonte un futuro senza stelle: nasce Effetto Parma

Qualcosa però cambierà, almeno nella galassia cinque stelle di Parma.
Seguendo il sindaco, 17 dei 18 consiglieri di maggioranza martedì 11 ottobre hanno lasciato il Movimento e dato vita al gruppo Effetto Parma. 
La fine dell’esperienza di governo pentastellata.
O, meglio, di quella ufficiale.
IL PASTICCIO DEL M5S IN MINORANZA. Perché da gennaio con l’espulsione del consigliere ‘dissidente’ Mauro Nuzzo, convolato al Misto con il collega Fabrizio Savani, il Movimento in realtà si è sdoppiato e siede anche nei banchi dell’opposizione.
Il fantomatico staff era stato messo al corrente dell’anomalia, ma anche in questo caso non è intervenuto lasciando di fatto i fuoriusciti, che si considerano detentori dell’unico verbo pentastellato, in un limbo. 
In attesa di sbrogliare la matassa, a prevalere è la delusione.
«La cosa triste», confessa un eletto pizzarottiano, «è che ormai stare dentro o fuori questo M5s è la stessa cosa».
Dietro l’angolo poi ci sono le Amministrative. Ma non è detto che Pizzarotti alla fine decida di ricandidarsi alla guida di una sua lista civica. Come non è scontato che lo faccia il Movimento. O ciò che ne resta.
CACCIA AL LOGO. «Quello è un logo che fa gola a molti», fa notare Michele Morini, ex attivista fondatore nel 2005 del primo MeetUp di Parma e del Forum 280 da cui nacquero le liste civiche.
Ora che la grana Pizzarotti si è autodisinnescata, potrebbero spuntarla Nuzzo e Savani con il gruppo Amici di Beppe Grillo. Sempre che il capo non opti per la soluzione più drastica e semplice: rinunciare a presentare una lista, come già accaduto a Rimini, Ravenna e a livello regionale in Sardegna.
In realtà il simbolo M5s, gelosamente custodito da Grillo, a Parma viene usato in modo disinvolto. A quanto risulta a L43, alcuni ex attivisti continuano a esporlo senza incorrere in sanzioni di sorta durante conferenze stampa organizzate con il Movimento nuovi consumatori, fustigatore seriale della Giunta.

Palmas: «Da anni Grillo ha abbandonato Parma a se stessa»

La sensazione, forse qualcosa di più, è che Grillo abbia mollato Parma. E non da oggi.
La sospensione di Pizzarotti seguita alla presunta «mancanza di trasparenza», è il ragionamento, «è stata solo un pretesto». E per di più maldestro.
Ne è convinto Cristian Palmas, ex attivista e non certo un sostenitore del sindaco.
I SOSPETTI DEL 2013. Dall’inizio del 2013, Palmas e altri pentastellati espressero dei dubbi sulla gestione pizzarottiana. «Non lanciammo accuse», ricorda a Lettera43.it. «Chiedevamo una verifica politica sul suo operato, per capire se gli atti fossero o meno in linea col programma M5s». Una verifica che venne allargata ai consiglieri e a tutti gli attivisti, «nella forma di una discussione amichevole».
«Dopo mesi di silenzio», continua, «a luglio Pizzarotti disse invece peste e corna della verifica, ci accusò di tramargli alle spalle».
«Non sbandierammo ai quattro venti il problema», assicura. «Cercammo di allargare il dibattito. Ma eravamo in minoranza. Non volevamo però essere solo cheerleader di partito, creare consenso intorno alla Giunta».
LO STRAPPO DEI 10. La situazione toccò un punto di non ritorno a inizio aprile 2014: «Fu convocata un’assemblea per discutere i problemi a livello nazionale e locale. Ma si trasformò in un processo ai danni miei e di altri. Fummo accusati di tradimento», insiste Palmas che, tra l’altro, in quel periodo faceva parte del collegio di garanzia del M5s.
I 10 attivisti uscirono così in blocco da ‘Parma in Movimento’. Lo staff naturalmente venne informato: «Segnalammo il problema. Non ci rispose nessuno. Mai. Sarebbe bastato un intervento di Beppe».
Un modus operandi che i vertici hanno ripetuto con Pizzarotti. «Grillo ha abbandonato Parma a se stessa», ripete Palmas.
Ma perché ignorare la prima Stalingrado pentastellata?
LA RESA DEL CAPO. «Perché il Movimento era una forza giovane, spinta più dall’entusiasmo che dalla effettiva competenza. Gli attivisti hanno cominciato a rappresentare un problema, a non essere degni di fiducia», dice l’ex attivista.
Ma soprattutto perché «Grillo sapeva da tempo che Pizzarotti era perduto».
Nonostante questo, per Palmas, Grillo con Pizzarotti ha fatto l’ennesimo autogol: «Non solo ha imbarcato parlamentari senza arte né parte, ma con il sindaco ha tenuto un comportamnento disonesto. In più non è stato coraggioso: poteva assumersi due anni fa la responsabilità politica di cacciarlo. Invece il Movimento ha proceduto con due pesi e due misure. Se ha amministrato tanto bene, come hanno ripetuto recentemente Di Maio e Di Battista, allora perché l’hanno sospeso?».

M5s, gli anni del grande freddo

La verità è che ufficialmente nessuno conosce le cause del grande freddo. Nemmeno la maggioranza M5s.
In archivio ci sono solo anni di silenzio, di latitanza da parte dei vertici. Solo mail e messaggi dall’anonimo staff. 
«Li abbiamo invitati qui a discutere, a visionare i documenti», dice Marco Vagnozzi, presidente del consiglio Comunale. Nulla.
Il ‘peccato originale del sindaco’ resta il nodo inceneritore: «In campagna elettorale», ricorda Vagnozzi, «promettemmo di fare il possibile per chiuderlo, non che lo avremmo chiuso».
Fu Grillo, mesi dopo la vittoria al ballottaggio, a mettere il carico da 90 con una boutade da capocomico.  «L’inceneritore qui non lo faranno mai», disse il 27 settembre 2012, «oppure dovranno passare sul cadavere di Pizzarotti».
Ignorando che governare significa mediare, agire concretamente nei limiti della legge. E scendere dalle barricate ideologiche.
QUATTRO ANNI DI TRINCEA. Il ghiaccio via via si è fatto sempre più spesso.
E Pizzarotti si è trovato a governare una città con un debito monstre quantificato in 870 milioni, senza l’appoggio del suo ‘partito’ e sotto il fuoco del Pd locale.
Ora il rosso, secondo il sindaco, «è stato ridotto per il 45% e Parma gode di una buona stabilità economica».
Per anni il primo cittadino ha resistito.
Ha risposto puntualmente alle accuse rivoltagli dal Blog. È stato l’unico dei sindaci M5s indagati ad aver pubblicato l’avviso di garanzia.
LO STRAPPO DOPO L’ARCHIVIAZIONE. Una trincea durata fino all’archiviazione nella vicenda nomine al Teatro Regio. Davanti all’ennesimo silenzio ha detto basta.
Secondo qualcuno avrebbe potuto aspettare di essere cacciato dal gran capo, una strategia per passare da parte lesa. 
«Non vogliamo essere vittime», spiega però Vagnozzi. «Non lo siamo mai state».
Il sospetto è che dietro gli attacchi – a partire dal famoso post Capitan Pizza dell’8 aprile 2014 – non ci sia mai stato Grillo in carne e ossa, ma la comunicazione M5s.
Lo stesso vale per le voci sulle ambizioni nazionali del sindaco, usate come arma dai detrattori insieme con la sua affinità elettiva col Pd. O sul suo presunto ruolo di leader dei fuoriusciti.
«Federico non è Renzi che ha usato Firenze per arrivare a Palazzo Chigi. Parma è sempre stata la priorità», mette in chiaro Vagnozzi.
E i cittadini, per il presidente del Consiglio comunale, se ne sono accorti: «In tantissimi hanno fatto la ola alla notizia dell’addio al M5s», sorride. «Perché in una città il punto di riferimento è il sindaco, non il partito che lo ha espresso».
IL DESTINO EMILIANO.  La verità è che l’Emilia, culla del Movimento, è da subito apparsa ai vertici milanesi del M5s una spina nel fianco. Lo dimostrano le prime espulsioni: il ferrarese Valentino Tavolazzi, la forlivese Raffaella Pirini e i bolognesi Giovanni Favia, Federica Salsi e Andrea De Franceschi. La lista potrebbe continuare.
«Eravamo un gruppo coeso e organizzato», conferma Vagnozzi, «conoscevamo tutti i candidati, uno per uno».
Una forza che si fece conoscere alle Regionali del 2010. Mentre Roberto Fico in Campania e David Borrelli in Veneto si fermarono al 3%, in Emilia si arrivò al 7%.
Com’è finita è sotto gli occhi di tutti: Fico è entrato nel direttorio, Borrelli in Rousseau.
Mentre l’esperienza emiliana è andata dispersa. Fatta eccezione per Massimo Bugani, grande accusatore di Pizzarotti e uomo di fiducia di Grillo a Bologna, chiamato alla corte dei Casaleggio.

Morini: «Il miglior alleato di Pizzarotti è un’idea nuova»

Quale sarà il futuro di Pizzarotti se lo chiedono in tanti, e non solo a Parma.
«Di certo non tornerà a fare il tecnico informatico», dice Morini. «Il tesoretto di consensi che si è costruito non può andare sprecato. In questi anni è riuscito a cementare la sua maggioranza, un lavoro certosino che dimostra come in realtà abbia la pelle dura».
Per il momento, ci sono solo idee e ipotesi.
IL MEETING PRIMA DEL REFERENDUM. Prima del referendum è previsto un meeting tra sindaci ed ex sindaci virtuosi.
Giuliano Pisapia ha già accettato.
Sul tavolo potrebbe esserci la creazione di un network di amministratori, al di là del colore politico, in grado di influenzare le politiche del governo e farsi portavoce delle esigenze della periferia: dai fondi necessari ai Comuni allo snellimento di una inutile burocrazia.
IN CERCA DI UN FORMAT POLITICO. «Pizzarotti potrebbe lanciare un nuovo format di politica veramente orizzontale, partecipata. Radicata nel territorio, che non insegua i titoli dei giornali e libera da cerchi magici», ipotizza l’ex attivista. «E se riuscisse a influenzare anche le Basi di altri partiti, dai civatiani a Sel, allora sarebbe un grande successo».
Perché no, ridando voce al movimentismo diffuso che con la caduta di Silvio Berlusconi è scomparso.
Morini su una cosa non ha dubbi: «Il miglior alleato di Pizzarotti in questo momento è un’idea nuova».
E forse i tempi sono maturi.


Twitter @franzic76

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