Armando Sanguini

La fiera dell'ipocrisia sulla Supercoppa italiana in Arabia Saudita

La fiera dell’ipocrisia sulla Supercoppa italiana in Arabia Saudita

04 Gennaio 2019 15.44
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L’Arabia Saudita è un Paese democratico? No. Vi è parità di diritti tra uomini e donne? No. È un Paese dove si pratica la pena di morte? Sì. Dove si reprime il dissenso? Sì. A fronte di queste domande che odorano di retorica tanto ne sono scontate le risposte, dobbiamo chiederci se vi sono altri Paesi nel mondo nei quali vige la medesima realtà e non possiamo che dare lo stesso riscontro: sì, ve ne sono altri, anzi, parecchi altri. Potremmo anche domandarci da quanto tempo conosciamo il trattamento dei “diritti umani” osservato in Arabia Saudita e in pari tempo scorrere le statistiche delle nostre relazioni commerciali e finanziarie con quel Paese così come con gli altri Paesi che possono essere affiancati all’Arabia Saudita. Lo conosciamo da sempre, cioè fin dalla nascita di quello Stato e con quello Stato abbiamo intrecciato da sempre intensi rapporti. Grazie al petrolio? Certo. Grazie alla domanda saudita dei prodotti italiani? Certo.

MISSIONE DI DONNE D'AFFARI ITALIANE GIÀ NEL 2004

E “i diritti umani” come li abbiamo tenuti in conto mentre compravamo (e compriamo) quel petrolio e mentre vendevamo (e vendiamo) i nostri prodotti, per non parlare del gradimento manifestato in merito agli investimenti sauditi in Italia? Come accettare in questo contesto le visite effettuate in Arabia Saudita da parte di tanti uomini e tante donne d’affari italiani per cogliere le opportunità di affari offerte da quel Paese quando queste disparità di trattamento erano sotto gli occhi anche di chi non voleva vedere? Ho il personale ricordo di una missione di donne d’affari italiane nel lontano 2004 e della loro soddisfazione al termine della visita. E allora i limiti imposti alle donne erano ben più visibili e marcati di quanto non lo siano adesso.

CON BIN SALMAN SI STA MENO PEGGIO CHE 10 ANNI FA

Che piaccia o meno, in questi ultimi anni il Paese è stato interessato da una lenta, per noi lentissima ma comunque positiva, progressione riformista nei riguardi della donna; progressione che ha subìto una notevole accelerazione in quest’ultimo biennio su impulso del principe ereditario Mohammed bin Salman, detto MbS. Certo, si è trattato di una progressione promossa dall’alto, dal potere assoluto che MbS incarna e che si manifesta anche contro gli attivisti dei diritti umani. Ma la donna sta meglio o, se si vuole, meno peggio adesso che nel precedente decennio.

IL CALCIO NO, MA IL TENNIS E LA FORMULA 1 VANNO BENE?

Forse val la pena di ricordare che solo fino a qualche mese addietro le donne non potevano fare le commesse, non potevano guidare, eccetera. Non potevano entrare negli stadi. Adesso lo possono fare – e da sole – anche se esclusivamente nell’area riservata alle famiglie. E adesso si grida allo scandalo per questa «inammissibile violazione dei diritti umani» e si invoca la cancellazione della Supercoppa italiana di calcio prevista a Gedda il 16 di gennaio 2019 tra Juventus e Milan, complice un contratto milionario della durata di 5 anni. Perché non lo si è fatto e non lo si fa per le partite di tennis o per le corse di Formula 1?

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Qualcuno è arrivato ad affermare «mi fa schifo che una finale tra queste due squadre si giochi in un Paese islamico, dove le donne non hanno il diritto di entrare allo stadio se non accompagnate dai mariti». E questo qualcuno è niente di meno che il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, un campione dei diritti umani che il mondo intero ci invidia – ricordiamo i suoi apprezzamenti per i meridionali? – e di cui riconosce anche la capacità di farsi estimatore, quando conviene, delle opportunità d’affari per le nostre aziende nel Golfo, a cominciare dal Qatar.

PER COERENZA ALLORA INTERROMPIAMO LE RELAZIONI BILATERALI

Forse bisognerebbe ricordare a questo cittadino italiano e membro del governo – e assieme a lui quanti hanno mostrato di condividerne il pensiero – che un’elementare coerenza con tale visone delle cose implicherebbe la decisione di interrompere le relazioni bilaterali con l’Arabia Saudita e con le decine di altri Paesi nei quali si praticano queste disparità. Ma non lo farà così come si guarderà bene dall’interrogarsi sulle ragioni storiche, politiche, sociali, culturali e religiose che le hanno determinate e su quelle che stanno adesso promuovendo il loro progressivo superamento.

OCCUPIAMOCI DELLA CONDIZIONE FEMMINILE IN CASA NOSTRA

Non lo farà perché oggi è il momento di cavalcare i “diritti delle donne”, ma domani probabilmente sarà il momento di cavalcare gli “interessi” anche a scapito di quei diritti e dei “diritti umani” in generale. Perché ciò che in definitiva conta è mettersi al vento del consenso, non del merito dei problemi. Merito che nel caso di specie dovrebbe indurre a incoraggiare quella monarchia – come i tanti altri Paesi che ne condividono le caratteristiche di fondo – ad andare avanti sulla strada intrapresa nel rispetto della loro storia, della loro cultura e, in definitiva, della loro identità. Dovrebbe anche indurre a riflettere sulle ragioni per le quali il governo italiano è sotto la lente di ingrandimento della Corte europea proprio in materia di rispetto dei “diritti umani”. Così come sulle ragioni per le quali l’Italia è terra nella quale le donne continuano a essere pagate meno degli uomini a parità di ruolo e responsabilità.

IL MONDO PRODUTTIVO GUARDA CON INTERESSE I SAUDITI

Aggiungiamo un piccolo dettaglio: non sono stati loro, i sauditi intendo, ma neppure i qatarini e gli emiratini, per restare nel quadrante del Golfo, a cercarci. È stato esattamente il contrario, a cominciare proprio dall’Arabia Saudita (1932). E anche adesso il nostro mondo produttivo segue con grande attenzione e interesse le opportunità che la cosiddetta “Vision 2030” il grandioso progetto saudita di diversificazione economica e di emancipazione dal petrolio sta offrendo agli investitori del mondo intero; opportunità che e ben colte porteranno quel Paese a integrarsi sempre di più nel processo di globalizzazione e di condivisione internazionale, anche dei valori universalmente sanciti dalla carta delle Nazioni unite.

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