La crisi della rappresentanza e gli eccessi della super individualizzazione

Giorgio Triani
11/12/2023

Partiti e sindacati continuano a perdere iscritti. Del resto nella società del “tutti fenomeni” e degli “io straparlanti” del web chi pensa - e sono la maggioranza - di essere speciale fatica a credere che qualche associazione possa parlare in suo nome. Ordinarietà e normalità sono oggi due stati e modi di vivere fra i più disdegnati.

La crisi della rappresentanza e gli eccessi della super individualizzazione

«Chi rappresenta chi?». È una domanda la cui risposta nel 2023 continua a essere quella che l’Avvocato Gianni Agnelli 40 anni fa ripeteva a quanti denunciavano l’abuso di potere dei soliti noti nelle assemblee degli azionisti delle grandi imprese: «I voti non si contano. Si pesano». Oggi infatti volessimo pesare la rappresentanza delle principali associazioni di categoria, imprese e lavoratori, nel più ampio contesto della società italiana dovremmo prendere atto che non sono i numeri a fare testo. Bensì l’auto-attribuzione di un ruolo importante, se non dominante, che fa riferimento più che al presente alla storia. Ossia ciò che sono stati (partiti, sindacati, associazioni di categoria), ma che ora non sono più o sono sempre meno. Il discorso vale in tutti gli ambiti in cui c’è qualcuno che parla a nome di qualcun altro (nei talk televisivi come nelle assemblee di quartiere o nei comitati di lotta). Su questo ritornerò. Ora vorrei riprendere il quesito iniziale, «chi rappresenta chi?», che mi sono posto una sera seguendo il faccia a faccia tra Maurizio Landini e Carlo Bonomi proposto da Sky Tg24 Economia. Dal momento che rappresentano il più grande sindacato nazionale (la Cgil) e la più importante associazione imprenditoriale (Confindustria). Come dicono i numeri, anche nel mostrare una caduta di iscritti e un vistoso appannamento d’immagine e di potere.

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Maurizio Landini e Carlo Bonomi (Imagoeconomica).

Nel 1980 uno su due era iscritto ai sindacati: oggi se togliamo i pensionati…

Gli iscritti ai sindacati erano uno su due nel 1980, uno su tre nel 2005, nel 2021 risultavano complessivamente poco meno di 11 milioni, ma di questi circa il 50 per cento sono pensionati. Quindi se consideriamo i lavoratori attivi, la percentuale scende al 25 per cento o poco più. Cioè uno su quattro. Il 30 per cento più o meno pare d’altronde essere la percentuale di iscritti alle principali associazioni imprenditoriali. Complessivamente le imprese italiane (grandi, medie e piccole), ossia industriali, commerciali e artigianali, secondo l’ultima rilevazione Istat 2021 sono 4 milioni 540 mila 634. Ma se facciamo la somma degli iscritti a Confcommercio (750 mila), Confesercenti (350 mila), Confederazione nazionale dell’artigianato (715 mila), Confindustria (150 mila) arriviamo a 2 milioni di imprese iscritte. Meno del 50 per cento. Ma il dato quantitativo calante deve anche fare i conti con le caratteristiche dimensionali e qualitative. Nel caso delle aziende artigianali sempre meno sarti, pellettieri, falegnami, in pratica l’artigianato artistico del “fatto a mano”, e sempre più artigianato di servizio (estetiste, cura delle persone, turismo).

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Manifestazione di piazza dei sindacati (Getty).

I big industriali di un tempo: Agnelli, Carli. Adesso c’è Bonomi

Per gli industriali invece la crisi di rappresentanza riguarda le grandi aziende che hanno scelto domiciliazioni estere dove la governance societaria ha vincoli blandi e si pagano meno tasse. La fuga dall’Italia verso i paradisi fiscali esprime anche il diminuito interesse del grande padronato per le vicende politiche nazionali. Che si manifesta anche nel progressivo scadere della caratura e dell’immagine dei leader confindustriali. I big di un tempo (Gianni Agnelli, Guido Carli, Vittorio Merloni) sono un ricordo. Ora è il tempo di Bonomi, che – come il suo predecessore Vincenzo Boccia – prima di diventare presidente era sconosciuto ai più.

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Una mostra su Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Il 48 per cento degli italiani pensa che i partiti non servano

Sono però i partiti politici e la politica tout court che (non) stanno facendo i conti con una crisi di rappresentanza che più o meno coincide con il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. E che attualmente si riassume in due dati. Uno quantitativo. Siamo al 50 per cento di elettori votanti, che nelle ultime elezioni amministrative – Comuni e Regioni – sono scesi anche al 30 per cento. A dire che la stragrande maggioranza degli italiani non si sente rappresentata e nemmeno ne sente il bisogno, se è vero che il 48 per cento degli italiani nel 2021 (“Gli italiani si sentono più cittadini del mondo che europei” – Euractiv Italia) si è dichiarato convinto che «i partiti politici non siano indispensabili per la democrazia».

Una crisi d’identità spiegata bene dal caso “Noi moderati”

Il secondo dato indica la scomparsa dei luoghi fisici (le sezioni di partito), dunque anche dei militanti in carne e ossa (attivisti). In questo stato liquido o gassoso si accomoda anche quel che resta degli orientamenti ideali e culturali dei grandi movimenti e partiti di massa del secolo scorso. Non chiedete a Matteo Salvini, Carlo Calenda, Giuseppe Conte ed Elly Schlein qual è il loro pensatore o ideologia di riferimento, intesa come sistema organico di valori. Perché non saprebbero rispondervi: non ce l’hanno. Ma forse nel suo piccolo è “Noi moderati”, che nella sua vaghezza (moderati rispetto a cosa?) ed esiguità di voti (meno dell’1 per cento) che però lo collocano al governo, esprime bene il punto di caduta estremo della rappresentatività dei partiti politici.

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Il Consiglio nazionale di Noi moderati (Imagoeconomica).

Continuo moltiplicarsi anche delle appartenenze di genere

Ma la crescente difficoltà a “parlare a nome di”, a rappresentare parti consistenti di opinione pubblica, dipende dalla iper segmentazione della società, ossia dal fatto che i grandi aggregati (soprattutto di classe) si sono dissolti. Più o meno come è accaduto e sta accadendo per i prodotti, per i media, per la moda. Non c’è mercato che non sia soggetto alla “killer competition” che scaturisce dalla continua proliferazione di nuovi prodotti (più di 30 mila all’anno, dati Mintel Npd), nuove marche, nuovi attori. Un “di tutto, di più e di ogni” che vede moltiplicarsi e assottigliarsi le audience mediali, ma anche le appartenenze di genere e attribuzioni socio-demografiche. Nel 2022 un’inchiesta del settimanale francese L’Express ha fatto scalpore, segnalando l’aumento vertiginoso delle diversità di genere e variazioni sessuali: da due poi tre (uomo, donna, transgender) siamo arrivate a 48. Tant’è che ora l’originario Lgbtq ha aggiunto un + che preannuncia altre aggiunte.

Società della singolarità: ognuno è spinto a raccontarsi e accreditarsi

Qualche tempo fa papa Francesco ha evocato l’immagine del poliedro. Metafora geometrica che vuole significare la capacità di armonizzare e rendere compatibili idee/interessi anche molto diversi fra loro. Ma allo stato attuale qualsiasi tipo di sintesi deve fare i conti con la “Società della singolarità”, affermatasi nell’ultimo ventennio, e che secondo Andreas Reckwitz è un ulteriore e potente fattore di frammentazione sociale. Perché la “super individualizzazione”, evocata dal sociologo tedesco, spinge ognuno (persone, gruppi, ma anche territori e città) a raccontarsi e accreditarsi, si tratti anche di una vacanza o di un atto di consumo, come unico e speciale. Di sottrarsi all’ordinarietà e alla normalità: due stati e modi di vivere che sono oggi fra i più disdegnati. Il problema però è che chi pensa – e sono la maggioranza – di essere speciale e unico fa molta fatica a credere che qualcuno possa rappresentarlo. Not in my name (non a mio nome), per evocare il noto slogan movimentista. Nella società del “tutti fenomeni” e di “Io straparlanti”, che la digitalizzazione e il web hanno fatto esplodere, qualsiasi serio discorso sulla rappresentanza/rappresentatività deve partire da questo dato di realtà. Che è drammatico.