Passaggio in India

Gea Scancarello
24/12/2010

Perché la tigre asiatica attira i grandi della Terra.

Il primo a presentarsi alla corte di Manmohan Singh, nel luglio scorso, è stato David Cameron. Tra una foto di rito e l’altra, il primo ministro indiano e quello britannico hanno siglato accordi per 1,1 miliardi di dollari: solo un assaggio di tutti quelli che sarebbero piovuti nelle casse di Nuova Delhi di lì a poco.
Dopo tre mesi, è stata la volta di Guido Westerwelle, il ministro degli Esteri tedesco: strette di mano, interviste congiunte e l’impegno di costruire nel Paese nuovi centri di ricerca tecnico-scientifici.
Dopo poco, Mumbay si è bloccata per l’arrivo di Barack Obama. Insieme a lui una delegazione di 200 businessman che, in quattro giorni, hanno firmato contratti per 12 miliardi. Un record battuto a dicembre da Wen Jiabao, primo ministro cinese: 400 uomini al seguito e altri 16 miliardi per Delhi.
Infine, è stato il turno del presidente russo Dmitri Medvedev, che ha piazzato a Singh 300 jet militari, rifornimenti di gas naturale e know how nucleare per un interscambio commerciale che toccherà i 20 miliardi di dollari in cinque anni. Calcolatrice alla mano, un tesoretto da poco meno di 50 miliardi in sei mesi: dieci volte la manovra finanziaria italiana, per dare l’idea.

Il Pil a +8,5% attira gli investitori stranieri

Che India (e Cina) si siano lasciate alle spalle la crisi del 2008 è sotto gli occhi di tutti. Il Prodotto interno lordo (Pil) di Mumbay è aumentato del 7,4% anno su anno nel 2008 e 2009, in lieve calo rispetto al 9% del 2007; ma è tornato a galoppare nel 2010, con previsioni di crescita che oscillano tra l’8,5 e il 9%. In pole position i servizi, che contano per il 55% del Pil; quindi l’industria con il 28,2% e infine l’agricoltura con il 17% circa.
ALLA CORTE DI SINGH. Fa notizia invece lo sgomitare dei leader di mezzo mondo per essere ricevuti dal primo ministro Singh e dai suoi plenipotenziari non appena finita la crisi. «Potremmo credere che si tratti di una coincidenza, ma sarebbe da ingenui», ha spiegato a Lettera43.it Kumar Anand, analista indiano del centri studi Asianomics, con sede a Hong Kong. «La verità è che c’è stata una accelerazione nel ruolo dell’India sulla scena mondiale. Tutti vogliono marcare il territorio, perché il Paese si prepara a una rivoluzione economica: spostare il proprio baricentro dai servizi all’industria».

Dai servizi all’industria: comincia una nuova era

La produzione indiana oggi si concentra su tre settori chiave: l’acciaio, il tessile e l’automobile. La maggior parte degli altri beni devono essere importati, con un esborso di 264 miliardi di dollari l’anno. Questo nonostante la nazione possa contare sui 720 milioni di persone in età lavorativa, il 65% del totale, e un costo del lavoro tra i più bassi al mondo.
LA NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. «Le liberalizzazioni del 1991 in India portarono grande incertezza: il governo in teoria si ritirava dai mercati ma in pratica è rimasto confusamente al loro interno. Inoltre, all’epoca il Paese mancava di qualsiasi infrastruttura base, dalle strade alle centrali elettriche: pochi se la sono sentita di investire nell’industria», ha spiegato Kunal Kumar Kundur, economista di Bangalore. «Ripiegare sui servizi è stata una scelta obbligata: il settore è molto più volatile e meno radicato sul territorio. Così l’India ha avuto uno sviluppo anomalo: da società agricola in società di servizi, saltando il passaggio intermedio della rivoluzione industriale».
SODDISFARE LA DOMANDA INTERNA. L’esplosione della domanda di beni della classe media, l’economia in ascesa inarrestabile e il debito pubblico fermo al 57% del Pil, nell’ultimo decennio hanno però cambiato le carte in tavola. E a Nuova Delhi hanno pensato che fosse giunto il momento di invertire la rotta: non fosse altro che per ridurre il deficit commerciale pari a 60 miliardi di dollari annui.
«L’affrettarsi degli stranieri va quindi letto in duplice maniera: da un lato, forniranno all’India materiali e conoscenze per dotarsi dell’infrastruttura necessaria a tale sviluppo», ha proseguito Kundur. «Dall’altro, vogliono radicarsi sul territorio per soddisfare le domande del mercato interno, ed evitare di farsi tagliare fuori quando il Paese sarà in grado di fare da sé».

Sviluppo e crescita locali, circolo virtuoso globale

Il gas naturale russo, che Medvedev fornirà copiosamente per i prossimi anni, è destinato ad alimentare il fabbisogno energetico in crescita dell’industria. Ma Mosca avrà un ruolo importante anche nella costruzione di strade, acquedotti, ferrovie e aeroporti, approfittando di un investimento complessivo di circa 350 miliardi di dollari.
Dalla Germania gli indiani assorbiranno il know how necessario a dotarsi del nucleare civile, avendo ottenuto il placet degli Stati Uniti, che nel luglio 2010 hanno rimosso l’embargo risalente all’era Clinton con cui proibivano a Delhi l’importazione di materiali e conoscenze high-tech. Tutti, infine, giocheranno una parte importante nella formazione della forza lavoro indiana.
IL GAP TRA DOMANDA E OFFERTA. La visione scintillante di una nazione di ingegneri e colletti bianchi non rende giustizia al quadro complessivo dell’economia indiana. Solo l’8% dei giovani ha accesso a un’educazione di alto livello e i pochi che possono permettersela difficilmente trovano lavoro in patria. Il resto ha impieghi di profilo medio e medio-basso, con scarsa organizzazione e alta dispersione di risorse ed energie. «I vantaggi del basso costo della manodopera indiana sono neutralizzati da tassi di produttività altrettanto bassi», ha spiegato Anand. «Gli investimenti stranieri nell’educazione e nella formazione sono necessari a colmare il vuoto tra la qualità della domanda e quella dell’offerta».
LO SVILUPPO CHE CREA LAVORO ALTROVE. La nuova politica industriale indiana ha poi un secondo riflesso non meno importante: ha trasformato il Paese in un mercato. «Fino all’anno scorso il motto è stato: l’India ci ruba il lavoro», ha proseguito l’analista. «Ma adesso tutti, Stati Uniti in testa, si sono resi conto che per ogni nuovo posto di lavoro creato in Asia ne nascono due in patria, come effetto della creazione di un mercato interno immenso. Quindi sono tutti in fila ad aiutare l’India nei propri progetti».
Non a caso sia l’Europa che Obama, negli ultimi mesi, si sono fatti portavoce di una spassionata candidatura del Paese per un seggio tra i membri permanenti delle Nazioni Unite. Anche a costo di indispettire la Cina, unica orientale nel club dei vincitori della Seconda Guerra mondiale.
LA LUNGA MANO DI PECHINO. Gli stessi cinesi, la cui economia non ha certo bisogno di spinte, con un tasso di crescita intorno al 9% annuo, sono sbarcati a Mumbay, nonostante la storica rivalità con i vicini. Jiabao e Singh hanno non solo stretto accordi per 16 miliardi di dollari, ma anche concesso dichiarazioni di rara distensione. «C’è abbastanza spazio al mondo per lo sviluppo sia della Cina che dell’India, e ci sono parecchie aree in cui possiamo cooperare», ha detto Jiabao ai cronisti.
«Pechino sta provando a escludere gli altri dalla competizione firmando accordi bilaterali a tutto spiano», ha spiegato a Lettera43.it Patrizio Tirelli, docente dell’Università Bicocca di Milano. «In questo modo cerca di eliminare il libero mercato e di rafforzare i propri privilegi, seppure in un Paese storicamente rivale». A conferma definitiva che qualcosa in India sta cambiando davvero.