Paul Volcker, il ritorno della coscienza americana

Mario Margiocco
06/12/2010

Come l’anziano ex presidente della Fed è diventato la voce critica dell'economia americana.

 

«Sono finiti i tempi in cui gli Stati Uniti potevano ragionevolmente pensare di essere la superpotenza con uno schiacciante potere finanziario e militare» diceva il 30 novembre scorso, a New York, uno dei personaggi che quel potere, sul versante finanziario, ha ben conosciuto e praticato nei decenni scorsi.
«La sensazione sempre più diffusa in gran parte del mondo è che noi abbiamo perduto sia la relativa supremazia economica e, cosa più grave ancora, abbiamo perduto un coerente ed efficace modello di governance in grado di venire emulato dal resto del mondo».
Se c’è una figura nel firmamento americano che ha diritto al titolo di elder stateman, condiviso con pochi altri come George Bush padre, Henry Kissinger, James Baker e un paio di ex senatori di entrambi i partiti, questi è Paul Volcker.

Un economista americano amico dell’euro

 

Era sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali quando nel 1971 il presidente Richard Nixon decise di abbandonare il sistema monetario di Bretton Woods, e guidò la Federal reserve dal 1979 al 1987, durante la più grande inflazione della storia americana, salvando il dollaro e con lui tutte le monete occidentali. 
È uno dei pochi sinceri amici americani dell’euro. E dall’87 è osteggiato da una Wall Street che non lo ha mai amato. Perché lui non ha mai amato la deregulation finanziaria, l’abbandono di regole forse vecchie, ma consolidate, sostituite da una pregiudiziale “fiducia” nella saggezza dei mercati, e da null’altro. I risultati li stiamo vivendo.
Volcker ha un ruolo secondario nell’amministrazione Obama come presidente di un comitato consultivo che il team economico presidenziale insediato nel novembre del 2008 ha fatto il possibile per ignorare. E lo ha ignorato soprattutto Larry Summers, l’ex ministro del Tesoro di Bill Clinton diventato superstratega economico di Barack Obama, e “allievo” di Bob Rubin che lo precedette al Tesoro con Clinton e che è stato il vero consigliere-ombra della Casa Bianca di Obama.
Ma Summers ha fallito, le sue previsioni sono state smentite, le sue politiche si sono rivelate inefficaci, le banche hanno ricevuto duemila miliardi (al netto dei rientri e dei rimborsi) ma l’economia non riparte. Summers torna ad Harvard. L’intero team si è sfaldato e resiste solo il ministro del Tesoro, Tim Geithner, ma non è chiaro per quanto ancora.
E resiste Paul Volcker, nel suo ruolo marginale di consigliere inascoltato, tirato fuori dalla naftalina solo nei momenti di crisi quando serve una figura autorevole e rispettata dagli americani, come nel gennaio del 2010 quando arrivò la choccante sconfitta democratica nel voto del Massachussetts per il seggio senatoriale che fu dei Kennedy. Servivano, per frenare la fuga dell’elettorato disilluso, promesse di una legislazione più efficace sulle banche. Volcker fu utilizzato brevemente come simbolo. Ma le promesse, in parte notevole, sono state disattese dalla riforma finanziaria varata nel luglio 2010.

Veterano della finanza, ma inascoltata da Obama

Paul Volcker sembrava destinato a ruoli più incisivi, durante la campagna elettorale del 2008. Aveva gettato il peso del proprio prestigio a favore di Obama, che amava photo opportunities in atteggiamento di studente rispettoso intento ad ascoltare il maestro. Ma vinte le elezioni fu la squadra di Rubin-Summers a prendere il comando.
Volcker, che probabilmente non avrebbe rifiutato, se sollecitato nel modo giusto, un biennio al Tesoro (nel novembre 2008 aveva da poco compiuto 81 anni). Ma fu messo da parte, e Summers si fece carico di emarginarlo e impedirgli ogni accesso diretto al presidente. Volcker era il passato, Summers il presente e il futuro.
L’anziano banchiere centrale confidava agli amici, nel 2009, di avere con la Casa Bianca i rapporti che poteva avere una “statua di cera”, come ricordava Jonathan Alter nel suo The Promise, la ricostruzione del primo anno di Obama.
Wall Street voleva il salvataggio delle banche affidato a mani di amiche, e lo ottenne. Volcker avrebbe preferito per le banche non aiuti a pioggia gestiti con molta discrezione (fino alle rivelazioni dei giorni scorsi) da Fed e Tesoro, ma la riedizione di qualcosa di simile alla Reconstruction finance corporation degli anni Trenta, che inevitabilmente avrebbe portato vari panni sporchi in piazza. E fu emarginato. «È triste vedere uno dei grandi uomini pubblici della nostra era onorato, ma messo da parte», fu l’amaro commento dell’economista Paul Krugman.

Punto di riferimento per i cittadini

Ma Volcker ha spesso parlato, e parla, certamente a un pubblico più attento e interessato di quello che potranno trovare Summers fra qualche settimana, tornato allo stato laicale, o Geithner, una volta lasciato il Tesoro.
Ospite a New York di Common Cause, una delle più note “lobby dei cittadini” che si battono per una maggior trasparenza nel governo, Volcker ha parlato il 30 novembre del diminuito ruolo degli Stati Unitie della crisi del modello americano, ricordando quanto già detto più diffusamente a Chicago il 23 settembre, e cioè che il sistema bancario-finanziario Usa è broken, in bancarotta, soprattutto nel suo nocciolo centrale della finanza immobiliare, sia per quanto riguarda le banche che il settore pubblico (le megafinanziarie nazionalizzate Fannie e Freddie).
Volcker ha parlato l’ultimo giorno di novembre, a New York, di broken financial markets, mercati finanziari in bancarotta, e questo in stridente contrasto con tutta la campagna elettorale condotta dal partito democratico – e dal presidente in prima persona – per le elezioni di midterm di un mese fa e che dichiarava di avere salvato i mercati finanziari. L’America vuole un dollaro forte, hanno ripetuto Obama e Geithner durente il recente viaggio in Asia. «La domanda sempre più insistente», dice ora Volcker, «è se l’eccezionale ruolo del dollaro (come moneta internazionale, ndr) può essere mantenuto».
Il 30 novembre Volcker, che già in una lunga intervista allo Spiegel aveva lamentato un anno fa la compromessa capacità americana di rappresentare «un principio di stabilità e ordine» (vai alla fonte) è andato oltre, criticando anche la politica.
«Mai come adesso vi è stato bisogno di una guida dalle idee chiare e fiduciosa, a livello nazionale e internazionale, è stato adesso», ha detto l’anziano banchiere centrale, lamentando negli Stati Uniti un «fractious political climate», un eccesso di divisioni e polemiche, in un Paese afflitto dai lobbisti e dalla ostinata ostilità a leggi di bilancio realistiche.

La voce critica dei passi falsi dell’America

Le idee fanno fatica a schiarirsi in un Paese diviso in due su cause e responsabilità della crisi finanziaria e del pessimo clima economico che ha generato. Per chi vota repubblicano la responsabilità è soprattutto dell’invadenza di Washington, (big government), dei burocrati e delle élites intellettuali e accademiche. Per gran parte degli elettori democratici la responsabilità è invece soprattutto del big business, di Wall Street, e dei potenti che la rappresentano.
Le famiglie americane hanno perso mediamente, tra deprezzamento degli immobili e dei risparmi, il 30% dei loro averi. Ma da Casa Bianca e Congresso non è venuta ancora una parola chiara sulle responsabilità, che sono sia della politica e burocrazia sia di Wall Street, e forse più di quest’ultima che ha spesso sollecitato la politica ad allentare i controlli. Ma non c’è ancora una storia ufficiale di che cosa è successo e perché, e quindi è stato difficile se non impossibile disegnare una efficace strategia di uscita.
La linea del presidente Barack Obama, espressa nel modo più completo in un importante discorso economico tenuto nell’aprile 2009 alla Georgetown University () indicava il salvataggio del sistema finanziario come prerequisito per una ripresa economica, ripresa che i consiglieri del presidente fissavano allora per l’autunno, cioè per un anno fa.
Poi spostarono la freccia sul giugno 2010. Ma gli ultimi dati dicono che la disoccupazione è in aumento, sia pure per frazioni di punto (vai alla fonte).
Ed è noto che la fine della crisi immobiliare è ancora lontana, forse fra un anno, forse a 2012 inoltrato. E forse ancora più in là.
Dopo essere stato trattato con rispetto solo apparente, e sostanziale disprezzo, da personaggi carichi di responsabilità nella genesi della crisi come Lawrence Summers, Volcker passo dopo passo, podio dopo podio, discorso dopo discorso, dice quello che pensa. Qualcuno dovrà pur raccontarla, con onestà e chiarezza, la storia di come l’America ha smesso di essere America.

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