La rimozione di Anna Maria Bigon è l’ennesimo boomerang per il Pd

Paolo Madron
26/01/2024

I 400 COLPI. Un tempo nel Pci vigeva il centralismo democratico. E a Verona pare esistere ancora, vista la punizione inflitta dal capo locale alla consigliera "dissidente" sul fine vita. Che passa per martire delle idee. Un assist per gli avversari che possono denunciare la mai sopita natura autoritaria di un partito che non ha ancora chiuso i conti col suo passato. Bella mossa.

La rimozione di Anna Maria Bigon è l’ennesimo boomerang per il Pd

Una volta, nel vecchio Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, vigeva il centralismo democratico. Di matrice sicuramente leninista, quindi indubitabilmente autoritaria, aveva però una sua plausibilità: nei congressi e nei comitati centrali si discuteva anche aspramente, ma poi si arrivava a una conclusione a cui anche chi aveva opinioni diverse si doveva adeguare alle decisioni della maggioranza. Così funzionava, in barba alle diatribe interne e ai drammi di coscienza di chi quel principio lo combatteva. Perché il bene supremo dell’unità del partito non poteva tollerare al suo interno forze e idee che rischiavano di comprometterla. Cosa sarebbe successo, seguendo la dottrina di allora, alla dissidente veronese Anna Maria Bigon che con la sua astensione ha favorito la bocciatura della legge sul fine vita voluta dal governatore Luca Zaia? Esattamente quello che ha fatto Franco Bonfante, il capo del Pd locale, che l’ha rimossa dal suo incarico di vicesegretaria provinciale e convocato una futura direzione si immagina per decidere ulteriori provvedimenti punitivi.

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Franco Bonfante (dalla pagina Fb).

Nel Pd, a differenza della destra, la dialettica interna ha ancora diritto di cittadinanza

La vicenda non è derubricabile a una bega periferica. Investe la natura e lo statuto di un partito dove ancora la dialettica interna ha diritto di cittadinanza. I giornali di destra ora irridono alla decisione di Bonfante. Ma la questione va molto oltre l’episodio che l’ha fatta diventare un caso nazionale. Si può pensare che un partito politico possa esistere e prosperare se consente ai suoi iscritti di pensarla diversamente? A destra, il problema non sussiste. Da sempre in Forza Italia il centralismo democratico coincideva con Silvio Berlusconi e i suoi desiderata. Idem nei vincitori di oggi, Fratelli d’Italia, partito che Giorgia Meloni e i suoi cari governano col pugno di ferro. E fino a qualche tempo fa era lo stesso anche per la Lega, dove Matteo Salvini faceva il bello e cattivo tempo senza che, come invece sta accadendo ora, si levasse qualche voce a contraddirlo.

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La segretaria del Pd Elly Schlein (Imagoeconomica).

Con la maldestra decisione di Bonfante, Bigon passa dalla parte del giusto e il Pd per un partito autoritario

Su quanto successo in Veneto se ne poteva serenamente discutere, il tema libertà di coscienza versus disciplina de partito ha rilievo e implicazioni tali da non poter essere risolto come l’effimera polemica del giorno. Invece ci ha pensato Bonfante a mortificarla con la sua decisione punitiva. Risultato: Bigon passa dalla parte del giusto, il Pd per un partito autoritario che reprime con l’accetta il dissenso. Bel risultato, ancora più grave e grossolano pensando che Bonfante, almeno se i protagonisti non mentono, non si è peritato di avvisare la segreteria regionale tanto meno il Nazareno delle sue intenzioni. Cosa che induce a farsi qualche domanda sulla adeguatezza del suo ruolo, visto che alla fine la sua maldestra iniziativa sta creando più clamore e problemi dell’astensione di Bigon sul fine vita. Che di colpo diventa una martire perseguitata per le sue idee, la testimonial di una sinistra settaria e intollerante che mette al rogo gli eretici. E che rende, agli occhi di un’opinione refrattaria ai ragionamenti, riprovevole un tema invece molto serio. Conta più la volontà del partito o quelle del singolo esponente? In un’organizzazione politica anche complessa si può tollerare che posizioni contrarie alla linea democraticamente decisa si traducano in una minaccia alla sua integrità? In questo senso meglio Bigon che obbedisce alla sua coscienza (poteva farlo scegliendo di non di astenersi ma di uscire dall’aula al momento del voto) o quella di Bonfante che offre il destro agli avversari per denunciare la mai sopita natura autoritaria di un partito che non ha ancora chiuso i conti col suo passato?