Dalla convention Pd un’immagine assai sconfortante

04 Febbraio 2019 08.17
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Non è proprio tranquillizzante l’immagine del Pd che esce dalla convenzione dell’Ergife che precede le primarie di marzo. I tre candidati alla corsa per la segreteria si sgolano a invocare l’unità (quella con la U maiuscola che fu di Antonio Gramsci è defunta), Maurizio Martina e i suoi indossano magliette con su stampigliato «siamo somma, non divisione», e il favorito Nicola Zingaretti fa un accalorato appello a smetterla con gli “anti”, ovvero il prefisso che ha dato la stura a una interminabile sequela di lotte fratricide all’interno del partito.

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Il problema, tra i tanti, è che i suoi dirigenti si fermano lì: a quello che non sono e non vogliono essere, che è un po’ la loro confort zone visto che quando mettono la testa fuori sembra non andargliene dritta una. Per dire, tra le tante cose ascoltate, quella che resta più impressa, ovvero la proposta di Martina di sfiduciare Matteo Salvini, è anche la più inutile e velleitaria.

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INTANTO MATTEO RENZI LAVORA PER AFFONDARE IL PD

Il Pd è un partito sfiancato dagli errori del passato e dall’assenza di prospettiva, ma rispetto agli altri partiti ha una peculiarità tutta sua, ovvero che ha più nemici dentro che fuori, personaggi che pur continuando a indossarne la casacca lavorano alacremente per affondarlo. Uno sappiamo tutti chi è, e a Roma non si è fatto proprio vedere. A chi gli chiedeva ragione dell’assenza, Matteo Renzi ha risposto con una buona dose di spregio che lui «con quella roba lì non c’entra niente».

Forse Renzi farebbe bene a rompere gli indugi, e prendere una iniziativa politica guadando avanti e non indietro

Con cosa c’entri oggi l’ex segretario è per la verità difficile da capire. Staccarsi dal Pd al momento non se ne parla, e il suo impegno sembra teso con quotidiana solerzia a rivendicare sui social meriti del suo passato governo che a suo dire gli vengono disconosciuti. Forse farebbe bene a rompere gli indugi, e prendere una iniziativa politica guadando avanti e non indietro. E con lui quel gruppo di fedelissimi, anch’essi assenti alla convention, ma che pure rivestono ancora nel partito ruoli apicali.

CALENDA GUARDATO CON SOSPETTO DAL PARTITO

E poi c’è Carlo Calenda, che all’Ergife ci è andato ed è stato accolto con la sopportazione di chi deve fare buon viso a un parente che detesta. Credo che molti maggiorenti non perdonino all’ex ministro il fatto che il giorno dopo aver preso la tessera del partito già brigava per abolirlo evocando un ineffabile fronte repubblicano. Adesso, archiviata quell’idea, ha allargato lo sguardo proponendo un analogo rassemblons- nous di tutte le forze anti sovraniste in vista del voto europeo, Pd compreso. Il quale ha accolto con una certa circospezione il documento programmatico, tant’è che i suoi eurodeputati se ne sono fatti polemicamente uno loro dove lo snobbano.

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Pensano, con qualche ragione, che Calenda con il suo attivismo miri più a promuovere se stesso che l’unione delle forze in campo. Il clima, insomma, non è di quelli che inducono all’ottimismo. Chi resta dentro al Pd lo fa perché ci crede, per buona volontà e forse per attaccamento alla sua storia, ma non sa immaginare un futuro che non sia fatto solo di slogan. Chi formalmente sta dentro ma nella sostanza è fuori lo tratta come un’impresa da liquidare. Possibilmente, in bonis.

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