Ultima chiamata per il Pd: o si riorganizza o sparirà presto

Peppino Caldarola
27/03/2018

Un partito nato per unire i riformismi si è innamorato del modello blairiano e ha creduto che la sua ragion d’essere fosse il governo dall’alto, la simbiosi con la euro-burocrazia, il corteggiamento delle lobby economiche. Ora ha una unica strada: un’opposizione parlamentare sorretta da iniziative nella società per ricostruire il campo in modo inedito.

Ultima chiamata per il Pd: o si riorganizza o sparirà presto

"Scissione” e “morte” sono i termini più usati ogni volta che si parla o scrive del Pd. È sempre stato sull’orlo della scissione, è sempre stato sul punto di morire. Fin dalla nascita. Infine la scissione c’è stata, ma è finita male. La morte, invece, è il tema di questi giorni e in tanti si esercitano a spiegare le ragioni dell’exitus. I partiti, come noi italiani sappiamo bene, possono morire e possono morire anche quelli che sembrano destinati, dopo un trionfo elettorale, a un destino glorioso. La morte di un partito non è però decretata da un voto negativo, anche particolarmente negativo, ma dal suo espianto dalle zone fondamentali della società e dal venir meno della ragione storica della sua esistenza.

L'ESPIANTO ELETTORALE DEL PD. Il Pd è stato “cacciato” dai quartieri popolari delle grandi città, da quasi tutto il Sud, conta poco anche al Nord e inizia a perdere gravemente nelle zone “rosse”, tranne in una parte importante della Toscana. L’espianto elettorale è stato la conseguenza di un espianto di “cuore”. Da partito di sinistra a partito pigliatutto a partito della borghesia urbana benpensante e moderatamente benestante. A poco a poco un partito che era nato per unire i riformismi si è innamorato solo del modello blairiano e ha creduto che la sua ragion d’essere fosse il governo dall’alto, la simbiosi con la euro-burocrazia, il corteggiamento delle lobby economiche italiane, la conquista della famosa “stanza dei bottoni”.

Il Pd è stato “cacciato” dai quartieri popolari delle grandi città, da quasi tutto il Sud, conta poco anche al Nord e inizia a perdere gravemente nelle zone “rosse”

Alla sua guida si sono avvicendate classi dirigenti mai veramente alternative. Persino i due fratelli Miliband in Gran Bretagna erano più alternativi fra di loro di quanto lo fosse un esponente della sinistra Pd rispetto a un renziano. Il segretario Pd ha dato la badilata finale nell’illusione di cancellare la sinistra e di diventare l’asse di un centro riformista che avrebbe contenuto la ribellione populista. Renzi ha fatto Tafazzi, ma anche la sinistra, compresa quella poi uscita, si è data martellate sui “gioielli di famiglia”. Il paradosso di oggi è che si torna a parlare di “scissione” e di “morte” non già interrogandosi sul ruolo di una forza riformista (a parte alcune riflessioni di Veltroni, Cuperlo e anche dallo stesso Martina), ma schiacciando tutto il dibattito sull’atteggiamento da tenere rispetto ai 5 Stelle.

TRE SCENARI PER I DEM. A voler fare un esempio generoso e nobile, sembra di assistere al dibattito nel Psi diretto da quel galantuomo di Francesco De Martino che vincolò ogni iniziativa dei socialisti all’accordo preventivo con i comunisti. La sinistra Pd sembra aver mutuato quella mentalità, solo che non c’è De Martino e i 5 Stelle non sono il Pci, malgrado alcuni “scappati di casa” siano convinti che i grillini siano una nuova sinistra. Gli scenari possibili per il Pd sono tre. Il primo è la dissoluzione, elezione dopo elezione. È già successo ai partiti socialisti europei. Un altro scenario vede il Pd spaccato in due tronconi bonsai (molto bonsai), l’uno gauchista e junior partner di Di Maio e l’altro macroniano “alla ribollita”. Infine c’è la possibilità, remota, di una vera discussione di popolo e di una dislocazione di forze all’opposizione delle due destre. Un’opposizione parlamentare sorretta da iniziative nella società per ricostruire il campo in modo inedito.

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Personalmente non credo al bipolarismo Lega-5 Stelle. Se staranno assieme lasceranno uno spazio enorme per altre forze, sia moderate sia radicali, che potranno lucrare sui loro errori e fallimenti, soprattutto se entreranno in campo facce nuove, pratica sociale nuova, opposizione severa. Se Di Maio e Salvini, invece, si divideranno, al prossimo voto sarà inevitabile che uno dei due prevalga. Sarà il leader della Lega, che non ha raschiato il fondo del suo barile di destra. Anche per queste ragioni ritengo sia un errore se nel Pd si lascia la bandiera dell’opposizione netta, occidentale, senza “inciucio” a Matteo Renzi, che diventerebbe l’unico riferimento anti-populista e europeista. Quelli che si lamentano che «così non si fa politica» credono che farla sia telefonarsi con Di Maio, elemosinare emendamenti da Fico, diventare ancella dei nuovi potenti, essere trattati come servitù. Non bisogna angustiarsi se 5 Stelle e Salvini hanno in mano il pallino. È il tempo loro. Non inseguiteli, bucategli sto’ pallino.