Francesco Pacifico

La strategia di Giorgetti tra Buffagni e Pd

La strategia di Giorgetti tra Buffagni e Pd

Il Gianni Letta della Lega si sente sempre più nel mirino. Da una parte, coltiva il canale con il sottosegretario pentastellato. Dall'altra, strizza l'occhio ai dem. Lo scenario.

22 Maggio 2019 18.40

Like me!

A un amico parlamentare dell'opposizione – che lo canzonava dicendogli «Che fai? Esci dall'ombra? Non ti riconosco più» – Giancarlo Giorgetti ha risposto: «Questi sono tutti matti».

Sì, l'esponente più potente del governo Conte, l'uomo che tiene i collegamenti tra la Lega, l'economia che conta e le grandi cancelliere atlantiche, è stato costretto per una volta ad abbandonare il suo ruolo di eminenza grigia. E a farsi politico. Perché, con tutti i rumor che arrivano dalle procure, si sente nel mirino. Perché – con gli altri leader impegnati nella campagna elettorale per le Europee – è forse l'unico della maggioranza a interrogarsi su che cosa succederà dopo il 26 maggio. E in quest'ottica prova a rompere le file dei cinque stelle e non si fa remore neppure di "trescare con il Pd".

IL GIANNI LETTA DELLA LEGA FINITO NEL TRITACARNE

Il Gianni Letta del Carroccio è finito nel tritacarne quando – in un'intervista alla Stampa – ha messo in dubbio la terzietà di Conte e ha aperto l'ennesima crepa in maggioranza. Parole che hanno scatenato le ire del premier e sulle quali il nostro si è schernito durante la conferenza stampa tenuta nelle ultime ore alla sala della stampa estera a Roma: «La mia non è un'accusa, è una constatazione. È il presidente della Repubblica che deve essere super partes, quello del presidente del Consiglio è un ruolo politico». Ma, a parte le battute, Giorgetti non ha fatto passi indietro rispetto a quanto già detto: così non si può andare avanti. Ha spiegato che il governo deve «ritrovare l'affiatamento» e che «è dispostissimo a dimettermi se me lo chiedono». Soprattutto, a domanda sul futuro dell'esecutivo, ha sottolineato che «la stabilità è un valore importante, ma la stabilità non è sinonimo di immobilismo. Quindi la stabilità di governo anche per i prossimi quattro anni è una cosa positiva se non si sta immobili, fermi sulle poltrone semplicemente per scaldarle».

IL CANALE CON IL SOTTOSEGRETARIO BUFFAGNI

In quest'ottica Giorgetti, indipendentemente dal suo leader, sta battendo diverse strade per uscire dall'impasse. Da mesi, sul fronte della maggioranza, ha aperto un canale di dialogo molto attivo con Stefano Buffagni, il sottosegretario pentastellato alle Autonomie delegato da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio a trattare sui grandi dossier economici e le nomine. I due, Giorgetti e Buffagni, affiancati da una serie di economisti e di giuristi, starebbero discutendo un rilancio del governo da realizzare in due fasi: prima un vertice di maggioranza per riscrivere il contratto e aggiornarlo alle nuove priorità, quindi una cabina di regia governativa per scrivere assieme la manovra, nel tentativo di tranquillizzare l'Europa e uscire dalla campagna elettorale permanente.

Giorgetti ha storicamente ottimi rapporti con esponenti vicini al renzismo

Difficile capire che esiti avrà questa iniziativa del duo Giorgetti-Buffagni. Di Maio, per esempio, sentendo il richiamo contro l'immobilismo del sottosegretario, ha replicato che «la Lega deve smetterla di occuparsi soltanto delle poltrone». Visto il clima, lo stesso Giorgetti si sta guardando intorno per capire se oltre i confini della maggioranza ci sono spazi per trovare nuovi equilibri. In quest'ottica avrebbe iniziato a sondare anche ambienti del Pd. Il numero due del Carroccio ha storicamente ottimi rapporti con esponenti vicini al renzismo (Graziano Delrio e Maria Elena Boschi), mentre avrebbe più difficoltà a dialogare con gli attuali vertici del Nazareno, e non soltanto perché la gestione Zingaretti non esclude accordi con i cinque stelle in caso di nuove elezioni. Per superare questo stallo si starebbe affidando a Luciano Violante, che ben conosce quel mondo e che proprio lui ha avallato alla guida della Fondazione Leonardo.

I TIMORI DI UN ASSE TRA CONTE E IL QUIRINALE

Chi è vicino a Giorgetti dice che il sottosegretario – pur stanco dei veti grillini – non ha posto in cima alla sua agenda le elezioni. Anzi, temerebbe un asse tra Conte e il Quirinale, che possa mettere in un angolo i partiti della maggioranza con un esecutivo che porti allo scioglimento delle Camere. Allo stesso tempo non si reputerebbe una riserva della Repubblica per presiedere un governo di larghe intese né ha ambizioni di sostituire Giovanni Tria al Tesoro o di andare (ipotesi rilanciata da Matteo Salvini) a Bruxelles come commissario europeo in quota italiana.

LE RUGGINI TRA INDUSTRIALI E SALVINI

Giorgetti è preoccupato del calo – soprattutto nel Nord Ovest – che la Lega registra nei sondaggi a una settimana dalle Europee. Ma i sentori li aveva avuti anche nei suoi continui colloqui con esponenti della Confindustria, soprattutto quelli settentrionali. I quali accusano il Capitano di non aver difeso le imprese dall'assistenzialismo dei grillini (dalla stretta ai contratti a tempo determinato fino al reddito di cittadinanza) e di aver accelerato su un tema, come la lotta all'immigrazione, che finisce per penalizzare le aziende. Un mondo che – viste le difficoltà a trovare forza lavoro – fa dell'integrazione un mantra. E chi era il garante del patto tra industria e Salvini? Ça va sans dire, il solito Giorgetti, che vede la sua credibilità di eminenza grigia sempre più minata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *