Il Pd stia lontano dal governo, resista come Ulisse alle sirene

Paolo Madron
30/03/2018

I dem, dopo la batosta elettorale, sono un partito dilaniato. Senza una visione da cui ripartire. Meglio sarebbe prendere tempo e godere dei benefici di stare all'opposizione. Non nascondendosi dietro l'alibi della responsabilità. 

Il Pd stia lontano dal governo, resista come Ulisse alle sirene

Fossi il Pd, proverei a resistere alle lusinghe pentastellate per andare al governo con loro. Come Ulisse, mi farei legare al portone del Nazareno in modo da impedirmi di cedere alle sirene del Movimento. È fin troppo evidente, e in fondo dovrebbero pensarlo anche coloro che invece sarebbero disponibili a dialogare, che finirebbero con l’essere carne da macello, ruotino di scorta nel capiente bagagliaio grillino, o per dirla leninianamente utili idioti di chi, sprovvisto dei numeri, cerca in loro solo una mera sponda.

LA MASSIMA ANDREOTTIANA. Per chi è abituato alle luci del palcoscenico stare dietro le quinte, o addirittura come in questo caso non entrare nemmeno in teatro, è una sofferenza non da poco. È invalsa anche a sinistra la massima andreottiana del potere che logora chi non ce l’ha, che anche una breve assenza dai posti di comando ti relega nel dimenticatoio, che se non fai vedere ogni giorno la tua faccia e sentire la tua voce finisci a ingrossare la platea delle anime mediaticamente morte. Se invece i democratici si convincessero che stare lontani fa bene anzi, che in questa fase convulsa più stai lontano e più recuperi in consenso, non sarebbero lì a dilaniarsi sul che fare.

NESSUNA VISIONE DA CUI RIPARTIRE. Il partito è reduce da una batosta senza precedenti, i suoi gruppi dirigenti non sanno che pesci pigliare, il suo profilo identitario si scolorisce nel mare dei generici proponimenti (l’attenzione ai poveri, le periferie, i reietti, la questione lavoro, etc) non supportati da un pensiero organico, da una visione del mondo che consenta di ritrovare idee forti da cui ripartire.

UN PARTITO DILANIATO. In più, dal punto di vista della composizione interna, sembra veramente l’ircocervo di cui parlava Berlusconi riferendosi a un governo Salvini-Di Maio: ha gruppi parlamentari saldamente controllati dall’ex segretario, il quale si è solo dimesso formalmente ma continua a dettare la linea. Ha una base che invece vorrebbe sconfessarlo, ma che deve aspettare un futuro congresso per provare a farlo. Non ha soprattutto individuato una nuova leadership, necessaria per ricomporre le fila e ricondurre a unità spinte contrapposte. È dilaniato da una lotta tra notabili che legano la loro sopravvivenza politica alla possibilità di gestire anche una piccola fetta di potere.

VIA GLI ALIBI. Insomma, sono tutte circostanze che consiglierebbero di prendere del tempo, di non andare allo sbaraglio nemmeno trincerandosi dietro l’alibi del «ce lo chiede il Quirinale, oppure l’Europa», dunque la risposta a una chiamata alle armi, l’estremo sacrificio per fermare l’orda sovranista con cui Salvini assedia il Palazzo. Stare all’opposizione ha molti vantaggi, tra cui quello che non devi fare e dire nulla per crescere, ma lo fai di riflesso sull’onda degli errori altrui. Pentastellati e leghisti hanno promesso ai loro elettori la luna pur di farsi votare: perché il Pd, invece che fare loro da stampella, non lascia che se la vedano da soli?

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