Pd-M5s, quando Renzi trattava con Di Maio

Nel 2014 mandandogli dei semplici pizzini alla Camera, l'allora premier elevò il pentastellato ad avversario. La strategia portò all'intesa per le nomine del Csm e della Consulta. Ma naufragò con il referendum del 4 dicembre.

Pd-M5s, quando Renzi trattava con Di Maio

La scommessa del M5s di formare un governo con l'appoggio di un Pd-meno-R (dove R sta per Renzi) e con LeU pare al momento essere stata persa. Ormai a perorare la causa del dialogo è rimasto solo Michele Emiliano. Dopo il muro alzato da Matteo Renzi e pure dalla acclamata new entry Carlo Calenda, anche la minoranza dem si è espressa: nessun accordo con i 5 stelle né tantomeno con la destra.

L'INVESTITURA DALL'ESTERNO. Vero, tra i due schieramenti nell'infinita campagna elettorale sono volati gli stracci e sono stati usati toni a dir poco esasperati. Però non è sempre stato così. Come già ricordato da L43, Luigi Di Maio deve parte della sua scalata all'interno del Movimento proprio al segretario Pd che fu il primo, nel 2014, a poggiare la spada sulla sua spalla elevandolo a interlocutore privilegiato. Certo, una mossa non gratuita. Renzi accarezzando l'ego del ragazzo di Pomigliano d'Arco mirava a destabilizzare il Movimento ancora allergico – almeno nello storytelling ufficiale – a leadership e personalismi. E allo stesso tempo mettere a bada gli avversari interni del Pd.

LA MOZIONE GIACHETTI. Una manovra che prende le mosse a inizio legislatura, e parte con un'altra Opa: quella di Renzi al Pd. Come hanno ricostruito Nicola Biondo e Marco Canestrari in Supernova, com'è stato ucciso il Movimento 5 stelle, il primo a "corteggiare" Di Maio sarebbe stato Roberto Giachetti. Il M5s votò compatto con Sel la sua mozione per il ritorno al Mattarellum. La proposta non passò (149 voti favorevoli contro 415) anche perché pure i dem filo-renziani si tirarono indietro all'ultimo minuto riuscendo comunque nell'intento di lanciare un messaggio chiaro al premier Enrico Letta.

IL PIZZINO DEL FEBBRAIO 2014. Alcuni mesi e un #enricostaisereno dopo, Renzi individuò il suo diretto competitor in Di Maio, ormai arrivato ai vertici pentastellati. Il 25 febbraio 2014 fece recapitare al vicepresidente della Camera un pizzino, dando il via a una breve comunicazione epistolare. «Scusa l'ingenuità, caro Luigi. Ma voi fate sempre così? Io mi ero fatto l'idea che su alcuni temi potessimo davvero confrontarci», chiedeva Renzi nel primo messaggio. «Ma è così oggi per esigenze di comunicazione o è sempre così ed è impossibile confrontarsi? Giusto per capire. Sul serio, senza alcuna polemica. Buon lavoro». Di Maio rispose picche, ma rispose. Quindi il premier concluse con un ultimo invito: «Capisco. Se vedi occasioni reali di dialogo nell'interesse dei cittadini (a me della parte mediatica interessa il giusto: ognuno fa la sua parte), fammi sapere. So che parli con Giachetti. Se ti va bene utilizziamo lui come contatto. Se ci sono cose fattibili insieme, alla luce del sole, nell'interesse degli italiani, io ci sono. Buon lavoro».

Il piano riuscì. Renzi, infatti, creò mediaticamente la leadership di Di Maio, che divenne nel Movimento dell'uno uguale uno primus inter pares. Dal canto suo il vicepresidente della Camera rimase spaesato da quella mossa, decidendo autonomamente di pubblicare il carteggio su Facebook ben prima che sul Blog per disinnescare ogni possibile accusa di "inciucio".

L'INTESA SOTTERRANEA. Non era finita. Come scrivono sempre Biondo e Canestrari, dopo la vittoria del Pd alle Europee una ristretta delegazione M5s capeggiata proprio da Di Maio si confrontò con Renzi sulla legge elettorale. E il dem mise sul tavolo due punti molto vantaggiosi per i pentastellati: preferenze e ballottaggio. L'accordo ufficialmente non esisteva – anzi l'Italicum venne definito sul Blog come «un obbrobrio anticostituzionale» – ma il dialogo continuò. E diede i suoi frutti: nel novembre 2014 infatti due partiti trovarono la quadra per le nomine di Alessio Zaccaria (quota M5s) al Csm e di Silvana Sciarra (quota democratica) alla Consulta.

LA FINE DELL'ARMISTIZIO. L'equilibrio si ruppe quando, annusando la sconfitta al referendum, Renzi legò le sorti dell'Italicum alla riforma costituzionale. E infatti dopo la sconfitta del 4 dicembre 2016 Grillo si tradì tacciando Renzi di essere un «baro da due soldi». Dopo 48 ore la nuova giravolta: «Si voti con l’Italicum, Renzi voltagabbana». Accuse precise che sottintendevano l'esistenza di un accordo. Da quel momento la battaglia, come si sa, è continuata in modo aspro fino alle elezioni che hanno certificato una nuova batosta per il Pd renziano. Con un paradosso: il M5s primo partito non ha la maggioranza per governare autonomamente. E la chiusura dei dem ha rovinato ancora una volta la festa ai pentastellati.

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