Guerra di nervi nel Pd, i renziani: «Chi vuole il governo parli»

Redazione
30/03/2018

Tenere la linea dell'opposizione, evitare che la faglia si allarghi. In casa renziana è questo l'imperativo alla vigilia delle consultazioni....

Guerra di nervi nel Pd, i renziani: «Chi vuole il governo parli»

Tenere la linea dell'opposizione, evitare che la faglia si allarghi. In casa renziana è questo l'imperativo alla vigilia delle consultazioni. Il pressing per aprire un dialogo con M5s, che Dario Parrini definisce «stalking mediatico», non ha per ora ricadute concrete: a parte Michele Emiliano, che viene rintuzzato da Carlo Calenda, nessuno chiede apertamente un sostegno ai Cinque stelle. Ma nella guerra di nervi e sospetti che si è aperta tra i Dem dopo la sconfitta, il fattore tempo pesa: al secondo giro di consultazioni il fronte "dialogante", che si muove sottotraccia, potrebbe rafforzarsi. Ma, avvertono i renziani, non l'avrà vinta. «Il Pd», afferma il capogruppo Andrea Marcucci, «starà all'opposizione. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente».

NON "SE" STARE ALL'OPPOSIZIONE, MA "COME". «Non sosterremo mai nessun governo del M5s, nessun governo Lega-Cinque Stelle. La linea che porteremo al Colle è quella votata all'unanimità in direzione», scrive Marcucci, che sarà in delegazione con Graziano Delrio, Maurizio Martina e Matteo Orfini. Delrio assicura che la discussione non è sul "se" stare all'opposizione ma "come". «Stiamo attenti a un dibattito sterile tra isolamento e apertura», afferma il reggente Maurizio Martina. La priorità, ricorda, è riconnettersi con gli elettori sfidando gli altri partiti sulle idee. Tutto risolto? No, perché dopo la sortita di Dario Franceschini e Andrea Orlando, il sospetto è che discutere sul "come" essere minoranza, sia un modo per aprire proprio al M5s. E i renziani diffidano anche di Martina, che secondo qualcuno si candiderebbe da «capo del correntone governista» alla segreteria nell'assemblea del partito, che però potrebbe slittare a giugno, dopo le comunali.

I FRANCESCHINIANI PIÙ FLUIDI. Il punto, ribattono i franceschiniani, è non restare «congelati» in una linea di «opposizione e basta» e offrire una sponda a Mattarella nel lavoro che lo attende. «Se torniamo alle correnti che si fanno la guerra sottobanco e lavorano per il M5S consegniamo il Paese ai populisti per sempre», avverte il neo iscritto Carlo Calenda, che attacca Michele Emiliano e chi «boicotta" il Pd. «I Cinque stelle non sono il nemico da abbattere», ribatte Francesco Boccia e torna a evocare l'appoggio esterno. Ma è impossibile un governo con Di Maio – concordano renziani ed esponenti dell'ala "dialogante" – per una questione di numeri: o tutto il Pd sostiene il M5s o un governo non può nascere.

I NUMERI DI LEU TROPPO RISICATI. E a poco servirebbero i voti di LeU (14 deputati, 4 senatori). Val la pena tentare, però, sostiene da LeU Roberto Speranza: il Pd dovrebbe aprirsi per provare a evitare «l'abbraccio tra i lepenisti della Lega e i grillini». Il sospetto dei non-renziani è che a fronte del "mai" al M5s, gli uomini vicini all'ex segretario coltivino la tentazione di un piano B che preveda l'appoggio esterno a un governo di centrodestra. Illazioni, scambi di accuse. Quel che è certo è che la situazione è mobile, c'è chi sostiene che il fronte renziano non sia più così granitico. I timori dei renziani si appuntano sulla tenuta del gruppo della Camera dove siedono numerosi "big". Ma sarà la direzione (dovrebbe riunirsi dopo il primo giro di consultazioni), a dare la linea – precisa Ettore Rosato – non i gruppi.

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