Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Massimo Del Papa
27/03/2020

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?