Pechino, su lo yuan!

Redazione
30/09/2010

L’America sanziona, Pechino risponde. Dopo l’approvazione alla Camera Usa, il 29 settembre, di un disegno di legge che consente di...

Pechino, su lo yuan!

L’America sanziona, Pechino risponde. Dopo l’approvazione alla Camera Usa, il 29 settembre, di un disegno di legge che consente di imporre sanzioni commerciali all’import dalla Cina per lo yuan sottovalutato, il ministro cinese degli Esteri Jing Yu ha avvertito Washington che ulteriori passi in tal senso potrebbero intaccare i rapporti bilaterali.
La misura è passata con 348 voti a favore e 79 contrari, con 99 repubblicani che hanno votato insieme ai democratici. Il progetto prevede l’applicazione di dazi sui prodotti importati da Paesi la cui moneta è sottovalutata. In particolare, la proposta permette al dipartimento del Commercio americano di imporre dazi nel caso in cui venga provato, conformemente ai criteri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che un governo interviene sul proprio tasso di cambio contribuendo così a facilitare le proprie esportazioni.
Si tratta di un passo importante per spingere la Cina a dimunuire il valore dello yuan che, secondo Washington, Pechino mantiene artificialmente basso per favorire le sue esportazioni negli Usa.
L’approvazione della legge rappresaglia contro le merci cinesi è arrivata nonostante le rassicurazioni di Pechino, che si era impegnata a continuare a «aumentare la flessibilità della propria moneta».

Per Obama è un nodo cruciale

È evidente che alla Casa Bianca le parole non bastano. Soprattutto in periodo di crisi come quello attuale in cui i governi, ha dichiarato al Financial Times il ministro brasiliano delle Finanze Guido Mantega, fanno la corsa per indebolire la propria valuta così da aumentare la competitività delle loro esportazioni.
«Il motivo per cui premo sulla Cina è che lo yuan è sottovalutato» ha spiegato il presidente Barack Obama «e questo significa che i beni che loro vendono qui costano circa il 10% in meno e quelli che noi vendiamo in Cina circa il 10% in più», ha osservato il presidente statunitense.
Per ora Pechino fa la voce grossa ma non promette vendetta. Yao Jian, un portavoce del ministero cinese del Commercio, si è limitato a sottolineare che eventuali misure contro le merci cinesi importate dagli Usa sulla base del tasso di cambio «violano le regole degli Accordi mondiali sul Commercio».
Il Senato americano, dove il progetto di legge non avrà vita facile, inizierà a valutare l’iniziativa dopo le elezioni di metà mandato, fissate per il 2 novembre.

La battaglia sulle zampe di pollo

La Cina è il maggior detentore estero di titoli del debito pubblico Usa, il cui valore a luglio ammontava a 847 miliardi di dollari. Ma, nonostante l’interdipendenza tra le due super potenze economiche, le loro relazioni commerciali vivono periodiche tensioni. L’ultima, in ordine di tempo, è quella sul pollo a stelle e strisce.
La guerra delle zampe di gallina, come l’hanno chiamata alcuni giornali, risale al febbraio scorso quando Pechino ha aumentato i dazi dopo le denunce del presidente degli allevatori di pollame cinese Wang Xiulin sui danni causati all’economia interna dai prezzi bassi dei polli americani.
L’imposta fu introdotta qualche ora prima del Capodanno cinese, la principale festività nella Repubblica popolare, durante la quale le zampe di pollo rappresentano una delle principali specialità culinarie.