Peggio Berlusconi o un Paese che tollera tutto?

Paolo Madron
18/01/2011

Dietro al caso Ruby, il dibattito sulla leadership in Italia.

Peggio Berlusconi o un Paese che tollera tutto?

Torniamo sulle vicende di Berlusconi, Ruby e le altre, inesauribile fonte di considerazioni.
Concediamo pure al Cavaliere una generosa tara su una serie di circostanze opinabili: lo strano tempismo della Procura di Milano che alza il velo sulle indagini il giorno dopo che la Consulta ha parzialmente bocciato il legittimo impedimento.
ATTENUANTI GENERICHE. Il conflitto di attribuzione, per cui forse dovevano essere i magistrati di Monza e non  quelli del capoluogo lombardo a muoversi.
La “persecuzione giudiziaria” che in  questi 15 anni ha disseminato la avventura politica di Berlusconi di decine di inchieste e perquisizioni nelle aziende del suo gruppo.
La violazione della privacy con il poderoso dispiegamento di intercettazioni telefoniche all’insaputa di chi entrava e usciva dalla villa di Arcore. E altro che al momento ci sfugge, ma che sicuramente può portare acqua a chi sostiene la tesi del “premier perseguitato”.
Facciamo pure la tara e aggiungiamoci anche tutte le attenuanti che possono venire in mente, ma quel che rimane è comunque abbastanza per provare un profondo disgusto.
FORSE NULLA CAMBIERÀ. Il contenuto di quelle telefonate stavolta dice in maniera chiara che non siamo di fronte alle intemperanze erotiche di un uomo affetto da uno straripante satrapismo, ma a una deriva perversa di individui tanto onnipotenti quanto soli, per i quali le donne non sono persone ma parti anatomiche del corpo da comprare per il proprio sollazzo.
Eppure, anche di fronte a 390 pagine che rivelano consuetudini e  comportamenti che nemmeno in una suburra troverebbero degno teatro, nonostante descrizioni da raccapriccio, c’è già chi comincia a dire che tanto non cambierà nulla.
Che se si rivotasse domani vincerebbe ancora con largo margine. Che la leadership di Berlusconi è comunque più forte di tutte le nefandezze che egli potrebbe commettere. Che comunque sempre meglio lui di quell’ipocrita di Fini e di quegli smidollati del Pd, per non parlare di quel democristiano di Casini.
L’ANESTESIA DELLE COSCIENZE. Dal premier, la maggioranza degli italiani tutto si può aspettare. E tutto gli può perdonare.
Non è neanche giustificazionismo, ovvero trovare un alibi anche quando la soglia delle decenza si è abbassata ai minimi livelli. E’ una sorta di anestesia delle coscienze, di tanto peggio tanto meglio, di individualismo esasperato a tal punto da annichilire l’etica e il senso civico.
Un laissez-faire diffuso che diventa ideologia comune del chissenefrega, del basta non guardare, l’importante è che si possa in sedicesimo godere della stessa libertà di coltivare solo ed esclusivamente i proprio interessi.
Non importa se così facendo si fa strame dei valori su cui si fonda una comunità, delle regole che sono l’indispensabile cornice della sua architettura sociale.
Il problema non è dunque Berlusconi, cui madre natura come a tutti non  ha assicurato durata eterna, ma è il Paese che non solo accetta i suoi comportamenti ma li innalza a ideale di vita.
Di tutto il profluvio di rivelazioni sulle nottate bunga bunga, mi ha impressionato il padre di quella ragazza di Genova che, additata come possibile nuova compagna del Cavaliere (è stato il premier stesso nel suo discorso televisivo a rivelare l’esistenza di una sostituta di Veronica), ha risposto con un perentorio “magari!” al cronista che lo intervistava. Emblema di tanti genitori che baratterebbero volentieri il corpo delle loro figlie per una particina in tivù.
L’ITALIA NORMALE È ATTONITA. E poco serve, se questo è il pensiero dominante, consolarsi sostenendo che oltre a questa c’è un’altra Italia, fatta di gente normale e consapevole, che studia, lavora e mai scambierebbe il basso compromesso con il merito.
Quest’ultima è un’Italia minoritaria, che guarda attonita e rassegnata alla metamorfosi del Paese e, se può, cerca di trovare all’estero una sua ragione di vita. E magari all’estero va anche a morire, com’è capitato all’ultimo soldato italiano ucciso in Afghanistan, il 36esimo dall’inizio di una missione “di pace” di cui sfuggono sempre di più senso e contorni.
E fa un po’ schifo pensare che tra chi accoglierà la salma o la piangerà in tivù, c’è qualcuno che magari la stessa notte troverà nel bunga bunga la catarsi pecoreccia di tanto inconsolabile dolore.