Contro la società dell’istante riscopriamo il pensiero lento

Fermarsi. Prendere tempo. Riflettere. È questa l'unica vera azione eversiva nel mondo del mordi e fuggi e delle sparate quotidiane.

08 Giugno 2019 09.00
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La «filosofia non serve a nulla e serve a tutto». «Il sapere rende felici e liberi». Sono due celebri espressioni di Michel Serres, filosofo e accademico di Francia recentemente scomparso, immediatamente comprensibili anche alla persona più semplice. A patto che ci si conceda il tempo e l’attenzione per valutare, soppesare, confrontare, capire. Insomma fare ciò che si dovrebbe, ma che in realtà si fa sempre meno. Perché viviamo, con accelerazione peraltro crescente, nella società della velocità. Del detto e fatto. Del cotto e mangiato. Del tutto e subito. Del last minute precipitato nel last second.

DALLA DEMOCRAZIA ALL’ISTANTOCRAZIA

Volendo riassumere in una parola, siamo passati dalla democrazia alla velocrazia. O istantocrazia. Dove chi la fa e la dice più veloce ha già vinto, anche se dice autentiche sciocchezze. Dirla più veloce di tutti è peraltro condizione per non essere scoperti e smascherati in tempo utile. Viviamo infatti in un mondo di battute, di titoli di giornale, di lanci&rilanci sui social. Di hashtag, trend e topic che durano un attimo. È la pubblicità, cioè “battute” più o meno felici, il campo ideale in cui possiamo oggi collocare non solo gli annunci commerciali, ma tutto ciò che gira e accade intorno a noi. Omologazione e uniformità generalizzate riescono a rendere simile perfino ciò che sta agli antipodi.

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ANCHE LA POLITICA SI INCHINA ALLA “SPARATA”

Per fare un esempio estremo ma significativo, prendete un quotidiano “serio” come Libero e uno di satira come Lercio.it, e considerate questi due titoli, provando ad attribuirli alle due testate: Vieni avanti gretina (riferito alla giovanissima attivista per l’ambiente svedese che ha «rotto le scatole») e Si fa costruire una casa a forma di moschea per non avere vicini leghisti. Uno è serio e l’altro no? Forse. Ma quale? Certo è che sono entrambi “sparate”. Che, come quelle che quotidianamente propongono i leader dei due partiti di governo, funzionano e fanno audience perché durano un attimo, prima di essere fagocitate da un’altra sparata, e così non concedono il tempo di essere valutate e soppesate per bene. Sono vuoti (rumorosi) a perdere. Qualcosa di simile, un ibrido, fra i fuochi d’artificio e le stelle cadenti. Dei boom, ma che non hanno intenzioni pratiche, realizzative.

Viviamo infatti in un mondo di battute, di titoli di giornale, di lanci&rilanci sui social. Di hashtag, trend e topic che durano un attimo

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LE RAPPRESENTAZIONI DEL TURBO-MONDO

La più efficace e divertente rappresentazione di questo turbo-mondo, veloce, vacuo, incontinente e che non si vergogna di niente, l’ha offerta il film Monty Python Flying Circus laddove il protagonista partecipa a un concorso in cui deve riassumere la Recherche di Proust in un minuto. Un tempo questo che però oggi appare già obsoleto, visto che la collana Pop Science dopo Einstein in tre minuti è approdata a l’Economia, la Religione, la Matematica in 30 secondi.

I FAST THINKER DEGLI ANNI 90

Questa è la snack culture con la quale dobbiamo fare quotidianamente i conti: una cultura superficiale, ma commestibile per il grande pubblico che è per definizione di bocca buona e che, se vale il parallelo gastronomico, è tanto più gradita quanto più è fast food ovvero fast thought, cioè pensiero veloce. Facile e a buon prezzo. Non bisognoso della “fatica del concetto”.
I fast thinker sono stati evocati per la prima volta, negli Anni 90, dal sociologo Pierre Bourdieu, autore del fondamentale studio Sulla distinzione. Erano figli della tivù, personaggi da talk show, abili nel parlare più veloci del pensiero e nel potere dibattere su qualsiasi tema. I cosiddetti tuttologi.

Il pensiero lento costruisce un suo tempo e luogo, non soggiace alla tirannia del tempo digitale e del multitasking. Il pensiero lento è giocoso, è una pratica eversiva rispetto al pensiero dominante

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L’ACCELERATORE DEL WEB

Ora però che il web ha scalzato la tivù, materializzando la social tivù, il pensiero veloce va ancora più veloce. La sua unità di misura è un tweet. Ma la vera novità in tempi di populismo arrembante è che il capo non ha più bisogno di parlare per bocca dei suoi esperti, dei suoi intellettuali d’area. Perché saltate le (inter)mediazioni può parlare direttamente in prima persona al suo popolo, alla platea dei simpatizzanti ed elettori. Un video e un post, se “giusti” bastano e avanzano mentre si allarga la platea dei neo-analfabeti o post-ignoranti, che non sono solo terrapiattisti e no-vax o i tanti commentatori di giornata che proliferano sui canali social, ma soprattutto il vasto popolo di googolatori, per i quali il sapere non è conoscenza, studio e competenze, bensì una googolata quando serve. Cultura on demand. Sapere fast. Pensiero veloce, appunto.

IL MANIFESTO DEL PENSIERO LENTO

In questo senso, anche riprendendo il parallelo di prima, così come è sorto il movimento dello slow food in contrapposizione al fast food, incarnato agli inizi da McDonald’s, è auspicabile che, per contrastare il fast thought, si sviluppi il movimento dello slow thought. Ovvero pensiero lento. Il manifesto è già pronto. Lo ha redatto Vincenzo Di Nicola, psichiatra italiano che insegna all’Università di Montreal, e contempla sette punti, scaturenti da una visione filosofica dell’esistenza, o meglio, del vivere che muovono dalla convinzione assoluta che di fronte a un cambiamento velocissimo e distruttivo si può resistere «standone aggrappati» oppure scegliendo una modalità di vita, azione e soprattutto pensiero radicalmente opposta. Che consideri che in ogni caso, quale che sia il tasso di cambiamento accelerato, i bisogni primari sono sempre gli stessi.

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«Per padroneggiare i cambiamenti, dobbiamo recuperare lentezza, riflessione e unità. Lì troveremo un vero rinnovamento». Il pensiero lento cammina, non corre. Il pensiero lento costruisce un suo tempo e luogo: non soggiace alla tirannia del tempo digitale e del multitasking. Rimette in fila le cose, in sequenza e prova ad affrontarle una alla volta, una dopo l’altra. Il pensiero lento è giocoso. Il pensiero lento è una pratica eversiva rispetto al pensiero dominante.

Ora che il web ha scalzato la tivù, materializzando la social tivù, il pensiero veloce va ancora più veloce. La sua unità di misura è un tweet

LA RISPOSTA ALLA QUIRKOLOGY

Credo che anche al più scatenato ma intelligente adepto dell’era dell’Intelligenza artificiale, dell’automazione e di big data non sfugga che le sfide e crisi epocali in corso scontano non deficit tecnici o tecnologici ma di pensiero. Oltre che classi dirigenti e di governo “pensanti”. Nella consapevolezza che se è stata fondata una scienza della fretta, la Quirkology, è più che mai urgente che, come ha auspicato The Irish Times nel 2014 si «introduca la filosofia nella scuola secondaria». Giusto per contrastare la tendenza generale a rimuovere il tempo della riflessione, che è perfettamente riassunta da due slogan della nostra era tecno-consumista: Just do itMove fast and break things e Yolo (You only live once), ovvero: «Fallo, muoviti veloce e rompi ogni cosa» e «vivi solo una volta». Slogan che ci incoraggiano ad agire subito e pensare dopo. 

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LA PSICOLOGIA DELLE MACCHINE

In questa luce, per concludere, stupisce ma ci sta che, al Mit, ci si interroghi sulla necessità di fondare una psicologia delle macchine, visto che saremo sempre più circondati da robot, chatbot e macchine pensanti. Ma è ben più rincuorante sapere che è stata lanciata in Rete la proposta di segnalare i locali di pensiero: bar, caffè e ristoranti dove sono banditi musica, tivù e video e sono ammessi solo scambi di idee. Giusto per scoprire con Gustave Flaubert che «qualunque cosa diventa interessante se la guardi abbastanza a lungo».

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