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Pensione, non solo ricongiunzione

06 Novembre 2012 16.11
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Quasi 10 anni da dipendente e 20 da autonomo. Oppure l’inizio della carriera da precario, che versa i contributi all’Inps, e poi finalmente l’assunzione in qualche ente pubblico, dopo un regolare concorso. Sono situazioni che si verificano spesso nella vita di molti lavoratori italiani che, non di rado, hanno alle spalle un percorso professionale discontinuo e poco uniforme. E così, per parecchie persone, il calcolo dell’assegno pensionistico rischia di diventare un po’ un “rebus” visto che nel nostro paese esistono decine di enti e di fondi previdenziali diversi, destinati a specifiche classi di lavoratori.
Ci sono per esempio le casse  autonome dei liberi professionisti e, fino allo scorso anno, esisteva pure un ente previdenziale creato apposta per gli impiegati pubblici: l’Inpdap, che ora è stato accorpato dall’Inps.
Ogni istituto segue delle regole diverse per il calcolo dei vitalizi da liquidare ai futuri pensionati. Per questo, quando si mettono a riposo, molti nostri connazionali che hanno svolto mestieri diversi sono costretti a ricomporre, non senza fatica, una storia contributiva molto frammentata. Per riuscirci ci sono 4 modi differenti, che non sempre sono vantaggiosi. Ecco una guida per orientarsi.
LA RICONGIUNZIONE.  E’ una procedura che consente ai futuri pensionati di “rimettere assieme” tutti i contributi versati durante la carriera in diverse gestioni o enti previdenziali, riportandoli nel proprio fondo pensionistico principale, allo scopo di maturare un unico assegno. La ricongiunzione è sempre costosa, cioè prevede il pagamento di una somma di denaro da parte del contribuente (anche a rate). La cifra da versare (che si calcola con un procedimento molto complesso) può raggiungere diverse migliaia o decine di migliaia di euro, che spesso annullano la convenienza della ricongiunzione, soprattutto per una categoria di lavoratori: i dipendenti pubblici, che hanno goduto in passato di regole previdenziali vantaggiose e hanno sempre fatto ampio uso della ricongiunzione per trasferire presso il loro ente pensionistico, cioè l’Inpdap, i contributi versati in passato all’Inps. Dal 2010, però, le regole sono cambiate e la ricongiunzione è diventata molto onerosa anche per gli impiegati dello stato, tanto da costringere alcune persone a pagare addirittura oltre 50mila o 100 mila euro.
Il motivo di questo “salasso”  è legato al fatto che alcune categorie professionali hanno appunto beneficiato di un trattamento di favore, pagando una quota di contributi più bassa della media o usufruendo di requisiti pensionistici più generosi. Dunque, per riequilibrare una disparità di trattamento, la legge stabilisce che chiunque dovrà sostenere  un “onere da ricongiunzione”, commisurato all’aumento dell’assegno pensionistico che si ottiene effettuando questa procedura. Chi ritiene che la ricongiunzione sia troppo esosa ma vuole comunque mettere assieme tutti i contributi, può tuttavia ripiegare su un’altra procedura: la totalizzazione.
TOTALIZZAZIONE. E’  simile alla ricongiunzione e avviene con lo stesso obiettivo:  quello di ricomporre tutti i contributi versati durante la carriera in diverse gestioni o enti previdenziali. Contrariamente della ricongiunzione, però, la totalizzazione è sempre gratuita, cioè non comporta alcuna spesa per il lavoratore. Non manca, però, l’altra faccia della medaglia: chi effettua la totalizzazione riceverà un assegno pensionistico calcolato interamente con il metodo contributivo, che può essere molto penalizzante. Si tratta di un sistema  di calcolo delle pensioni entrato in vigore nel 1995 (con la riforma previdenziale del governo Dini), in base al quale l’assegno erogato dell’Inps (o da altri enti) dipende soltanto dall’ammontare dei contributi versati nel corso della carriera e non più dalla media degli ultimi redditi dichiarati prima di mettersi a riposo  (come avveniva in Italia sino alla metà degli anni ’90, quando gli assegni previdenziali erano conteggiati con un metodo che si chiama “retributivo”) . Chi ha iniziato a lavorare dal 1996, ha già tutta la pensione calcolata con il metodo contributivo e dunque, effettuando la totalizzazione, non ha nulla da perdere. Discorso diverso, invece,  per chi ha iniziato la carriera prima del 1996: se opta per la totalizzazione, perderà il generoso metodo retributivo e vedrà tutto l’assegno calcolato con il nuovo e penalizzante sistema entrato in vigore con la riforma Dini.
PENSIONI SEPARATE E SUPPLEMENTARI. Per chi non ritiene conveniente effettuare la totalizzazione, esistono però altre due possibilità per recuperare i contributi accantonati nel corso di tutta la vita lavorativa. Chi ha effettuato dei versamenti in fondi previdenziali diversi e ha maturato in ciascuno il diritto a percepire una pensione, può chiedere all’Inps la liquidazione di due assegni separati, senza penalizzazioni e senza costi.
Esiste poi il caso di alcuni lavoratori che, avendo versato i contributi in diversi fondi previdenziali, hanno maturato il diritto alla pensione soltanto in uno di questi. E’ bene infatti ricordare che, per maturare un assegno pensionistico, bisogna rispettare determinati requisiti anagrafici e contributivi: avere 66 anni di età e almeno 20 anni di contributi (per chi ha iniziato a lavorare prima del 1995) o almeno 5 anni di contributi (per chi ha cominciato la carriera dopo il 1995).
Dunque, può accadere che un lavoratore maturi il diritto alla pensione soltanto in un determinato fondo previdenziale (per  esempio in quello dei lavoratori dipendenti) e abbia invece accumulato una quantità insufficiente di contributi in un altro fondo (dove ha versato pochissimi soldi). In questo caso, è possibile comunque far valere tutti i versamenti effettuati chiedendo un piccolo supplemento di pensione che si aggiunge a quella principale.

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