L’ira funesta ma loquace di Pignatone

L'ormai ex procuratore di Roma ha passato le ultime ore prima di andare in pensione facendosi un fegato così per alcuni riconoscimenti che pensava di ottenere ma che non sono arrivati.

09 Maggio 2019 07.25
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Facondo e arrabbiato. Giuseppe Pignatone ha accompagnato le sue ultime ore da procuratore di Roma e da magistrato in servizio – lascia oggi, nel giorno del suo 70mo compleanno (è nato a Caltanissetta l’8 maggio 1949) – coltivando questi due sentimenti.

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Da un lato la voglia di parlare, e tanto, dall’altro facendosi un fegato così per dei riconoscimenti che pensava di ottenere e che, almeno finora, non sono arrivati per motivi che gli fanno temere non arrivino più.Partiamo dalla facondia. Programmata. E sì perché il ruvido e fin qui piuttosto riservato magistrato siciliano, diventato procuratore della Repubblica di Roma il 19 marzo 2012, ha gestito con maestria la comunicazione relativa alla fine della sua carriera – tanto che qualche suo collega invidioso fa girare la voce che abbia un supporto professionale, magari da qualche giornalista della giudiziaria che in questi anni gli è stato particolarmente vicino – prima facendo uscire un libro e poi concedendo una lunga serie di interviste.

La politica affida ai giudici i problemi etici che non risolve, e usa le indagini per delegittimare gli avversari

Con perfetta scelta di tempo, preceduto da ampie anticipazioni, è arrivato in libreria per i tipi di Laterza Modelli criminali. Mafie di ieri e di oggi, scritto a quattro mani con Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale Antimafia di Roma, in cui nell’analizzare le caratteristiche, le trasformazioni e l’estensione della criminalità organizzata in Italia, Pignatone celebra i suoi quarant’anni di esperienza nella lotta alle mafie. Poi, in questi ultimi giorni, ecco le uscite su La Stampa, sul Corriere della Sera – dove a Giovanni Bianconi affida parole, «la politica affida ai giudici i problemi etici che non risolve, e usa le indagini per delegittimare gli avversari», che non casualmente sono lame di coltello verso la classe politica al potere – e persino su Famiglia Cristiana.

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Un’accorta strategia di comunicazione che, però, non ha fruttato quel che Pignatone voleva: la nomina al Consiglio di Stato. Ci teneva e ci sperava, l’ormai ex procuratore capo di Roma. E che spiega l’ira funesta, che i suoi amici certificano. Una mortificazione che, corre voce, sarà niente meno il presidente della Repubblica a lenire. Sembra, infatti, che il suo amico di sempre Sergio Mattarella – il cui fratello Piersanti, ucciso da Cosa Nostra nel 1980, era strettissimo con l’allora magistrato siciliano Pignatone – lo voglia con sé al Quirinale, con la qualifica di consigliere del presidente.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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