Giorgio Triani

Le quattro ragioni per cui in Italia serve il Partito dei Giovani

Le quattro ragioni per cui in Italia serve il Partito dei Giovani

02 Marzo 2019 09.30
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Un partito dei giovani. Sino a qualche anno fa sarebbe stata una idea folle. Nemmeno una provocazione, ma solo una proposta sciagurata. Ora invece se fossi un ventenne/trentenne, ma anche quarantenne, comincerei a pensarci seriamente. A fare il PdG, il Partito dei Giovani. Per almeno quattro ragioni che disegnano altrettante fondate previsioni sulla "società che verrà". E che coinvolgono welfare e sistemi previdenziali, ciclo economico in riferimento al rapporto lavoro/redditi, dinamiche demografiche con focus sulle dialettiche generazionali, distribuzione o meglio concentrazione della ricchezza nelle classi d’età più anziane.

UN SISTEMA DI WELFARE SEMPRE MENO SOSTENIBILE

Il sistema di welfare e in particolare previdenziale, che peraltro è una realtà solo nell’Occidente sviluppato, è sempre meno sostenibile. Un po' più – in Svizzera o in Svezia – o un po' meno – in Italia –, ma non c’è Paese, a partire dagli Usa, che non sia costretto a fare i conti con una coperta sempre più corta per l'invecchiamento della popolazione, che comporta costi crescenti, di contro alla riduzione dei giovani che lavorano, dunque delle contribuzioni necessarie per pagare le pensioni. Lo scenario, disegnato dal 2019 global retirement index , è che nel giro di dieci anni l'insostenibilità di sistema sarà all’ordine – drammatico – del giorno. Se non si metterà mano presto a riforme di sistema, strutturali. Ovvero non si ridisegnerà la società nel suo complesso. Un’operazione questa di per sé titanica, ma che in Italia sconta un sovrappiù di faciloneria e cialtroneria della classe politica. Quota 100 ne è la plastica espressione.

UNA POLITICA TUTTA A FAVORE DEI PENSIONANDI

L’Italia non è una paese per giovani. Si diceva e lamentava anni fa. Però nemmeno si è cercato di invertire questa situazione. Si è continuato a premiare chi un lavoro ce l'aveva e ce l'ha già e a porre in testa all'agenda politica il problema dell'adeguamento delle pensioni, anziché investire risorse importanti nella creazione di lavoro e impresa giovanile. Ci si è stracciate le vesti sulla "fuga dei cervelli", facendo però quasi nulla per ridurla. O quantomeno riportarla a livelli adeguati a giovani generazioni, che cresciute con l'Erasmus, sono, fisiologicamente no borders. Senza confini. E quindi che vadano in giro per il mondo, anche a formarsi e a fare esperienze di lavoro, non solo ci sta, ma deve essere incentivato. Ora, per dire, quanto la situazione sia perfino peggiorata, si consideri che con Quota 100 di fatto si prepensiona gente che un lavoro che l’ha e si mettono 40 miliardi nei prossimi tre anni per attuare la promessa "cancellazione della Fornero" da parte del governo gialloverde. Ai giovani resterà la "mancia" dei 500 euro del bonus cultura lanciato da Renzi. Forse.

SPENDIAMO PER GLI ANZIANI CHE PERÒ SONO I PIÚ RICCHI

Ma aggiunto che attualmente le pensioni assorbono il il 58% dell’intera spesa sociale italiana, va segnalato che le classi d'età più ricche sono quelle più anziane. Un recente ricerca sulla distribuzione della ricchezza negli Usa indica come i più ricchi siano i 50-65enni e i più poveri i 20-35enni. Della serie i baby boomers strabattono i millennials. Certo questa situazione che sostanzialmente è vera anche in Italia, da noi offre un’atipicità che viene usata come alibi o giustificazione di tale sperequazione economica. Ovvero il welfare familiare, che vedrebbe i padri e nonni in veste di finanziatori delle spese importanti di figli e nipoti, come l'auto nuova o il contributo per il mutuo della casa. Insomma anche qui agirebbe la nostra solita e nota creatività, coniugata all'altrettanto noto familismo all'italiana. Ossia un welfare familiare o sostitutivo degli interventi di riequilibrio che sarebbero necessari a livello pubblico, strutturale, complessivo. Ma se è vero che padri e nonni si sostituiscono, sia pure in forma surrettizia allo Stato, e ancor più vero che chi è su con l'età spende poco in consumi voluttuari e tende a farlo sempre meno. Perché ha paura del futuro e dei problemi della vecchiaia e dunque privilegia il risparmio e mettere da parte per quando ce ne sarà bisogno. Ciò è inevitabile e forse anche giusto.

RISPARMIANO QUANDO NOI DOBBIAMO RILANCIARE I CONSUMI

Resta però il fatto che se si devono rilanciare i consumi interni, che è il problema numero uno nel nostro Paese da quasi vent'anni, bisogna mettere più soldi in tasca ai giovani, anziché ai pensionati. Eppure questo si continua a fare. Naturalmente non auspico cruenti conflitti intergenerazionali o il muro contro muro fra vecchi e giovani. Anzi credo a politiche che incentivino le buone idee e le pratiche condivise, la ricerca di proposte e progetti creativi e proiettati sul futuro. Però sono altrettanto convinto che servano ora segnali forti, scosse robuste, atti di effettiva discontinuità e una ferma volontà di cominciare davvero a "cambiare verso". A rovesciare, se serve, anche il tavolo. A dire : basta, così non si può più andare avanti. E questo dovrebbe essere il primo punto fermo e di rivendicazione del Partito dei Giovani. Da cui potrebbero discendere alcune concrete iniziative.

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LA PRIMA INIZIATIVA DEVE ESSERE LO SCIOPERO FISCALE

Anzitutto lanciare uno sciopero fiscale, segnatamente la sospensione dei contributi Inps: si inizierebbe con la protesta di un mese come primo passo, per passare poi, in assenza di risposte, a una di tre mesi e così via raddoppiando. «Perché dobbiamo pagare per pensioni che non avremo?» potrebbe essere lo slogan di una lotta che dovrebbe puntare anche al riequilibrio del rapporto fra salari dei giovani e pensioni. Attualmente l’importo medio delle pensioni è più alto della media delle retribuzioni d'ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli è oggi il 36% in meno di quello dei padri, nello stesso tempo in cui dal 2011 al 2017 per i primi sono aumentati solo i posti malpagati ( dati Istat e Eurostat). La quarta ma forse più importante ragione di lotta del PdG è che il potere è vecchio: in mano agli over 60 e 70, con molti ottantenni che da soli, economicamente valgono milioni di giovani. Da Warren Buffet, Soros e Rupert Murdoch ai nostri Berlusconi e Leonardo Del Vecchio. Con l’aggravante che sembra perfino decrepito, quando offre il volto dei nostri due giovani vice premier Di Maio e Salvini. Privi di visione ma anche di realismo, e viceversa ricchi di opportunismo e tatticismo.

DI MAIO E SALVINI DOVRANNO FARE I CONTI CON LE NUOVE GENERAZIONI

Questi due giovani-vecchi però presto, molto presto dovranno fare i conti non con avanguardie giovanili ribelli e disperate, ma con l’intera nuova generazione di giovani che sta prendendo coscienza che questo mondo e questa società devono cambiare profondamente e velocemente. Il millennial socialism, indagato in uno degli ultimi numeri di The Economist, ne è un segnale. Espressione di una sinistra data per morta, ma che sta risorgendo nelle giovanissime generazioni. Non agitando come la destra sovranista e ultra conservatrice lo sciovinismo e la nostalgia, ma focalizzandosi sulla crescente insostenibilità ambientale, sui diritti e le profonde ineguaglianze economiche e sociali che negli ultimi 20 anni sono ancor più cresciute. Ora non so se stia ritornando il socialismo. Comunque non quello che è stato. Né se si possa chiamare marxismo 3.0 quello materializzato dall'agitazione nei mesi scorsi dei bikers di Foodora e l'altroieri dei riders di Amazon. Certo è che il virtuale Partito dei Giovani è in questo brodo culturale che prende forma. Segnalando che, sia pure in incubazione, una nuova stagione politica e sociale è già partita.

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