I 40 enni precari in pensione solo a 73 anni con assegni di 300 – 400 euro

La Cgil lancia l'allarme sui lavori part time e discontinui con il sistema contributivo. Durigon apre: «È venuto il momento di una riforma complessiva della previdenza»,

20 Luglio 2019 10.08
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I quarantenni di oggi rischiano di andare in pensione a 73 anni, con assegni ‘poveri’, equivalenti agli attuali 300-400 euro. E ai più giovani potrebbe andare anche peggio. A rilanciare l’allarme è la Cgil, che sollecita l’apertura di un tavolo. Lavoretti, impieghi saltuari e precari, part time obbligati non sembrano conciliabili con la pensione. Non dipende solo dalla legge Fornero, dice il sindacato, ma da una falla del sistema contributivo. E il sottosegretario leghista Claudio Durigon riconosce: «È venuto il momento di una riforma complessiva della previdenza», e convocherà le parti.

Da una parte ci sono i vincoli legislativi che legano l’età d’uscita all’aspettativa di vita e non permettono di staccare prima dei settant’anni al di sotto di un importo, pari agli odierni 687 euro. Paletti che diventano più rigidi di fronte a quelle che in termini tecnici vengono definite ‘carriere discontinue’. In altre parole lavoretti, impieghi saltuari e precari, part time obbligati non sembrano conciliabili con la pensione. Se si può immaginare una vita attiva in qualche modo alimentata attraverso i mini-job diventa impensabile concepire una forma di sostenibilità con l’arrivo della vecchiaia. La questione non è nuova. Nel 2017 era stata avanzata la proposta era quella di introdurre nel sistema «una pensione di garanzia per i giovani», così da rimediare a quella che per la Cgil è falla del sistema contributivo: «a fronte di una pensione povera non è prevista un’integrazione al minimo, come nel regime retributivo», spiega l’esperto di welfare della Cgil, Enzo Cigna.

MANCA QUALSIASI FORMA DI COMPENSAZIONE

Al momento infatti è fissato un minimo di 524 euro. Ma per chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996 in poi non è prevista alcuna compensazione. Si può sperare a quel punto solo in misure assistenziali, slegate dal lavoro. Ma allora per molti diventerebbe spontaneo chiedersi, «perché pagare i contributi?». Una domanda destabilizzante. Eppure gli esempi della Cgil parlano chiaro: un part time che ha iniziato a lavorare nel 1996, quando è scattato il contributivo al 100%, con un salario di 10 mila euro annui e uno stop di un anno per ogni tre continui, pur avendo iniziato a 24 anni non potrebbe uscire prima dei 73.

DOPO 43 ANNI DI LAVORO UNA COLF PUÒ PRENDERE 265 EURO

La colf ‘tipo‘ che oggi ha 35 anni nel 2057 prenderà solo 265 euro, dopo ben 43 anni di lavoro. E ancora, mettiamo due persone che lavorano nello stesso edificio. Lui è un dirigente di banca full time a 4 mila euro al mese con 20 anni di lavoro: potrà andare in pensione a 64 anni con 1.330 euro. Lei invece è una lavoratrice delle pulizie part time a sei ore al giorno, per 600 euro al mese. Nonostante possa contare su una contribuzione di 40 anni, quindi il doppio del ‘capo’, non potrà smettere prima dei 68 anni perché maturerebbe un importo troppo basso (360 euro, che secondo le regole del contributivo pieno non consentono l’uscita). «La situazione dovrebbe essere ribaltata», sostiene Cigna.

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