Pensioni: tra promesse e diktat, riparte il braccio di ferro

Francesco Pacifico
21/03/2018

Lega e M5s vogliono abolirla, Pd in ordine sparso e gli organismi internazionali spingono perché sia mantenuta: la legge dell'ex ministro rimane sempre al centro del dibattito politico-economico italico.

Pensioni: tra promesse e diktat, riparte il braccio di ferro

L'Anief, sindacato autonomo della scuola, vuole passare all'incasso. E in una nota si chiede perché, «dopo le promesse elettorali, a distanza di poco più di due settimane dalle elezioni politiche, già non si parla più di tornare a una soglia pensionistica equa». Tradotto, che fine hanno fatto tutti i piani per cancellare la legge Fornero e l'innalzamento dell'età di ritiro dal prossimo primo gennaio a 67 anni? Questo è almeno il clima in Italia, con i due vincitori delle elezioni – Matteo Salvini e Luigi Di Maio – che hanno messo il superamento della riforma al centro di un patto di governo, mentre anche il Pd e Forza Italia, pur con gradazioni e toni diversi, hanno chiesto modifiche sostanziali. E poco importa che le organizzazioni politico ed economiche mondiali chiedano all'Italia di muoversi in direzione opposta. Cioè verso una stretta. Nelle ultime ore un richiamo è arrivato dalla Banca centrale europea, che ha inserito l'Italia tra gli Stati membri che necessitano di sistemare i conti. Nel prossimo bollettino economico, come riportato da Radiocor, si nota che in tutta l'area è forte la sproporzione tra gli over 65 già in pensione e quelli già in quiescenza.

In quest'ottica nella classifica dei meno virtuosi sono finiti l'indebitata Italia, la ricca Germania (lì quest'anno gli assegni aumenteranno del 3,2% a Ovest e del 3,4 a Est del Paese), la debole Grecia, la scricchiolante Finlandia e il Portogallo che sta rivedendo soltanto in questi ultimi anni la ripresa. Da Francoforte fanno notare che l'invecchiamento progressivo ridurrà la produttività e cambierà le tendenze dei consumi. Una tendenza più marcata in Italia che altrove. Per questo dalla Bce si consiglia di alzare l'età pensionistica per ridurre gli effetti macro-economici negativi dell'invecchiamento della popolazione, ma non ridurre l'entità degli assegni per non abbassare la capacità di spesa. In fondo poca cosa rispetto alle ricette draconiane proposte 24 ore prima dal Fondo monetario. Nel paper Italy: toward a growth-friendly fiscal reform, rimbalzato da Buenos Aires, dove si tiene il G20, l'organismo di Washington oltre a chiedere il mantenimento della Fornero suggerisce al futuro governo anche di tagliare ai pensionati tredicesime e quattordicesime e di equiparare la contribuzione tra dipendenti e autonomi.

L'IRA DEI SINDACATI. Questo perché il Fmi stima che la spesa previdenziale potrebbe schizzare «fino al 20,3% del Pil nel 2045, prima di scendere al 15,7% nel 2070». Oggi, nonostante tutti le strette, è comunque al 16%. Analisi, questa, che ha scatenato la reazione dei sindacati, nelle ultime settimane interessati non tanto a ritoccare la Fornero quanto a creare un nuovo pilastro pensionistico finanziato dalla fiscalità per i più giovani. «Il sistema previdenziale italiano è in equilibrio oggi e in prospettiva», ha tuonato il segretario confederale, Roberto Ghiselli, «e determina già ogni anno avanzi di gestione, al netto delle imposte e degli altri elementi impropriamente computati come spesa previdenziale». Diverso l'obiettivo di corso d'Italia rispetto alle «previsioni del tutto infondate» del Fmi. Secondo Ghiselli, «la legge va strutturalmente superata, introducendo i necessari elementi di sostenibilità sociale, in particolare nei confronti di giovani, donne e chi svolge lavori manuali e gravosi».

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Non meno dura la risposta della politica a riprova delle vere intenzioni. Salvini ha twittato: «Tagli alle pensioni, reintroduzione dell'Imu sulla casa e nuove tasse: ecco la ricetta per l'Italia dei 'grandi economisti' internazionali. Noi faremo l'esatto contrario!». Ventiquattr'ore prima aveva ricordato durante un tour elettorale a Udine per le prossime Regionali: «Avremo sicuramente delle opposizioni, per esempio quando andremo a lavorare alla riforma delle pensioni e alla riforma del lavoro si sveglierà dal letargo la Cgil, che si è assopita per anni». Dal fronte Cinquestelle il tema è trattato con molta circospezione da quando Beppe Grillo ha ricordato che bisogna pensare alle future pensioni dei giovani e non degli over 60, già di loro tutelati. Ma si sa che nelle trattative tra Di Maio e Salvini sul futuro governo pilastri dell'azione comune sono la cancellazione della Fornero e del Jobs act. Riforme che non piacciono neppure a larghi strati di Forza Italia, nonostante le rassicurazioni fatte prima dal voto da Silvio Berlusconi anche in Europa.

L'AVVERTIMENTO DI BOERI. Articolate, invece, le posizioni all'interno del Pd. L'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, molto vicino al neosegretario Maurizio Martina, ha definito «l'analisi del Fmi sull'incidenza della spesa pensionistica sul Pil un falso ideologico. Il dato del 16% di incidenza non è nient'altro che il tentativo di aprire la strada a un ulteriore taglio della previdenza da parte di una istituzione da sempre non neutrale, come l'Fmi, che ha una chiara impostazione liberista. Il 16% è il risultato delle fuorvianti tecniche di calcolo europee alle quali l'Istat non ha potuto o voluto sottrarsi». Damiano ha rilanciato alcune proposte sulle quali il governo uscente stava lavorando nonostante il Pd avesse messo nero su bianco nel suo programma di non ritardare l'avanzamento dell'età pensionistica a 67 anni dal prossimo gennaio: quota 41 per l'uscita, l'allargamento dell'Ape social con nuove categorie di lavori usuranti da esonerare e da mandare a riposo prima, uno "sconto" sulla contribuzione per le donne con figli e occupati in attività di cura, una nuova – la nona – salvaguardia degli esodati, allentamento delle norme che collegano l'aspettativa di vita all'uscita dal lavoro. Tutte misure, queste proposte o ventilate dai partiti, che secondo il presidente dell'Inps, Tito Boeri, possono intaccare quel tesoretto garantito ogni anno dalla Fornero e che è alla base del nostro avanzo primario. Si parla di un tesoretto tra i 14 e i 20 miliardi.