La marcia anti-razzista di Milano che sfida il governo

02 Marzo 2019 13.42
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È partita attorno alle 14.30 del 2 marzo la manifestazione nazionale anti-razzista "People – Prima le persone", che ha portato nelle strade di Milano migliaia di voci contro la «politica della paura». Duecentomila, secondo l'assessore alle Politiche sociali del Comune Pierfrancesco Majorino. A inizio corteo uno striscione giallo con il nome dell'evento, tenuto dagli scout. Vicino a loro il sindaco del capoluogo lombardo Giuseppe Sala.

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In un «momento di grande cambiamento» per il Paese «è questa la nostra visione di Italia», ha detto il primo cittadino di Milano per il quale, ora, «ci troviamo a uno spartiacque» a livello di società. Fra i presenti alla manifestazione, anche il segretario della Cgil Maurizio Landini, quello della Uil Carmelo Barbagallo, i governatori della Toscana Enrico Rossi e del Lazio Nicola Zingaretti, oltre a Sergio Cofferati e Roberto Vecchioni. Molte le famiglie con i bambini arrivate alla coloratissima manifestazione.

PRESENTI OLTRE 1.000 ASSOCIAZIONI: «IL NEMICO È LA DISEGUAGLIANZA»

L'appello di People parla di «una grande iniziativa pubblica per dire che vogliamo un mondo che metta al centro le persone. La politica della paura e la cultura della discriminazione viene sistematicamente perseguita per alimentare l'odio e creare cittadini e cittadine di serie A e di serie B. Per noi, invece, il nemico è la diseguaglianza, lo sfruttamento, la condizione di precarietà». La manifestazione è promossa da 30 realtà, dall'Arci ai sindacati passando per le organizzazioni anti-razziste. In tutto, oltre 1.000 associazioni.

«Inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri, senza barriere» sono i motivi – come si legge nell'appello – per cui è stata promossa questa mobilitazione nazionale. Ma anche «perché crediamo che la buona politica debba essere fondata sull'affermazione dei diritti umani, sociali e civili. Perché pensiamo che le differenze – legate al genere, all'etnia, alla condizione sociale, alla religione, all'orientamento sessuale, alla nazione di provenienza e persino alla salute, non debbano mai diventare un'occasione per creare nuove persone da segregare, nemici da perseguire e ghettizzare o individui da emarginare».

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