«Per alcuni l’incubo non finirà mai»

Alessandro Giberti
13/10/2010

Tra il 10 e il 20% soffrirà di disturbi da stress post traumatico.

«Per alcuni l’incubo non finirà mai»

La notte tra martedì 5 e mercoledì 6 ottobre lasciò impressa un’immagine nella mente di Alberto Iturra. Un topo, con un casco da minatore sulla testa, fermo davanti a una trappola con il formaggio. Un grande classico da cartoon, non fosse per il particolare del casco.
Alberto Iturra è stato, ed è, lo psicologo che ha accudito le teste dei 33 minatori cileni negli oltre due mesi di prigionia forzata nel ventre del giacimento San José. Iturra quella mattina si alzò dal letto e di corsa butto giù quattro pagine fitte. Poi ne fece 33 copie, e con il malloppo di cellulosa sotto il braccio si precipitò alla miniera. Lì, mise il tutto nel condotto di comunicazione, “spedendo” di fatto la sua raccomandata che, 700 metri più sotto, raggiunse i destinatari.

Il topo, il casco, la trappola

Le quattro pagine contenevano molte cose, quesiti d’ordinanza, raccomandazioni generali, incitamenti. E poi, ovviamente, il fondamentale disegno del topo con il casco.
Accompagnato dalla spiegazione. “Il topo siete voi (e molte grazie, avranno pensato i 33); la trappola rappresenta esattamente una trappola; il formaggio sono i desideri, le aspettative riposte nel ritorno a casa; il casco, tanto per cambiare, è ancora in funzione anti-problemi”.
Perché è chiaro che molte, e molto insidiose, trappole aspettano i 33. Sono le trappole della mente, quelle più invisibili, inattese ma implacabili. I minatori sono purtroppo tutti soggetti a rischio. Non si esce da un’esperienza di questo tipo soltanto con sollievo, lacrime di gioia e interviste.

Hasta la salida siempre. E dopo?

In realtà i minatori hanno già superato una prova che ha del sovrannaturale, e quasi esclusivamente con le proprie risorse. Secondo Luca Pietrantoni, docente dell’Università di Bologna e autore del libro “Psicologia dell’emergenza” (con Gabriele Prati, edizioni Il Mulino), «la vicenda dei 33 ci ha dimostrato l’incredibile capacità di resistenza umana. Ciò che è successo ci dice qualcosa su come gli individui reagiscono alle emergenze, in un ambiente confinato in cui saltano le regole quotidiane ed è necessario sostituirle con nuove forme di relazioni sociali».
Domanda. Come hanno fatto a resistere senza cannibalizzarsi?
Risposta. È stata fondamentale la leadership del capo, quel Luis Urzua che ha assunto il ruolo di coordinatore dividendo i 33 in 11 gruppetti da tre persone. Ciò ha permesso agli uomini di sostenersi a vicenda, di comunicare più efficacemente con l’esterno e di definire al meglio i tempi comuni e i tempi per se stessi. Gli studi scientifici mostrano che nei gruppi che si trovano in condizioni di stress estremo si accentua la tendenza ad affidarsi ai “capi”, vuoi per anzianità, esperienza o capacità. Ma anche i più giovani, più prestanti fisicamente, diventano leader informali anche perché in quelle condizioni lo sforzo fisico è notevole. In una situazione di emergenza come quella, in cui vi erano relazioni di collaborazione e similarità tra i membri, e l’evento è dovuto a cause esterne, i ruoli nel gruppo sono articolati sulla base del contributo che ciascuno porta alla sopravvivenza del gruppo stesso.
D. Quale altro avvenimento è paragonabile alla vicenda della San José?
R. Il sequestro di persona, forse. Ma ci sono grandi differenze. Se da un lato l’avvenimento del sequestro è simile perché vi è minaccia alla vita, incertezza sul proprio destino, tempi lunghi di restrizione della mobilità, deprivazione sensoriale e sociale; dall’altro è diverso in quanto vi è un rapporto diretto con le “cause” dello stato di emergenza, e cioè con i perpetratori della violenza o i loro mandanti. La relazione tra sequestrato e sequestratore è spesso uno a uno e può dare origine a torture e brutalità ma anche in alcuni casi evolvere in senso meno negativo.
D. Qui invece il nemico c’è, è visibile, ma è impersonale.
R. Esatto. Nel caso dei minatori, la minore enfasi su una responsabilità individuale è stata senza dubbio un fattore protettivo e ha rafforzato la possibilità di una solidarietà all’interno del gruppo e con i soccorritori. In un certo senso la loro può essere una situazione di stress analoga ad altri ambienti confinati, come le stazioni spaziali o l’antartide, ma in questi casi vi sono stress aggiuntivi, l’evento imprevisto, il rischio di morte, l’attesa di salvataggio.
D. Ciò che tutti si chiedono è come avverrà il loro reinserimento?
R. Nel reinserimento i minatori dovranno affrontare un periodo di adattamento non facile, alle nuove condizioni ambientali, all’attenzione dei media. Il ricordo di un pericolo per la loro vita potrebbe nei casi di maggiore vulnerabilità individuale procurare stati di ansia o paura in circostanze analoghe, per esempio i luoghi chiusi e bui. La loro percezione del rischio sarà mutata. Il rapporto con la comunità sarà caratterizzato dalla loro esperienza, e più persone gli chiederanno più volte di raccontarla a volte amplificando il dolore e la sofferenza.
D. Quanti di loro potranno manifestare disturbi?
R. La possibilità di sviluppare un disturbo da stress post traumatico riguarderà almeno il 10-20% dei minatori, magari tra quelli che avevano già disturbi d’ansia o traumi precedenti. Sono rari i casi di disagio psicologico “tardivo”. Potrà tuttavia accadere ai superstiti di questa vicenda di avere in tutto il corso della loro vita ricordi e flashback di questa tragica esperienza.