Per il governo serve una nuova fase

Redazione
09/10/2010

Con le quattro vittime dell’ultimo attentato, sale a 34 il numero dei militari italiani morti in Afghanistan dall’inizio della missione...

Per il governo serve una nuova fase

Con le quattro vittime dell’ultimo attentato, sale a 34 il numero dei militari italiani morti in Afghanistan dall’inizio della missione Isaf, nel 2004. L’area occidentale del paese che si trova sotto il controllo del contingente italiano ha registrato negli ultimi tempi massicci arrivi di forze talebane, in fuga dai settori meridionali controllati dagli Stati uniti, dalla Gran bretagna e dall’Australia. La morte dei quattro militari, le cui esequie in forma solenne dovrebbe svolgersi martedì 11 ottobrea Roma, ha aperto nuove riflessioni sulla partecipazione dell’Italia ai contingenti internazionali e sul ruolo delle nostre truppe sul terreno afghano.

Il cordoglio del generale Petraeus

«Condoglianze» sono state espresse dal generale americano David H. Petraeus che ha aggiunto: «Non dimenticheremo il loro coraggio e altruismo». «Questi soldati» ha detto il comandante della missione Isaf in Afghanistan «hanno servito come parte del coraggioso contingente italiano che guida i nostri sforzi nel comando regionale ovest». «I nostri pensieri e le nostre preghiere – ha concluso il generale Usa – sono per le famiglie di questi soldati caduti. Condividiamo il loro dolore per questa perdita straziante».

Tutte le istituzioni hanno inviato messaggi

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è intervenuto dalla Russia, a margine di un incontro con il primo ministro Vadimir Putin, e ha detto: «Purtroppo queste tragedie si ripetono spesso e noi ora stiamo lavorando per consegnare il controllo della situazione in questo Paese alle truppe afghane. Noi portiamo il nostro contributo nella soluzione del problema, aiutiamo economicamente e sosteniamo lo sviluppo delle forze armate dell’Afghanistan. Speriamo molto che non sia lontano il tempo in cui la terra afghana avrà la pace».
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in visita ad Aosta, ha osservato un minuto di silenzio e ha detto: «Dobbiamo ribadire l’impegno ad agire nella comunità perché il sacrificio dei nostri soldati non sia vano e il martoriato popolo afghano possa avere un giorno una prospettiva di pace e serenità».
Per il presidente del Senato, Renato Schifani, «l’Italia onora il sacrificio dei soldati coraggiosi, l’ennesimo pesante tributo di sangue che il nostro paese paga in quelle terre lontane in una missione che difende la democrazia e la pace nel mondo».

Il governo chiede di aprire una nuova fase

Il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha detto: «Dal prossimo vertice Nato a Lisbona, a novembre, si deve definire la nuova fase di transizione della strategia internazionale in Afghanistan e bisogna accelerare l’assunzione delle responsabilità di sicurezza e controllo del territorio da parte dalle forze afgane». «L’attentato contro i nostri militari» ha concluso Frattini «è un altro esempio dell’ altissimo costo umano che siamo costretti a pagare per una missione fondamentale per la nostra sicurezza nazionale».
«Quando sento parlare di ritiro in occasione di un evento luttuoso, più che una critica mi viene in mente lo sciacallaggio», ha invece detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. «La critica è legittima ma l’importante è che sia fondata e non sia pretestuosa e strumentale». Secondo La Russa «è giusto che entro la data prevista, il 2011, il ritiro dei nostri militari diventi un fatto concreto, non solo un annuncio».

La Lega è divisa sul ritiro

Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, ha detto: «In ogni vicenda c’è un inizio, ma deve esserci anche una fine. Ciò vale anche per la missione di pace in Afghanistan che si sta trasformando per il nostro paese in un nuovo, tragico Vietnam». Per Zaia «esistono accordi internazionali che certo vanno rispettati, un sentimento forte che deve unire il nostro paese ai soldati che laggiù rischiano la vita» ma allo stesso tempo «è venuto il tempo in cui il parlamento ed il governo tornino a ragionare sulla necessità di riportare a casa i nostri ragazzi. Potrebbe essere un percorso analogo a quella exit strategy proposta da Obama per l’Iraq ».
Una posizione, quella di Zaia, non condivisa all’interno del partito. Parlando con Lettera43, il deputato della Lega nord Raffaele Volpi, ha detto: «Prendere il considerazione il ritiro dall’Afghanistan dimostra una debolezza che non possiamo permetterci. Non dobbiamo cedere al ricatto del terrorismo». Gli elementi da considerare, secondo Volpi, sono altri: «Con il nostro modo di fare abbiamo insegnato come si può essere una presenza costruttiva. Siamo un modello da esportare  nelle situazioni di crisi. Ecco perché siamo in Afghanistan ed ecco perché è bene restare ».

Per il Pd è il momento di riflettere

Il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, ha sottolineato invece che «è ora che l’Italia chieda una vera puntualizzazione della strategia. Bisogna vedere quali sono le prospettive reali in una situazione del genere ». Il segretario del Partito democratico ha espresso anche i suoi dubbi: «Si può anche morire per la democrazia, per la lotta al terrorismo, per la dignità umana, per la civiltà, ma bisogna essere certi di arrivare al risultato che ci si è prefissati». Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, ha confermato l’appoggio del Pd alla missione militare italiana in Afghanistan: «La nostra presenza militare non risolve tutti i problemi ma certo è ancora necessaria. La politica deve assumersi maggiori responsabilità rispetto alla presenza militare».

L’Idv propone la strategia d’uscita

Il presidente del gruppo dell’Italia dei valori al Senato, Felice Belisario, ha parlato in altri termini: «Senza alcuna ipocrisia, esprimo tutta la mia rabbia per le giovani vite spezzate dalla mancanza di iniziativa internazionale del nostro governo che, nonostante le richieste e le pressioni dell’Idv, non si è attivato per prevedere una strategia d’uscita da quegli scenari che sono di guerra. Al ministro degli Esteri e a quello della Difesa voglio rivolgere solo una domanda: chi e cosa difendiamo in Afghanistan se nel Paese sono in corso trattative tra governo e talebani?». Per Antonio Di Pietro «è giunto il momento che il governo si assuma le proprie responsabilità e richiami immediatamente il nostro contingente. La missione che avrebbe dovuto essere di pace ha cambiato i suoi connotati, trasformandosi in missione di guerra».