Per rilanciarsi Obama deve copiare Clinton

Mario Margiocco
24/01/2011

La Casa bianca prepara la strategia per superare la crisi. Ma sono ancora tanti gli ostacoli.

Dopo due anni di Obama-Roosevelt, incomincia l’Obama–Kennedy, quando martedì 25 sera si terrà il discorso sullo Stato dell’Unione.
Prima si è trattato di salvare il sistema finanziario, di dettargli nuove regole e di lanciare una riforma della sanità ispirata dall’innovazione sociale che caratterizzò 75 anni fa la stagione rooseveltiana.
Ora si tratta di dare al Paese nuovi obiettivi, di trovare una sorta di Nuova frontiera, o soltanto di ribadire il sogno americano di un futuro sempre da conquistare. E di indicare una ripresa che in parte c’è, ed è un dato di fatto, e che durerà e crescerà ancora, ma questo resta solo augurabile. Se ci sarà, avremo l’Obama più vero, l’Obama-Clinton, che affida a una nuova crescita e a solidi rapporti (e finanziamenti elettorali) con il business le sue chances di rielezione, una strategia poco roosveltiana e nemmeno kennediana che Clinton 15 anni fa collaudò con successo, grazie a una ripresa, vera.
IL PRESIDENTE RISALE. Il momento è favorevole a Obama, in risalita nei sondaggi dopo un novembre disastroso, un dicembre decisionista e soprattutto la buona prova e il buon discorso seguito al massacro e allo sgomento di Tucson dell’8 gennaio scorso.
L’economia è in ripresa, anche se nessuno può dire quanto e quanto a lungo, in un quadro generale sempre frenato dal “grande debito”. Comunque, poter evitare una ricaduta è già molto, anche se non siamo ancora alla svolta. Occupazione e mercato immobiliare procedono sempre malissimo. Quest’ultimo resta una miccia accesa. La nuova sanità è troppo statalista per la destra ed è deludente per la sinistra. Ma una legge, complicata e parziale e che non affronta il vero nodo dei costi, comunque c’è.

Daley e Immelt: nello staff di Obama uomini di finanza ed economia

La campagna elettorale del 2012, di cui il discorso del 25 gennaio rappresenta per un presidente al terzo anno del primo mandato una sorta di pre-apertura, sarà una lunga promessa sull’America che risorge.
Il rinnovo del personale politico è stato tra novembre e oggi tutto all’insegna della mano tesa al mondo del business e a Wall Street in particolare. Bastino due esempi: Bill Daley, l’ex capo delle relazioni istituzionali della banca JPMorgan, cioè il capo lobbista, chiamato a dirigere lo staff della Casa Bianca, di fatto un primo ministro del presidente.
MANAGER IN POLITICA. Questa è la pietra tombale sulla grande promessa di due anni fa di fermare la «porta girevole» tra ruoli politici e ruoli nel top management.
Perplessità ha sollevato anche la nomina di Jeffrey Immelt, a capo di General Electric, chiamato a guidare un nuovo organo per l’occupazione e il lavoro, che sostituisce quello sul rilancio economico presieduto dal dimissionario, e sempre detestato da Wall Street, Paul Volcker.
Su Immelt bastino due cose: General Electric è di fatto un gruppo finanziario, con un’importante e storica seconda attività industriale, che realizza i suoi maggiori profitti in attività finanziarie, e che fu sorretto, come tutta la finanza americana nel 2008, dalla mano pubblica.
Un modello di creazione di lavoro, ma soprattutto all’estero, e non negli Usa. Se si pensa che Immelt sostituisce in organico, nell’amministrazione, l’ex banchiere centrale Volcker, che ha sempre parlato chiaro e bene, il messaggio non ha bisogno di commenti.

Discorso sullo Stato dell’Unione: il presidente prova a ridare fiato al suo mandato

Le alleanze sono quindi alla luce del sole, e sono l’opposto di quanto fece Roosevelt e assai diverse da quanto fece Kennedy, che non esitò ad affrontare uno scontro a muso duro con i big dell’acciaio. Obama non ha mai fatto nulla di simile con i banchieri, nonostante i guai procurati all’America (e al mondo) dai big di Wall Street, con una politica che ha inseguito molto più le commissioni bancarie che non il sano sviluppo, guai assai peggiori di quelli provocati nel 1962 dai big dell’acciaio. Anzi, tutto il gotha di Wall Street era invitato e riverito alla Casa Bianca per il recente gala in onore del presidente cinese in visita.
RILANCIO USA. Le idee ruoteranno, martedì 25, attorno allo «spirito del ’57», quando l’America reagì dopo lo choc dello Sputnik sovietico che l’aveva battuta nello spazio. Invocheranno una rinnovata unità nazionale che «lo spirito Sputnik» presuppone. Diranno come scongiurare l’orrore di un sorpasso cinese. Prometteranno il ritorno del made in America. E prometteranno di investire in infrastrutture e ricerca, e allo stesso tempo, di avviare la riduzione del debito pubblico.
Che cosa c’è di vero nell’Obama-Roosevelt? Occorre onestamente ammettere che per un presidente di modeste origini, uomo che si è fatto da sé, figlio per giunta di una minoranza etnica, la minoranza per eccellenza, entrato solo attorno ai 40 anni in quei veri circuiti del potere dove spesso altri politici sono nati, affrontare una crisi come quella del 2007-2008 non è stato semplice.
Si è trattato infatti di un fallimento dell’intera classe dirigente, politica e finanziaria, repubblicana e democratica, al costo di 11 mila miliardi per le finanze delle famiglie  (vai alla fonte) e di circa 3.500 miliardi di crescita perduta nel 2008-2014 (vai alla fonte).
IL METODO ROOSEVELT. Non era semplice chiederne conto, come fece invece Franklin Roosevelt all’inizio degli anni 30, nell’unica situazione confrontabile negli ultimi 100 anni con il 2007-2008. Il patrizio Roosevelt era nato nell’élite, aveva fatto l’avvocato a Wall Street e il sottosegretario a Washington, e come ex governatore di New York State, conosceva a perfezione virtù e vizi della grande finanza. In più, i guai li avevano fatti negli anni 20 essenzialmente i repubblicani, il partito avverso. Ora no, li hanno fatti anche i democratici, e prima che Obama arrivasse a Washington.

La riforma della finanza: la grande incompiuta

Obama ha promesso di rinnovare la finanza e ha varato una legge di riforma, in gran parte però ancora da definire. Soprattutto, non garantisce che quanto accaduto due anni e mezzo fa non possa ripetersi, ed è piena di scappatoie. Formalizza poi il cordone ombelicale tra le grandi banche e il debito pubblico.
Un vecchio protagonista di Wall Street come Henry Kaufman, per citare un giudizio perplesso fra mille, dice che «è ancora tutto da fare» ed è stato mancato l’obiettivo principale, quello di ridurre il gigantismo bancario, ingestibile in momenti di grave crisi (vai alla fonte). Mentre per John Reed, ex numero uno di Citicorp e Citigroup e poi della Borsa di New York, «la riforma compie solo il 25% del percorso» (vai alla fonte).
FASE ROOSEVELT SUPERATA. Comunque Obama e la sua squadra hanno ripetutamente dichiarato «missione compiuta», fase Roosevelt superata. E a basso costo, come hanno ripetuto il ministro del Tesoro Tim Geithner e lo stesso presidente.
Non è d’accordo sui costi e sullo scampato pericolo, per citare un solo esempio, la Banca d’Inghilterra, riflettendo sulla analoga crisi britannica e, direttamente, anche su quella americana. Secondo uno dei suoi massimi dirigenti, Andrew Haldane, i costi non sono inferiori a un anno di Pil (vai alla fonte).
Mentre per il presidente della Banca, Mervyn King, «di tutti i vari modi per organizzare il sistema bancario, quello che abbiamo oggi è il peggiore» (vai alla fonte). Obama segue un altro copione, che rassicura invece il mondo del business e promette mano leggera sulla regulation. Va benissimo, ma c’è ambiguità sui guai terribili provocati in finanza dall’aver abolito le vecchie regole rooseveltiane sostituendole, su fortissima pressione di Wall Street e con la collaborazione di gran parte della politica, con il nulla (vai alla fonte).

Romer e Orzag: i grilli parlanti inascoltati dalla Casa Bianca

Che cosa può esserci di vero nell’Obama-Kennedy, cioè nel lancio (e finanziamento) di una ‘Nuova frontiera’, sia pure più modesta? Anche qui, poco. Kennedy aveva un debito pubblico pari a circa il 40% del Pil e destinato a diminuire per i 20 anni successivi. Obama ne ha uno che sfiora ormai il 100%, e supera il 140 se si calcolano (come dovuto) i debiti di Stati, enti locali e sistema immobiliare pubblico, e sta salendo verticalmente.
Non c’è molto altro da aggiungere. Se non, come guida all’interpretazione di quanto il presidente dirà domani sera, gli interventi di due importanti ex collaboratori, spinti a mettere in questi giorni nero su bianco.
LA VERSIONE DI ROMER. Christina Romer, già capo dei consiglieri economici, ha scritto un promemoria intitolato Che cosa Obama dovrebbe dire sul deficit. I conti pubblici sono insostenibili e gli Stati Uniti, dice la Romer, «rischiano di diventare l’Argentina del 21 secolo».
La cura inevitabile è da cavallo: tagli al Medicare, l’assistenza pubblica per gli over 65; tagli alla Social security, il sistema pubblico di pensioni; tagli alle agevolazioni fiscali storiche, sui mutui, sui piani sanitari aziendali, sulle donazioni per beneficenza e liberalità in genere; aumenti generalizzati delle imposte, anche sulla classe media, quelli sui ricchi non bastano.
Naturalmente non ora, perché non bisogna indebolire la ripresa. Dopo. Il che significa, questo la Romer non lo dice, che si va al dopo elezioni, al 2013 al più presto.
L’AVVERTIMENTO DI ORZAG. Per Peter Orszag, ex ministro del Bilancio di Obama, i tempi sono più stretti. In un articolo intitolato «L’America deve prepararsi a turbolenze finanziarie» Orszag arriva a concludere che i mercati possono già quest’anno segnalare nervosismo sui debiti Usa, soprattutto per difficoltà del debito locale. Ma i veri guai verranno dopo il 2011. «Spero», conclude Orszag, «che alla fine non sia necessaria una crisi per riportare la sostenibilità fiscale a livello federale, ma temo che la crisi ci sarà».
Inesistente l’Obama-Roosevelt, impossibile l’Obama-Kennedy, resta l’Obama-Clinton. Se l’economia cresce sufficientemente a lungo – ma il quadro bancario e debitorio non aiuta – può darsi che il presidente vinca la sua scommessa. Auguriamocelo.

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