«Perché investo in Egitto»

Redazione
30/09/2010

Di Federica Zoja Per Italcementi, Eni, Barilla, Pirelli, Intesa Sanpaolo, solo per citare alcuni nomi del cosiddetto “sistema Italia” che...

«Perché investo in Egitto»

Di Federica Zoja

Per Italcementi, Eni, Barilla, Pirelli, Intesa Sanpaolo, solo per citare alcuni nomi del cosiddetto “sistema Italia” che investono con successo all’estero, l’Egitto è da anni un mercato strategico. In linea con la tendenza di altre aziende internazionali che hanno messo gli occhi sui bianchi deserti egiziani per dislocarvi i propri impianti.
Un dato su tutti: gli investimenti stranieri diretti in Egitto nell’ultimo quinquennio hanno superato i 45 miliardi di dollari, come ha riferito a Lettera43 la Gafi, l’autorità nazionale per gli investimenti.

Energia e forza lavoro a basso costo

Nel caso del gruppo Albini, specializzato nella produzione di tessuti per camiceria di medio-alta qualità, tinture e filati, fattori determinanti nella decisione di guardare verso la sponda Sud del Mediterraneo sono stati materia prima, prossimità e costi.
Succedeva all’inizio del 2009, con l’apertura della tessitura Mediterranean textile, primogenita del gruppo nel Paese che fu dei faraoni, seguita un anno dopo dalla nascita della tintoria Delta Dyeing. Entrambe le strutture si trovano nella località di Burg El Arab, vicino ad Alessandria.In tutto 230 impiegati egiziani e una decina di esperti italiani che ne curano la formazione, per un investimento complessivo di oltre 30 milioni di dollari.
Poi, nel settembre del 2010 un ulteriore passo avanti, con l’acquisto di due campi di cotone rispettivamente da 120 mila e 30 mila metri quadrati, per diventare quasi autosufficienti nella produzione.
«Non abbiamo spostato le nostre attività dall’Italia» ha spiegato a Lettera43 Silvio Albini, amministratore delegato del gruppo. «Piuttosto, abbiamo aggiunto capacità produttiva al nostro gruppo là dove il cotone è il migliore del mondo». Da sempre, infatti, Albini acquista il cotone egiziano, preferito a quello indiano nel tessile di alta gamma.
La posizione strategica di Alessandria, scalo commerciale nel cuore del Mediterraneo a una settimana di nave dall’Italia, è stato un secondo elemento decisivo, seguito dai bassi costi dell’energia e della forza lavoro.
«Ci ha colpito favorevolmente anche la buona esperienza di alcuni filatori egiziani nell’applicare le tecniche europee», ha poi riferito l’amministratore, deciso a spazzare via la cattiva nomea del personale nordafricano: «Era il nostro spauracchio, invece non abbiamo avuto problemi, c’è personale valido e preparato, la produzione di tessuto greggio realizzata fino ad ora ha tempi compatibili con le nostre necessità».

Incentivi alle aziende straniere

La speciale legislazione egiziana nelle cosiddette free zone, applicata a chi esporta il prodotto al 100% fuori dall’Egitto (nel caso di Albini per il finissaggio del cotone, ndr), oltre a investment zone e special investment zone, hanno attirato al Cairo, in piena crisi economica, 6,8 miliardi di dollari di investimenti fra 2009 e 2010.
Nell’ultimo anno, gli investimenti italiani hanno raggiunto quota un miliardo e 330 milioni di euro: l’Italia è al quarto posto fra i Paesi europei investitori in Egitto e al nono su scala mondiale.
Questo nonostante lo scenario politico si presenti incerto: nei prossimi sei mesi saranno rinnovate la camera bassa del parlamento egiziano e la presidenza della repubblica, guidata per 29 anni da Hosni Mubarak.
Un quadro dai contorni indefiniti che lo stesso Mubarak cerca di negare con ripetute visite ufficiali ai maggiori alleati europei, Germania e Italia in testa, e comparsate nelle aree più produttive del Paese.
«Certo che pensiamo anche a questo genere di cose, allo scenario politico, ma siamo convinti che la priorità delle autorità egiziane sia lo sviluppo economico» ha commentato Silvio Albini lasciando intendere che, per una qualsiasi classe dirigente chiamata a decidere il destino di 80 milioni di concittadini, non dovrebbero esserci dubbi: gli affari innanzitutto».