Perché un caso Visco sarebbe impossibile con l’efficiente Trump

Paola Tommasi

Perché un caso Visco sarebbe impossibile con l’efficiente Trump

24 Ottobre 2017 13.35
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Un caso Visco negli Usa di Trump non è possibile anche se a Washington si sta scegliendo il nuovo capo della Federal reserve. Lo schema infatti non è affidato ai capricci dei leader, ma al collaudatissimo The Apprentice. Quello, per intenderci, che ha contribuito a rendere la frase «Lei è fuori!» famosa nel mondo.

IN ITALIA SOSTITUTI IMPROVVISATI. Da noi la nomina del vertice della Banca d’Italia deve essere fatta entro il 31 ottobre 2017 e a sole due settimane dalla scadenza si è scatenato un polverone politico sull'opportunità di rinnovare o meno l’attuale governatore Ignazio Visco. La rosa di eventuali sostituti è stata poi pensata in fretta e furia, più per rimediare al danno di immagine che altro.

NEGLI USA SHORT LIST TEMPESTIVA. Al contrario, negli Stati Uniti il mandato dell'attuale presidente della Fed, Janet Yellen, scade a inizio febbraio 2018, ma Donald Trump, cui spetta la nomina che deve poi essere confermata dal Senato, ha cominciato a fare colloqui già da dopo l'estate 2017. Il criterio è quello delle selezioni aziendali: partendo con largo anticipo, si stila una short list, si incontrano gli interessati e si valutano le candidature in base al curriculum e alla proposta di ognuno di essi su come porteranno avanti la baracca che verrà loro assegnata.

Per quanto riguarda la Federal reserve, non si può non ricordare l’importanza che ha avuto durante la grande crisi finanziaria del 2008 dal momento che, come noto, l’uscita dal tunnel si deve più alla politica monetaria espansiva messa in atto dall’ex governatore Ben Bernanke, dai tassi di interesse a zero all’acquisto di titoli di Stato per ridurne i rendimenti, che alla politica economica di Barack Obama. Stesso ruolo avuto dalla Banca centrale europea (Bce) in Europa, ancorché con qualche anno di ritardo.

POWELL È IL NOME PIÙ QUOTATO. A differenza di quanto sta succedendo per la Banca d’Italia, in cui prevalgono il gossip e le voci di corridoio, Trump ha messo in piedi una commissione di tre persone che si occupa della nomina insieme con il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. E da questa commissione sono emersi tre nomi al momento più quotati: il primo è Jerome Powell, detto Jay, già nel Board della Federal reserve dal 2012 dopo anni al dipartimento del Tesoro sotto l’amministrazione Bush e successivamente nel private equity.

SI PARLA ANCHE DI WARSH E COHN. Poi c'è Kevin Warsh, anche lui già nel direttivo della banca centrale, un passato tra Morgan Stanley e la Hoover Institution, uno dei pochi centri studi vicini al partito repubblicano. Nonché marito di Jane Lauder, figlia del magnate della cosmetica amico personale del presidente. Infine Gary Cohn, capo della squadra di economisti consiglieri di Trump.

Tra loro è molto probabile che alla Federal reserve si insedierà Powell, la cui ricetta piace tanto al presidente americano: obiettivo crescita del Pil al 3%, vale a dire almeno di un punto più alta rispetto all’andamento attuale. Fondamentale per la realizzazione del grande piano di riforma fiscale che ha in mente Trump e che si rivelerà decisivo per la sua rielezione nel 2020, ma soprattutto per superare lo scoglio delle elezioni di mid-term di novembre 2019.

C'È MODO E MODO, DUNQUE… Perde dunque posizioni il candidato Gary Cohn, primo a conquistare il cuore del presidente per questo incarico, ma caduto in disgrazia dopo alcune dichiarazioni non molto affettuose proprio nei confronti di Trump. Questo a dimostrazione di quanto autonomia e indipendenza delle banche centrali siano bellissime affermazioni di principio, meno seguite nella realtà. Ma c’è modo e modo.

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