Pericolo blog

Redazione
28/09/2010

Il vecchio motto maoista “colpirne uno per educarne cento” continua ad assumere una nuova verginità politica in Iran. L’ultima, ennesima,...

Pericolo blog

Il vecchio motto maoista “colpirne uno per educarne cento” continua ad assumere una nuova verginità politica in Iran. L’ultima, ennesima, odiosa applicazione di legge-mordacchia da parte del regime teocratico degli ayatollah è stata la condanna a 19 anni e sei mesi di carcere comminata a Hossein Derakhshan, 35 anni, considerato il padre della rivoluzione dei blog in Iran.

Un sistema ad hoc per la scrittura in persiano

Grazie a un sistema in grado di agevolare la scrittura in persiano sulle piattaforme più comuni per i blogger, da lui sviluppato nel 2001, i giovani iraniani hanno potuto cominciare a dire la loro. Il che, per il regime, si è tradotto in tonnellate di critiche e attenzione dell’opinione pubblica mondiale.
Ma c’è un però. Derakhshan infatti, non è il solito blogger riformista pro-democratico in lotta contro gli islamo-fascisti di Khamenei. Non è un sostenitore dell’onda verde, tanto per fare un esempio. Non solo: dopo un iniziale atteggiamento critico nei confronti delle autorità iraniane, le sue posizioni sono mutate fino a condividere la linea politica che il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha adottato sul nucleare (addirittura non soltanto per fini pacifici) e nei confronti delle potenze occidentali (Stati Uniti in testa).
Tanto che al momento del suo arresto, avvenuto nel novembre del 2008, il presidente in persona si è affrettato a scrivere una lettera al procuratore generale di Teheran chiedendo che gli fosse garantito un processo equo.

Qui la censura colpisce amici e nemici

La scure censoria iraniana, però, si distingue per egualitarismo. O per miopia, forse, non riuscendo a riconoscere amici e nemici. Più probabilmente non si fida di Derakhshan, il cui viaggio in Israele nel 2006 (reso possibile dal fatto di godere della doppia cittadinanza iraniana e canadese), arricchito dall’intento di fare da “ponte” tra le due culture, è stato considerato semplicemente irricevibile.
Ed ecco puntuale la punizione: condannato per cooperazione con nazioni ostili, propaganda contro il regime, promozione di gruppi controrivoluzionari e insulti alla religione islamica. Il conto è servito: in tutto, al netto del cambio locale, fanno 234 mesi di reclusione. Unica buona notizia: la sentenza è appellabile.