Giorgio Triani

Così siamo passati dall'era dell'ottimismo a quella del castigo

Così siamo passati dall’era dell’ottimismo a quella del castigo

Nonostante gli annunci dei politici, l'Italia continua a sprofondare nella depressione. Colpa anche dell’incapacità e della non volontà di mettere in campo riforme vere.

11 Maggio 2019 07.00

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«Benvenuti nell’era dell’ottimismo». Già allora, nel 2005, il claim trionfale di Unieuro, recitato dal poeta Tonino Guerra induceva a tristezza. Perché faceva specie che un “grande vecchio” come lui si fosse prestato a partire dal 2001 a quella buffonata pubblicitaria. Ma ancor più perché si presagiva ciò che sarebbe avvenuto da lì a poco: la più grande crisi sistemica dal Dopoguerra, partita con l’immagine dei dipendenti di Lehman Brothers che lasciavano gli uffici con gli scatoloni delle loro cose. Nessuno però poteva immaginare che l’ottimismo sarebbe quasi scomparso dall’orizzonte nazionale. Precipitato al punto in cui ci si dispera per qualsiasi cosa, vera o presunta, accada. E pare non esserci modo di tirarci su, se non ricorrendo ad additivi alcolici o chimici, antidepressivi o euforizzanti. È l’Italia dello xanax, diventato in tutto il mondo, la droga legale numero uno.

Curiosamente o disgraziatamente però la cupezza del sentimento nazionale sembra crescere, quanto più i nostri governanti ci invitano a stare su con la vita, a godercela, a stare allegri. Sarà un «anno bellissimo» aveva annunciato il premier Giuseppe Conte (salvo poi specificare che si trattava di una «battuta») tra un profluvio di “bacioni” dispensati dal vicepremier Matteo Salvini e l’abolizione della povertà (per decreto) annunciata dall’altro vicepremier Luigi Di Maio.

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CHE FINE HA FATTO L'ITALIA DELLA DOLCE VITA E DEL RAMAZZOTTIMISTA?

Ma l’umore del Paese non dà segni di ravvedimenti gioiosi. Di ritorni all’allegria. Anzi non c’è indice, ranking, survey, indagine nazionale e internazionale che non segnali la decadenza vitale e sentimentale di un Paese che nel secolo scorso è stato celebrato come il posto della terra dove più alta era la qualità del vivere. La dolce vita è stato il marchio di una nazione che nel volgere di 20 anni, dopo le immani rovine della Seconda Guerra mondiale, è stata capace di imporre al mondo uno stile di vita massimamente desiderabile. Nondimeno ancora nel decennio Ottanta e Novanta del secolo scorso il ramazzottimista, per dirla ancora in pubblicitarese, era uno dei simboli non solo della Milano da bere ma dell’Italia intera.

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Come siamo potuti passare in relativamente poco tempo da una stato euforico a uno disforico, da una marcata propensione alla bella vita a una condizione costante di malessere, di umore disturbato e incline alla depressione è questione complessa. Qui ci limiteremo a osservare come il fenomeno abbia preso una forte accelerazione nel momento in cui abbiamo cominciato a “sentirci” più poveri, più esposti alle congiunture sfavorevoli, più insicuri e spaventati dalla delinquenza comune come dai fenomeni immigratori. Nella società dell’immagine e dei media, soprattutto social, la percezione è diventata importante come la realtà. Per quanto la condizione psicologica abbia lavorato forte in un contesto economico indebolito (stipendi fermi, bassa crescita, crisi dei ceti medi, aumento della disoccupazione) e aggravato dall’incapacità e non volontà di mettere in campo riforme vere, di rimuovere storici ritardi strutturali e culturali. In primis il divario Nord-Sud, il basso tasso di alfabetizzazione e di scolarizzazione superiore, l’ ”altrismo”, come attitudine a non assumersi responsabilità e a scaricare sempre le colpe sugli altri.

Nella società dell’immagine e dei media, soprattutto social, la percezione è diventata importante come la realtà. Per quanto la condizione psicologica abbia lavorato forte in un contesto economico indebolito

SIAMO INVECCHIATI SENZA DIVENTARE SAGGI

Come ho già ricordato in un precedente articolo è nel 2007 che la percezione di povertà è diventa statisticamente rilevante. Il 74% degli italiani si dichiarò tale nel Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. Da allora non ci sono più state riprese e il sentimento nazionale ha continuato a precipitare. Ad avvitarsi su se stesso. Nonostante ci fosse chi, con in testa l’allora premier Silvio Berlusconi, non perdesse occasione per celebrare il Paese dove nonostante il gran parlare sui media dei poveri «i ristoranti sono sempre pieni e sugli aerei a fatica si trovare posti». Correva l’anno 2011, ma la fotografia (scattata dall’Istat) di un’Italia sempre «più sfiduciata e povera» era del 2008. Ciò per dire che sono più di 10 anni che non ci si schioda da lì e che si ripetono gli stessi discorsi e analisi. Con il risultato, in assenza di politiche incisive e riforme serie, che il Paese è invecchiato senza però diventare più saggio, e anziché ritrovare slancio s’è ritrovato più stanco, rassegnato e incattivito. La predicazione malmostosa e rancorosa, soprattutto nei talk tivù popolari, e il dileggio offensivo e irrispettoso di qualsiasi autorità, anche morale, che si è scatenato sui social sono stati e sono tutt’ora due fattori chiave. Determinanti nel creare e alimentare un clima sociale perennemente depresso, una narrazione più che mai incline al sospetto e al pregiudizio. L’Italia del “vaffa” a tutti, comunque e a prescindere.

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UN WELFARE ECCELLENTE VALE PIÙ DI UN BEL CLIMA

È così che il Paese di santi, navigatori, inventori, artisti e cantanti, ovvero il Belpaese, è diventato uno dei luoghi dove si tira avanti molto male e la malinconia, che è sempre stato un male nordico, s’è trasferita alle latitudini meridionali. Vero è che chi ha in mente la Napoli di O sole mio e di un’allegra cialtroneria mediterranea ora deve fare i conti con una città in cui si spara in pieno giorno nelle vie centrali. Ma è altrettanto vero che si stenta a credere, World Happiness Report 2019, che i finlandesi siano più felici di noi italiani. Sulla base di fattori quali stato di salute, consumi di medicinali, orari di lavoro, consumi di droghe, pratica sportiva attiva, sono infatti primi, seguiti da Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda. Evidentemente avere uno Stato che funziona, un welfare eccellente e salari più alti giova allo spirito e al morale molto più di un bel clima e di luoghi storici a volontà.

Il 50% degli europei ritiene che nell’arco degli ultimi 20 anni la situazione finanziaria sia notevolmente peggiorata e che le prospettive non siano positive. E l’Italia è seconda solo alla Grecia nell’attendersi il peggio

Ma a confermare la grande depressione italica aveva provveduto il 42esimo report mondiale di Gallup sulle attese e speranze dei cittadini di 50 Paesi del mondo, condotto in Italia da Doxa, collocandoci fra i più “arrabbiati” d’Europa (preceduti solo dalla Francia) e fra i più pessimisti al mondo (assieme a Corea del Sud e Hong Kong). A completare il fosco quadro è arrivato poi il report del Pew Research Center sulla percezione di benessere delle persone e famiglie nell’Europa comunitaria. Certo il contesto generale è depresso – il 50% degli europei ritiene che nell’arco degli ultimi 20 anni la situazione finanziaria sia notevolmente peggiorata e che le prospettive non siano positive – tuttavia l’Italia (72%) è seconda solo alla Grecia ( 87%) nell’attendersi il peggio.

INTRAPPOLATI IN UNA CAPPA DI PESSIMISMO CHE NON CI FA RESPIRARE

Insomma, ci si può solo chiedere come abbiamo fatto a ridurci così. Ma soprattutto se e come riusciremo a sottrarci a questa cappa di pessimismo che intossica il presente e oscura il futuro. Purtroppo però la realtà al momento concede poche speranze. Apertura, generosità, empatia, fiducia, ovvero ciò che compone un sentimento ottimista, non sono oggi nelle corde del Paese. «L’Italia liberata, l’Italia che sogna, l’Italia del valzer e dei caffè…» come cantava Fancesco De Gregori all'inizio degli Anni 80, oggi, per stare a uno degli ultimi sondaggi di Swg per conto della Lega, è al 5860% d’accordo sulla castrazione chimica. E si può scommettere che presto partirà anche il sondaggio sulla reintroduzione della pena capitale. Visto che al momento più che un improbabile ritorno dell’era del ottimismo stiamo entrando, anzi siamo già entrati, nell’era del castigo.

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