Peter Navarro, chi è il consigliere di Trump mente dei dazi

Stefano Graziosi
18/03/2018

Le teorie mercantiliste. Lo scontro con l'ex advisor Cohn. Le accuse alla Cina e quelle alla Germania. Ritratto dell'uomo che ha ispirato la politica commerciale del presidente americano.

Peter Navarro, chi è il consigliere di Trump mente dei dazi

I dazi recentemente imposti dal presidente americano Donald Trump sulle importazioni di acciaio e alluminio hanno scatenato un autentico putiferio. Svariati economisti li considerano controproducenti, i mercati internazionali tremano, gli scontri diplomatici (soprattutto con Cina e Unione europea) sono ormai all’ordine del giorno. Il protezionismo è d’altronde un cavallo di battaglia storico del magnate che – non a caso – ha giustificato queste tariffe riferendosi a esigenze di sicurezza nazionale e alla necessità di contrastare la delocalizzazione dei posti di lavoro. Un elemento, quest’ultimo, evidentemente finalizzato ad attirarsi le simpatie degli operai della Rust Belt in vista delle midterm election del prossimo novembre. In tutto questo, anche all’interno dell’amministrazione statunitense si riscontra una certa fibrillazione. Se il consigliere economico, il liberista Gary Cohn, si è dimesso in polemica con i dazi, un’altra figura sembra invece in rapida ascesa dalle parti della Casa Bianca. Stiamo parlando di Peter Navarro: il potente consigliere al commercio che sta acquisendo un peso sempre crescente all’interno dello Studio ovale. E che, secondo i beninformati, risulterebbe l’autentico regista dei recenti dazi trumpiani.

UNA FIGURA ATIPICA. Quella di Navarro è una figura complessa e abbastanza atipica nel panorama politico americano. Dopo la formazione ad Harvard, dal punto di vista accademico si è quasi sempre interessato a questioni energetiche. E, proprio in qualità di esperto, ha lavorato in passato come analista presso il Dipartimento dell’Energia. Nonostante l’attività universitaria e da tecnico, Navarro non ha mai disdegnato l’idea di una carriera politica: senza troppa fortuna tuttavia. Nel corso degli anni, si è difatti candidato a sindaco di San Diego, al Congresso e a vari seggi locali, correndo ora da indipendente ora come affiliato al Partito democratico. Eppure, nonostante l’attivismo, non è mai riuscito a farsi eleggere. Probabilmente troppo eterodosso dal punto di vista politico, Navarro non sembrava riuscire a trovare un trampolino di lancio, che lo rendesse noto al grande pubblico.

IL BERSAGLIO CINESE. La svolta arrivò nei primi Anni 2000, quando cominciò a occuparsi di macroeconomia, iniziando a elaborare la visione politico-economica che lo avrebbe accompagnato fino ad oggi. Una visione tendenzialmente mercantilista, intrisa di protezionismo e nazionalismo: una visione che aveva (e ha) il suo bersaglio principale proprio nella Cina. Era il 2011 quando Navarro pubblicò il suo saggio di maggior successo, Death by China: una durissima critica nei confronti di Pechino, accusata senza mezzi termini di violare le regole del commercio. La Repubblica Popolare – questa la tesi di Navarro – userebbe una serie di espedienti illegittimi per colpire gli Stati Uniti: in pratica, sosterrebbe illegalmente le proprie esportazioni, manipolerebbe la propria valuta, inondando di merci a bassissimo costo i mercati americani. Si tratta di accuse pesanti, che hanno portato Navarro a una radicale critica nei confronti del capitalismo internazionale. Una posizione, la sua, che gran parte degli economisti ha tacciato di eresia e dilettantismo. Una posizione che però, nel 2016, attirò l’attenzione del comitato elettorale di Trump: soprattutto del genero del presidente, Jared Kushner.

Fu così che Navarro entrò nell’entourage del miliardario newyorchese, divenendone in buona parte l’ideologo e acquisendo – dopo la vittoria – un ruolo interno alla neonata amministrazione. Nominato consigliere al Commercio, Navarro non ha avuto vita esattamente facile. Soprattutto nel corso del 2017, non è mai riuscito ad acquisire una effettiva libertà di manovra, ritrovandosi spesso in contrasto con il consigliere economico, Cohn. I due non sono mai andati troppo d’accordo. Liberista di ferro, Cohn non ha digerito granché il protezionismo battagliero di Navarro e ha sempre cercato di ostacolarlo. Eppure, nel corso dei mesi passati, Navarro è riuscito pian piano ad imporsi, contrariamente a svariati trumpiani della prima ora che venivano via via silurati (dall’ex National Security Advisor Mike Flynn all’ex stratega Steve Bannon). Con l’inizio del 2018, Cohn ha iniziato a perdere sempre più quota, sin quando all’annuncio dei dazi ha deciso di dimettersi in polemica con il protezionismo del presidente. Un trionfo di Navarro, che è riuscito ad imporre la sua linea. Non solo, come detto, si è sempre mostrato incline a intraprendere una guerra commerciale con la Cina. Ma anche dietro le tensioni tra Trump e Angela Merkel potrebbe esserci lo zampino del controverso economista.

GLI ATTACCHI A BERLINO. Non dimentichiamo che, a più riprese, Navarro ha attaccato la Germania, accusandola di concorrenza sleale. E la stessa giustificazione data da Trump alle sue tariffe, la tutela della sicurezza nazionale, è un altro evidente frutto del mercantilismo navarriano. Ma non solo i dazi. Navarro è stato probabilmente il regista di un’altra scelta di Trump. Quella, cioè, di stracciare la Trans Pacific Partnership: il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e altri 11 Paesi del Pacifico, fortemente voluto dall’ex presidente Barack Obama. Un accordo commerciale che il nostro ha sempre criticato aspramente. Insomma, proprio Navarro sembrerebbe essere l’ispiratore del protezionismo trumpiano. E proprio questa figura atipica e complessa evidenzia la natura politicamente trasversale dell’attuale presidente, perché con queste sue visioni economiche, Navarro non è certo un profilo che possa definirsi ideologicamente affine all’ortodossia reaganiana del Partito repubblicano. Del resto, il suo protezionismo, la sua critica al capitalismo internazionale e la sua lotta alla delocalizzazione dei posti di lavoro americani lo pongono molto vicino alla sinistra del Partito democratico (in particolare all’ex candidato socialista Bernie Sanders). Senza poi dimenticare che, in materia ambientale, il vecchio Peter è stato uno strenuo sostenitore delle politiche obamiane.

L'AFFINITÀ COI DEM. Certo, per salvare un po’ le apparenze, Navarro cita addirittura Reagan a sostegno delle sue tesi economiche. In particolare, ricorda come anche lo stesso Ronnie impose, negli Anni 80, una serie di dazi che colpivano l’importazione di automobili e di semiconduttori giapponesi. Ciononostante, buona parte del Partito repubblicano non si fida di lui e non digerisce affatto la sua linea protezionista. Al Congresso, svariati deputati del Grand Old Party hanno criticato le tariffe recentemente imposte dal presidente. E non è escluso che, soprattutto al Senato, possa crearsi una fronda repubblicana in difesa del libero mercato. Una fronda magari guidata dal senatore repubblicano, Ben Sasse: vecchio nemico di Trump e duro critico dei dazi. In questo contesto confuso, il nome di Navarro è circolato tra quelli dei papabili sostituti di Cohn. Eppure, nonstante il vento protezionista, il presidente ha alla fine indicato per il ruolo il liberista Larry Kudlow. Una scelta che evidenzia come – ben lungi da un approccio troppo ideologico – Trump stia cercando di mantenere in equilibrio le varie linee politiche presenti in seno alla Casa Bianca. L'idea sembra, insomma, quella di evitare strade definitive, per lasciarsi aperte tutte le porte. Navarro resta comunque un uomo in ascesa nell'amministrazione. Elemento che parrebbe consolidare il potere dello stesso Kushner. Perché le lotte nello Studio ovale non accennano a placarsi.

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