Pianosa, l’isola del riscatto

Barbara Ciolli
26/08/2012

Nell'ex supercarcere, un hotel gestito dai detenuti.

La motonave si scorge arrivare in lontananza, verso le 11, diretta al vecchio porto. Massimo 250 persone al giorno, con il ticket d’accesso all’area protetta, scalpitano per vedere Pianosa.
Molte di loro rientreranno all’Elba alle 17, dopo poche ore di sole, bagni ed escursioni. Qualcuno si fermerà a dormire nell’albergo dell’isola proibita, che di notte torna disabitata come ai tempi del super-carcere.
Intanto, guardie e detenuti abbandonano la spiaggia (guarda la photogallery), incamminandosi verso le auto di sorveglianza e il bar-ristorante.
C’è anche il custode delle catacombe, che, con la sua famiglia, chiude l’ombrellone del gazebo vista mare, per andare ad aprire il museo.
I BAGNI A CALA GIOVANNA. D’estate, la vita degli abitanti di questa striscia piatta di calcare e ginepri a metà tra la Toscana e la Corsica, è scandita dagli orari fissi dei vacanzieri dell’arcipelago toscano. Nel pomeriggio, il traghetto riparte. La folla se ne va. E i cinque carcerati che si occupano dei locali si godono un giro in canoa, tra le acque trasparenti di Cala Giovanna.
A cena, ci sarà ancora pesce da cucinare per gli ospiti dell’hotel Milena, l’ex foresteria del carcere che a giugno ha aperto i battenti per la sua prima stagione completa. Tutto esaurito, come lo fu, del resto, per il lancio nell’agosto 2011.
LA SOLITUDINE DI PIANOSA. Ma la sera l’atmosfera è diversa dalla ressa di mezzogiorno. Solo due guardie carcerarie dormono sull’isola. Nell’albergo, ci sono 20 posti letto con bagno, perfettamente ristrutturati. Niente tivù, né rumori moderni a disturbare il silenzio degli edifici in rovina, avvolti da un buio stellato. In sottofondo, solo il soffio del libeccio e le grida dei gabbiani. O di qualche falco pellegrino.

Ex colonia penale e carcere aperto: i detenuti dell’isola-paradiso

Il carcere è sempre carcere. Ma scontarlo è meno dura, quando si è in semilibertà o in regime di articolo 21 (lavoro esterno) su un’isola-paradiso, dove non esistono più sbarre, né lucchetti alle celle.
Angelo, che di anni ne ha 36 e in prigione ne ha passati parecchi, può comodamente dormire in albergo, dopo aver servito ai tavoli e scherzato con i clienti. Invece il cuoco Luca, 43 anni, e Filippo, 33 anni – factotum che si divide tra ristorante, albergo e scorribande in trattore – ogni notte alle 22 rientrano in bici al Sembolello.
NEL CARCERE DI PERTINI. La sezione penale che, durante il Fascismo, ospitò Sandro Pertini, ha l’aspetto accogliente di una casetta gialla, con le tettoie ricoperte dai glicini. Ma pensarla come un eden è sbagliato. Per tutti, ricorda Filippo, «arrivare fin qua non è stato scontato. Abbiamo sbagliato e trascorso faticosi anni in cella, intrapreso lunghi percorsi di recupero».
Tutta la zona carceraria è offlimits ai turisti, visibile, dall’esterno, solo se accompagnati in tour guidati. Proseguendo il cammino scortato in mountain-bike verso Punta Marchese, si attraversano le distese aride che, per un secolo, sono state coltivate a vigne e frutteti dai detenuti della prima colonia penale agricola d’Italia.
LA COLONIA MICROCOSMO. Dalla fine dell’800 agli anni ’70, Pianosa è stata un microcosmo di 10 chilometri, capace di ospitare fino a 2 mila tra carcerati e civili: ergastolani, medici, insegnanti, agronomi e famiglie di guardie e funzionari. «Su quest’isola, all’inizio del ‘900 sono stati condotti esperimenti per introdurre nuove specie da allevamento nel Regno. La colonia era autosufficiente persino per l’acqua, grazie a un sistema di cisterne interrate», ricorda la guida Paola a Lettera43.it.
Poi è venuto il carcere di massima sicurezza, voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e l’equilibrio si è rotto.

Dal 41 bis al Parco naturale: viaggio nell’isola fantasma

Da allora, Pianosa si è riempita di doppi muri di cinta a blindare l’inespugnabile sezione Agrippa. Centinaia di mafiosi del 41 bis sono stati trasportati sotto segreto di Stato e reclusi a rotazione nel cuore di cemento armato dell’isola. Navi-vedette ed elicotteri hanno sorvegliato senza sosta i suoi confini esterni.
Per lo Stato, i costi di gestione erano diventati altissimi. La colonia agricola, nata come aperta, era stata snaturata. Si rincorrevano le storie di sadismo e pestaggi. Così, nel 1998,il super-carcere ha chiuso, per diventare carcere aperto e Parco Nazionale come l’Asinara.
PIANOSA, ISOLA INCOMPIUTA. Più di 10 anni dopo, l’isola di Pianosa resta una grande opera incompiuta.
Il lavoro, per i ragazzi del carcere di Porto Azzurro, non mancherebbe. Ma il groviglio di competenze e la mancanza di fondi statali hanno finora bloccato qualsiasi progetto di restauro.
Le famiglie degli ex residenti, riunite nell’associazione Amici di Pianosa, vorrebbero tornare a vivere sull’isola. Persino la Nato – che di anno in anno staziona al largo per misteriosi esperimenti “scientifici” – pare abbia messo gli occhi su un immobile da ristrutturare.
Ma di mezzo c’è il demanio, proprietario di quasi tutte le strutture, pericolanti e sigillate dal ministero della Giustizia. Spesso, anche vincolate dalla Soprintendenza ai beni artistici.
RIGIDI VINCOLI ECOLOGICI. Infine, ci sono i paletti dell’Ente parco, che, se da una parte hanno arrestato l’assalto degli speculatori, dall’altra, con il tetto di visite giornaliero (a luglio e agosto il ticket costa 8 euro, gli altri mesi 6 euro), hanno scoraggiato l’apertura di negozi e servizi, anche piccoli.
Le uniche attività sull’isola sono il bar-ristorante e l’albergo gestiti dai detenuti, il museo sulla storia della colonia penale degli Amici di Pianosa e il pacchetto di escursioni e immersioni giornaliere a pagamento, organizzate da un’agenzia elbana in collaborazione con l’Ente parco e l’Amministrazione penitenziaria.

Le incognite sul futuro: sì a progetti sociali e ambientali. No al supercarcere

Neanche la crisi aiuta. Con i tagli alla spesa pubblica del governo, far uscire i carcerati dalla prigione finanziando progetti di lavori socialmente utili costa.
Soprattutto se i clienti del ristorante di Pianosa sono sempre meno. «Nel 2011 potevamo contare su più ragazzi in cucina. E anche i turisti spendevano di più, invece di pranzare al sacco», racconta a Lettera43.it, Brunello De Batte, presidente della cooperativa San Giacomo e responsabile dell’inserimento dei detenuti.
Si potrebbero ristrutturare altri immobili, creare più locali, offrire nuovi servizi. Poi bisognerebbe salvare i resti archeologici di Villa Agrippa, i bagni romani a strapiombo sul mare da troppo tempo in balia di onde e salsedine.
I BARRACUDA DEL PORTO. Ma, forse, alla fine è un bene che lo scoglio di Pianosa sia rimasto selvaggio. Intanto è stato sistemato l’attracco per navi e traghetti. Il resto verrà con calma. «Chi resta qua a dormire, spesso lo fa per staccare dal mondo. Poi c’è l’esca dell’isola proibita, anche questo attira», commenta Angelo, mentre ci accompagna al porticciolo, sotto le guglie sbriciolate della Casa del Fortino.
Di notte, nelle acque della baia girano i barracuda. Corrono addosso alle prede. Poi si ritirano a frotte.
L’OMBRA DEL 41 BIS. Anche questa, come gli angeli disegnati dai galeotti nella chiesa di inizio ‘900, è un’attrazione dell’isola fantasma, tornata a essere carcere aperto.
Con un ordine dall’alto, la sezione Agrippa potrebbe riaprire i cancelli. Vecchi e nuovi ministri della Giustizia non perdono occasione, per rispolverare l’idea (costosissima) del 41 bis.
Ma in Toscana nessuno – né detenuti, né residenti, né Parco, Comune e Regione – vuole di nuovo un carcere chiuso a Pianosa.

Un video delle carceri di Pianosa, prima dell’apertura dell’albergo

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Fotografia di Roberto Venegoni