Piazza Fontana, la strage è dentro di noi

Cristina Brondoni
10/12/2010

A 41 anni dall'attentato, il ricordo nel cuore dei milanesi.

Piazza Fontana, la strage è dentro di noi

Il 12 dicembre 1969, poco dopo le quattro e mezza del pomeriggio, il centro di Milano fu attraversato da un boato. L’esplosione, ancora senza colpevoli, avvenne all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana, provocando 17 morti e 88 feriti.
Chi si è trovato sul posto si ricorda il rumore, il frastuono ma, soprattutto, la paura. Era proprio quello, infatti, l’obiettivo di quella bomba. Se uccidere più gente possibile era il proposito criminale, l’intento di lungo periodo era seminare un terrore strisciante tra la popolazione, portare la gente allo sbando e le istituzioni al collasso.
Tralasciando le implicazioni politiche che, ancora adesso, si susseguono, quello che rimane è il ricordo. Passando per piazza Fontana, i quarantenni di oggi non possono fare a meno di notare che l’insegna della banca è ancora lì, uguale a se stessa, così com’era nel 1969. Anche se l’istituto non ha più il nome di una volta.
Di fianco alla banca, adesso, c’è una profumeria. Di fronte c’è il capolinea del tram (il 15 e il 23) e, oltre, proprio nella piazza c’è appunto la fontana che, adesso, è tutta illuminata per il Natale. Poi ci sono le targhe e, ogni 12 dicembre, le corone d’alloro e i tricolori lasciate dalle autorità.
Dopo quaranta anni ci si fa l’abitudine, a queste corone. Le stesse che, in estate, si possono vedere alla stazione ferroviaria di Bologna per commemorare quel tragico 2 agosto 1980. Lì il ricordo è attaccato al muro, sotto forma di lapide, all’interno della sala d’aspetto per i viaggiatori, proprio sopra al pavimento frantumato che è rimasto a testimonianza della devastazione.
In attesa del treno, se il telefono non suona, capita di leggere (e rileggere) la targa: nomi e cognomi con accanto l’età. Più che altro perché uno può fare due conti. Su ottantacinque morti non è difficile trovare qualcuno in cui ci si possa riconoscere, per età, magari, per nome o perché semplicemente tutti si stava aspettando il treno.
Non è neppure difficile tracciare immaginarie linee che riallaccino i nomi per farli diventare famiglie intere. Genitori che sono morti con i figli, nonni che erano lì e sono morti con i nipoti, papà che si sono salvati perché hanno accompagnato il resto della famiglia a prendere il treno delle vacanze. Non è difficile riconoscersi nelle vittime perché le vittime, quella volta, non eravamo noi, ma avremmo potuto esserlo.

Le vittime che non ci sono più e quelle che sopravvivono

Per anni prendere il treno, stare in luogo affollato, ma anche andare in banca ha lasciato, in tutti quanti, un senso di disagio. Fino a quando i colpevoli o i presunti colpevoli non sono stati presi, processati e incarcerati. Fino a quando la strategia della tensione, come viene comunemente chiamata la barbarie stragista, non si è dissolta. Non da sola, certo, ma alla fine ha vinto la ragione. O almeno così sembra.
E se chi è morto non c’è più, le vittime, quelle, ci sono ancora. I parenti di chi ci ha rimesso la vita si sono costituiti in associazioni (non solo per la stazione di Bologna, ma per tutte le altre stragi) e con forza tengono vivo il ricordo dei loro cari e di ciò che è successo e che, si spera, non succeda più.
Le vittime sono i sopravvissuti che hanno avuto la vita sconvolta, devastata, frantumata dall’esplosione. Le vittime sono quelli che quel giorno, alla stazione o in banca, non c’erano perché hanno fatto tardi o avevano la febbre e nemmeno sono usciti di casa e convivono da allora con il senso di colpa di averla scampata. Le vittime sono tutti quelli che hanno temuto per le loro vite e per le vite dei loro figli e che, per anni, si sono guardati intorni circospetti in attesa del treno incapaci di rilassarsi sulla poltroncina leggendosi un libro.
Quando si è ragazzini ci si chiede spesso come mai le corone continuino, un anno dopo l’altro, ad accatastarsi numerose sul marciapiede di piazza Fontana o sul pavimento rotto della stazione di Bologna: i morti sono morti e le corone non serviranno a farli tornare indietro o a rendere più sopportabile il dolore per la loro perdita.
In realtà, crescendo, ci si accorge che la strage italiana è dentro di ognuno di noi, non è un ricordo, ma qualcosa di più. Ce ne siamo accorti con l’11 settembre 2001, quando gli americani furono colti alla sprovvista. Noi no. Disgraziatamente il terrorismo, di qualunque colore, matrice, ideologia (anche se è una parola usata indebitamente, se macchiata del sangue delle vittime) lo conosciamo.
Tanto che non ci importa poi molto se l’assassino di turno, ormai redento e migliorato a detta dei più, chiede ancora una volta di uscire perché di anni ne ha scontati abbastanza. Che non sia più pericoloso, forse, è qualcosa da tenere in considerazione. Ma Sonia, che è morta a sette anni con la sua bambola in mano, non la si può mettere da parte per qualche anno di buona condotta.