Marco Lupis

La verità dietro il massacro di Tienanmen

La verità dietro il massacro di Tienanmen

Deng Xiaoping temeva che la rivolta rovesciasse il Partito e ordinò la sanguinosa repressione. Una lettura confermata giorni fa dal ministro degli Esteri cinese. Così Pechino continua a non ammettere le sue colpe.

04 Giugno 2019 05.47

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«Dopo avere a lungo riflettuto sono giunto alla conclusione che dobbiamo inviare l’esercito nelle strade di Pechino e dichiarare la legge marziale… una piccola minoranza sta sfruttando gli studenti. Vuole confondere la gente e gettare il Paese nel caos. È un piano ben organizzato il cui obiettivo reale è la cacciata del Partito comunista cinese… L’anarchia peggiora di giorno in giorno. Se continua così, potremmo finire agli arresti domiciliari».

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LA VERITÀ DEI TIENANMEN PAPERS

Poco prima che i carri armati soffocassero nel sangue nelle strade di Pechino l’unico tentativo di rivolta democratica degli ultimi decenni in Cina, quel 4 giugno di 30 anni fa, l’allora leader cinese Deng Xiaoping pronunciò queste drammatiche ma illuminanti parole di fonte ai boiardi del suo governo. È quanto si può leggere nei Tiananmen papers, una raccolta di trascrizioni di riunioni segrete tenute ad alto livello, materiali dei servizi segreti cinesi e registrazioni di telefonate fatte dallo stesso Deng che un funzionario pubblico cinese – una vera e propria gola profonda la cui identità resta ancora oggi sconosciuta – fece uscire di nascosto dalla Cina nella primavera del 2001, e che due studiosi americani, Andrew Nathan e Perry Link, pubblicarono agli inizi del 2002 con il titolo di Le carte di Tienanmen.

Den Xiaoping, leader della Cina dal 1978 fino al 1992.

I SILENZI DI PECHINO SULLA STRAGE

Per molto tempo analisti e studiosi hanno avanzato dubbi sulla veridicità dei documenti, sostenendo che non esistevano prove che fossero davvero trascrizioni fedeli delle discussioni segrete dell’epoca, malgrado i due studiosi affermassero di averne vagliato con scrupolo l’autenticità. Il 2 giugno però, a 30 anni dalla strage, il governo di Pechino ne ha involontariamente confermato la fondatezza quando, costretto a venire allo scoperto dall’attenzione che la stampa di tutto il mondo sta dedicando a questo anniversario, è intervenuto in modo ufficiale sulla strage. Un argomento che Pechino non ha mai voluto affrontare e sul quale si è sempre rifiutato di fare chiarezza.

L’AMMISSIONE DI WEI FENGHE

Lo ha fatto domenica, nell’evidente tentativo di auto-assolversi, per bocca del ministro degli Esteri cinese, il generale Wei Fenghe il quale, intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore ha ammesso senza mezzi termini: «La repressione delle proteste degli studenti pro-democrazia del 1989 di piazza Tienanmen fu la giusta decisione. Si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale e i militari presero le misure adeguate per fermarla e per calmare il tumulto. Quella fu ed è ancora oggi la strada giusta. È il motivo per il quale la stabilità del Paese è stata mantenuta fino a oggi».

La protesta di Piazza Tienanmen, il 4 giugno 1989.

IL MONITO DI TAIWAN

Parole che probabilmente hanno provocato la reazione del Mainland Affairs Council di Taiwan, l’ufficio di Taipei incaricato dei rapporti con la Cina che ha invitato Pechino a «pentirsi con sincerità» per la sanguinosa repressione e spingere «in maniera proattiva verso le riforme democratiche». Nel comunicato si ammoniscono «severamente le autorità cinesi» invitandole «a guardare ai loro errori storici e a scusarsi sinceramente il prima possibile».

PECHINO E LO SPETTRO DI MOSCA

Nessun ripensamento dunque. Nessuna ammissione di colpa. Nelle carte emerse nel 2001 si avverte il timore che la situazione potesse sfuggire di mano al governo, con il rischio che il regime comunista cinese facesse la fine di quello sovietico. Deng, due giorni dopo la repressione violenta, difese la propria decisione in una riunione del Politburo del partito. «Se non fossimo stati fermi davanti alle rivolte controrivoluzionarie, se non fossimo stati tanto duri, chi potrebbe sapere cosa sarebbe accaduto? L’esercito popolare ha molto sofferto e noi gli dobbiamo molto. Se i piani di quanti spingevano la gente fossero andati avanti noi ci saremmo trovati nel bel mezzo di una guerra civile», affermò il già anziano leader. E ancora: «Dobbiamo fissare le necessarie punizioni, a vari livelli, per quel pugno di ambiziosi che stanno cercando di rovesciare la Repubblica popolare. Le azioni che infrangono la legge devono essere represse. Non possiamo semplicemente permettere alla gente di dimostrare ogni volta che lo vuole. Se la gente protesta per 365 giorni all’anno e non vuole fare altro, le riforme e le aperture non andranno da nessuna parte».

Il leader degli studenti Wang Dan in Piazza Tienanmen.

REPRIMERE OGNI MINACCIA ALLA STABILITÀ

Insomma, dopo 30 anni da quel massacro, la Cina conferma di non avere avuto alcuno scrupolo – e di non averlo neppure oggi – nel reprimere se necessario con la violenza, qualunque minaccia a quella «stabilità», che il ministro degli Esteri ha riaffermato quale valore intoccabile, al quale sacrificare qualsiasi istanza di democrazia e libertà.

I TIMORI DI DENG XIAOPING

«Dai documenti che pubblicammo allora», ha ricordato il professor Nathan, «emerge con chiarezza quanto da anni si sussurrava con insistenza negli ambienti politici cinesi, cioè che Deng Xiaoping ordinò la repressione delle dimostrazioni per la democrazia di piazza Tiananmen nel giugno 1989 per paura, paura che i dimostranti avrebbero potuto rovesciare il suo regime». «Una delle cose che ho appreso da quelle carte», conclude, «è che la dirigenza era molto più spaventata di quanto potevamo sospettare: avevano un sincero timore di essere arrestati».

Un momento delle proteste di Piazza Tienanmen del giugno 1989.

LA NUOVA GUERRA FREDDA COMMERCIALE

Allora Deng Xiaoping dichiarò: «I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti di queste settimane, sviluppatisi in disordini controrivoluzionari, sono stati dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, sono stati il frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo il rovesciamento della nostra Repubblica popolare cinese e l’instaurazione di un regime anticomunista, antisocialista e vassallo di potenze occidentali». A 30 anni di distanza, nulla è cambiato a Pechino. E attraverso la nuova Guerra fredda commerciale in corso con gli Usa, il Partito al potere, che si dice ancora oggi testardamente “comunista”, non ha proprio nessuna intenzione di rassegnarsi a essere «vassallo di potenze occidentali».

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