Piccoli Scilipoti crescono

Fabio Chiusi
16/12/2010

Nell'Idv i mal di pancia sono forti.

Dopo le clamorose fughe verso la maggioranza di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti (leggi l’articolo sui Peones), l’Italia dei Valori fa quadrato. E mostra una sicurezza nervosa, che sa di ostentazione. Del resto il partito, dopo aver perso sette deputati, due senatori e due parlamentari europei dalle ultime elezioni politiche, non potrebbe fare altrimenti (guarda il video sulle dichiarazioni di Scilipoti).
Stretto a sinistra dall’avanzata di Nichi Vendola, nell’ala movimentista da Beppe Grillo e a destra da quello che l’ex Idv Pino Pisicchio definisce il «giustizialismo moderato» di Futuro e Libertà, i dipietristi rischiano la spaccatura. Oltre a essersi pericolosamente avvicinati ai limiti per costituire un gruppo autonomo, essendo rimasti in 22 alla Camera, dove il numero minimo di deputati è 20, e in 11 al Senato. Cioè un solo senatore in più rispetto al minimo previsto.

I timori di De Magistris, le smentite dell’Idv

Ad alimentare il sospetto che l’aria non sia delle più serene non sono soltanto indiscrezioni e articoli di giornale. «Purtroppo non possiamo escludere il ripetersi di altri casi in stile Razzi e Scilipoti», ha affermato l’europarlamentare, e figura molto in vista del partito, Luigi De Magistris. E la colpa, prosegue l’ex magistrato, è «dei criteri con cui sono stati selezionati alcuni esponenti dell’Idv».
Parole che hanno fatto seguito a quelle, durissime, dell’ex Idv, ora Noi Sud, Arturo Iannaccone, che il 14 dicembre 2010 a Montecitorio, durante le dichiarazioni di voto sulla mozione di sfiducia contro il governo, ha motivato le defezioni, da Aurelio Misiti a Giuseppe Giulietti, da Americo Porfidia a Leonard Touadi, accusando Antonio Di Pietro di esercitare «una gestione dispotica e tirannica del partito». Al punto che «c’è meravigliarsi che, di fronte a una frana politica di queste dimensioni, non ci sia nell’Idv chi ne chieda le dimissioni e l’allontanamento per manifesta incapacità».
La risposta, piccata, a De Magistris del capogruppo alla Camera, Massimo Donadi, non si è fatta attendere: «Sulla lealtà e serietà di tutti i parlamentari del gruppo Idv», ha scritto Donadi, «sono letteralmente pronto a mettere la mano sul fuoco senza esitazione».
E il deputato Gaetano Porcino, finito tra i nomi degli insofferenti, ha risposto smentendo categoricamente: «È assolutamente falso, sono tutte bufale. Io ho un ottimo rapporto con Di Pietro, e nessuno nelle riunioni ha mai manifestato dei problemi». E le parole di De Magistris? «Quello è un parere personale. A meno che non si ritenga De Magistris un mago, visto che io, differentemente da lui, non sto in Europa ma a Roma».
Anche le voci che darebbero i deputati Renato Cambursano e Giovanni Paladini con le valigie in mano non sono altro che «illazioni messe in giro da malelingue», ha concluso Porcino. Per la cronaca, sono le stesse voci che hanno fatto circolare i nomi della senatrice piemontese Patrizia Bugnano, del deputato e coordinatore per le Marche David Favia. E del bergamasco Gabriele Cimadoro, che ha ripetutamente manifestato con comportamenti istituzionali il suo dissenso alla linea del partito.

Vatinno: «Scilipoti era stato scelto da Di Pietro. Due volte»

Eppure il timore che altri piccoli Scilipoti stiano crescendo in seno al partito è motivato da ragioni strutturali. Non solo da De Magistris, ma anche da fonti interne al partito interpellate da Lettera43.it e da ex membri Idv come Pino Pisicchio e Giuseppe Vatinno, entrambi approdati alla corte di Francesco Rutelli.
«Per dirla shakespearianamente, Di Pietro e Silvio Berlusconi sono fatti della stessa materia», ha spiegato Pisicchio, autore di un libro intitolato Italia dei Valori. Il post-partito, «due post-politici che non hanno una formazione culturale che li dispone al confronto e alla dialettica ma al presidenzialismo, nella migliore delle ipotesi, e all’autocrazia nella peggiore».
Pisicchio spiega le fuoriuscite presenti e future con un criterio di selezione della classe dirigente ispirata «a fiducia e manovrabilità», così che «quando c’è la percezione che il capo sia declinante e c’è il rischio che si perda il privilegio della candidatura si scappa dal partito».
Vatinno, che è stato responsabile ambiente del partito e consigliere di Di Pietro quando l’ex magistrato era ministro per le Infrastrutture, raggiunto da Lettera43.it concorda e offre un esempio concreto: «La scelta di mandare Scilipoti in Parlamento è stata doppiamente di Di Pietro. Alle ultime elezioni», ha spiegato Vatinno, «Leoluca Orlando aveva vinto nelle circoscrizioni Sicilia 1 e 2 alla Camera. In una il primo eletto era Ignazio Messina, nell’altra Scilipoti. Bene, sa che ha fatto Di Pietro? Ha fatto dimettere Orlando da quelle circoscrizioni e lo ha imposto nel Lazio. Così da poter piazzare le persone a lui gradite nei posti liberatisi. Tra cui Scilipoti, che tra l’altro era stato inserito con il meccanismo delle liste bloccate». Vatinno ha definito il sistema il «giochetto delle candidature multiple». Che, tra l’altro, «l’Idv ha sempre detto di combattere e, allo stesso tempo, ha messo spudoratamente in pratica».

Tra malumori e ipocrisie

Secondo fonti interne al partito, la prassi di piazzare uomini più per la loro dotazione di voti che per la reale identificazione nei valori del partito sarebbe diffusa soprattutto a livello locale, creando attrititi in Piemonte, Friuli, Campania, Puglia, Lazio e Umbria. Dove sono stati raccattati uomini provenienti da Udc, Pd, Mpa e dall’Udeur, il vecchio partito di Clemente Mastella, spesso a scapito dei militanti. Che non sono mai riusciti a esprimere un dissenso organizzato ed efficace alla gestione del partito dell’ex pubblico ministero.
Tanto che chi ci ha provato, per esempio lo stesso Vatinno insieme con la varesina Alessandra Pavia e il bolognese Domenico Morace, ha fallito. Vatinno ha proseguito nell’Api, mentre Pavia e Morace hanno traslocato nel movimento La Base, capitanato da Elio Veltri e specializzato nell’anti-dipietrismo.
Restano le parole di De Magistris, che tuttavia è a sua volta in contraddizione con il codice etico del partito, che prevede l’esclusione di chi abbia ricevuto un rinvio a giudizio. E De Magistris ne ha recentemente ricevuto uno per omissione di atti d’ufficio. Dell’auto-sospensione, tuttavia, non c’è traccia. Questa sì che è fedeltà.