Chi è Pierluigi Ciocca

Chi è Pierluigi Ciocca

31 Maggio 2018 07.26
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I giochi non sono del tutto chiusi. Uno spiraglio sebbene strettissimo per la formazione di un governo politico a trazione giallo-verde c'è ancora. Matteo Salvini pare non mollare sul nome di Paolo Savona, nonostante Luigi Di Maio speri in un passo indietro del professore euro-scettico. Nella notte di mercoledì 30 maggio i due leader si sono sentiti per trovare una quadra (che al momento non c'è). Una delle ipotesi sul tavolo era il dirottamento di Savona alle Politiche comunitarie al posto di Enzo Moavero Milanesi. Al suo posto per il Mef si è fatto il nome di Pierluigi Ciocca. Ipotesi poi smentita a stretto giro, anche dal diretto interessato.

Accordo di governo, la squadra dei ministri di Conte

La sintesi della giornata, decisiva per il futuro della legislatura, è contenuta nella nota congiunta pubblicata nel tardo pomeriggio da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: “Ci sono tutte le condizioni per la nascita di un governo politico Lega-M5s”.

«L'ipotesi, apparsa sui media, di una mia propensione o disponibilità a fungere da ministro è, oggi come in passato, destituita di qualsivoglia fondamento», ha chiarito mettendo un punto alle voci che circolavano. Una cosa è certa: il curriculum di Ciocca avrebbe offerto maggiori garanzie al Colle. Europeista convinto, nel 2017 sul Corriere della Sera ribadì che ai sostenitori dell'Italexit bisognava rispondere «no, senza se e senza ma. Si infliggerebbero ai cittadini italiani perdite devastanti». Ciocca però non risparmiava critiche a Berlino. «Il limite della Ue non è nella moneta, ma nello stile di governo dell’economia europea, condizionato da una Germania neomercantilista con cui si deve tornare a trattare seriamente, non per decimali di bilancio pubblico».

Classe 1941, una vita in Bankitalia di cui è stato per 11 anni vicedirettore generale, Ciocca era rientrato per ben due volte nella short list dei candidati a Governatore. Prima come sostituto di Antonio Fazio (2005), poi di Mario Draghi. Sponsorizzato da Carlo Azeglio Ciampi, la sua corsa si fermò, come disse lo stesso Ciampi, per il no preventivo che avrebbe posto Silvio Berlusconi. Laureato in Giurisprudenza con una tesi in Scienza delle Finanze, nel 1967 si trasferisce al Balliol College di Oxford. Entra subito in Banca D'Italia come economista al servizio studi. Nel 1984 diventa consigliere d'amministrazione dell'Ufficio italiano dei cambi, incarico che mantiene fino al 1995. Dall'85 all'88 è funzionario generale della Banca d'Italia, quindi direttore centrale per la ricerca economica. Nel 1995 è nominato vicedirettore generale, ruolo che rivestirà fino a fine 2006.

I LAVORI PER L'EURO. Ha anche rappresentato la Banca d'Italia nel Comitato per l'euro presso il ministero del Tesoro. Nel 1996 accompagnò infatti l'allora ministro del Tesoro Ciampi a Bruxelles, dove la delegazione italiana all’Ecofin riuscì a strappare la quota di 990 lire per marco come base di calcolo per la futura moneta unica, il cui valore fu fissato di conseguenza a 1936,27 lire. Un risultato che fu accolto come un successo. Nella sua carriera non mancano incarichi presso l'Ue e la Bce (è stato sostituto del governatore della Banca d'Italia).

Ciocca e le 7 condizioni per ritornare a crescere

In un articolo scritto per Italianieuropei nel febbraio 2018, Ciocca elencava le sette condizioni per ritornare alla crescita: «Riequilibrio del bilancio; investimenti pubblici; nuovo diritto dell’economia; profitto da produttività; perequazione distributiva; una strategia per il Sud; una diversa politica europea». Condizioni, aggiungeva, «affidate sia all’azione di politica economica sia alla risposta autonoma dei produttori. L’una e l’altra sono state sinora insufficienti. Se quelle condizioni si dessero, l’economia italiana potrebbe ritrovare un sentiero di crescita di lungo periodo dell’ordine del 2,5/3% l’anno. Sarebbe affidato in una prima fase soprattutto al pieno impiego delle risorse sottoutilizzate (a cominciare da 1,5 milioni di disoccupati in meno, rispetto agli attuali 2,8 milioni), in una seconda fase alla creazione efficiente di ulteriori risorse».

DAL RIGORE ALLA HAYEK AL RIGORE ALLA KEYNES. Ricetta ribadita anche in un intervento sul Sole 24 Ore. Per la crescita serve, è il ragionamento, una diversa Eurozona dove «all'attuale rigore alla Hayek» si sostituisca «il rigore alla Keynes», che unisce l'equilibrio di bilancio agli investimenti pubblici, «ammettendo la golden rule per la loro copertura con debito all'avvio». «Il disavanzo di bilancio va azzerato, e quindi il debito pubblico bloccato», ha sottolineato Ciocca, secondo cui «occorrono una severa revisione, politica e non solo contabile, delle spese gonfiate da trasferimenti inutili, inefficienze, corruzione, sottoutilizzo del formidabile potere monopsonistico della Pa nelle forniture e negli appalti; un colpo duro inferto all'evasione (secondo proposte quali quelle avanzate, e in passato praticate, dal ministro Visco); il ritorno stesso alla crescita».

IL PROBLEMA NON È L'EURO MA NEL GOVERNO DELL'ECONOMIA UE. «La spesa pubblica aggredibile», continua l'economista nel suo intervento, «è dell'ordine del 15% del Pil (250 miliardi di euro); l'evasione – concentrata presso i produttori e nel sommerso – è da alcuni anni in aumento verso i 150 miliardi (9% del Pil). Da un quarto del prodotto la classe politica deve ottenere i due punti percentuali necessari a pareggiare i conti pubblici». Non solo: «Gli investimenti in infrastrutture costituiscono l'unica misura di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto la produttività. Sono da riportare a oltre il 3% del Pil» prosegue Ciocca. «Il diritto dell'economia dev'essere ripensato in modo organico», perché «l'attuale appesantisce i costi del produrre e frena la produttività». Accanto a questo, «è cruciale promuovere la concorrenza, soprattutto quella dinamica», e «deve essere avviata a correzione una distribuzione altamente sperequata dei redditi, dei patrimoni e delle opportunità individuali». Sempre guardando all'Europa, spiega Ciocca, «il problema non è l'euro. Ha assicurato il bene della stabilità dei prezzi, unito a bassi tassi dell'interesse. Il problema è nel governo dell'economia dell'Euroarea, nell'impostazione di fondo della sua politica».

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