Pirati di democrazia

Giuliano Di Caro
01/02/2011

Cos'è l’Open mesh project, il network anti-censura.

Tra ingegneri e geek dell’informatica è chiamata mesh network, e non è soltanto un insieme di codici e protocolli per interconnettere più computer l’uno con l’altro: è un tassello del mosaico del sogno che nel nuovo millennio abbiamo imparato a conoscere come democrazia digitale (leggi l’articolo sulla mappa dei regimi che hanno censurato internet).
Tecnicamente si tratta di far sì che un singolo computer si trasformi in un router, in un nodo capace di comunicare con altri apparecchi in un dato territorio senza dover obbligatoriamente passare attraverso internet. Un escamotage tecnico in grado di bypassare qualunque tipo di censura e, come successo in Egitto dopo la chiusura di Noor, l’ultimo internet service provider rimasto funzionante, di assenza di connettività internet (leggi l’articolo sul black-out egiziano e sulla giornata della marcia contro Mubarak).

Mesh network e democrazia digitale

Nella contemporaneità il senso profondo dello sviluppo tecnologico diventa evidente quando l’esplorazione delle nuove frontiere digitali si interseca con la situazione politica e sociale dei singoli Paesi del mondo, mettendosi per esempio al servizio di chi protesta contro un regime.
Proprio il primo febbraio, il giorno della mega marcia annunciata al Cairo per abbattere il trentennale regime di Hosni Mubarak, è arrivata la notizia che gli ingegneri di Google hanno creato un sistema ad hoc per i manifestanti egiziani (leggi la notizia dell’annuncio del sistema Speak2tweet creato da Google e Twitter), i quali possono twittare chiamando tre numeri di telefono internazionali, aggirando cioè l’assenza totale di accesso a Internet nel Paese imposta dal regime.
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE. Un’altra iniziativa di democrazia digitale, la cui realizzazione compiuta è più a lungo termine, è stata ispirata dalla protesta del popolo egiziano e dalla conseguente repressione digitale che hanno subìto. Shervin Pishevar, imprenditore americano di Palo Alto, in California, ha lanciato l’Open Mesh Project proprio per offrire agli egiziani un’alternativa in più.
Data di nascita del progetto, che vede impegnati hacker, ingegneri e geek volontari e provenienti da numerosi Paesi, interconnessi via Twitter, è il 27 gennaio, giorno in cui il governo egiziano ha iniziato la sua offensiva al web. L’idea è appunto una cooperazione internazionale per creare e spedire in Egitto del software ad hoc, installabile su dei comuni computer portatili, capace di creare una mesh network virtualmente non rintracciabile e dunque fuori portata per le grinfie della censura di Stato.
LA RETE CLANDESTINA. Certo, la soluzione proposta da Pishewar non risolverebbe comunque l’esclusione dal web in caso di chiusura di tutti gli internet provider. Ma, come ha dichiarato lo stesso Pishevar, «garantirebbe agli egiziani la possibilità di comunicare tra loro e organizzarsi con i portatili, costruendo una propria Rete mobile alternativa». Una sorta di Rete nella Rete, i cui nodi sono gli stessi computer interconnessi tra loro.
Altro aspetto assai interessante è che se anche soltanto uno dei computer interconnessi in questa rete “clandestina” e alternativa ottiene accesso al world wide web, tutte le macchine del network possono sfruttarne la connettività. Come dire: basta che uno faccia breccia affinché gli altri seguano a ruota.

La mobilitazione internazionale

Gary Jay Brooks, a capo di una società tecnologica con sede nel Michigan, in Usa, è stato tra i primi a rispondere alla chiamata alle armi di Pishewar. Nel giro di 48 ore, ha assicurato, «possiamo ora mettere insieme un programma per il mesh-networking da spedire in Egitto», da far circolare tra la popolazione con semplici cd o chiavette usb.
CACCIA AL MINI-ROUTER. Per Pishevar, 36enne di origini iraniane scappato dal Paese quando era bambino 30 anni fa, agli albori della rivoluzione islamica, la libertà dei popoli è un tema che lo tocca personalmente, in quanto esule. Dopo il suo appello è stato contattato da un team di ingegneri canadesi, inventori di un piccolo prodigio tecnologico che potrebbe nel futuro prossimo cambiare radicalmente le carte in tavola nell’eterna lotta tra censori e liberi cittadini: un router generatore di una rete mesh, delle dimensioni di un mattoncino.
Grazie a questi piccoli distributori del segnale, i computer potrebbero interconnettersi tra loro senza il bisogno di installare un software specifico sui singoli apparecchi.
Lo scenario descritto da Pishevar è in effetti accattivante: mini-router sparsi in giro per la città, dentro agli zaini, nascosti in luoghi pubblici, su autovetture in movimento e sui tetti degli edifici. L’unico modo per abbattere questo tipo di network sarebbe setacciare la città palmo a palmo, come una caccia al tesoro. Tremendamente difficile, insomma.
TECNOLOGIA ANTI-DITTATURA. «Intendo diffondere questi strumenti in tutti i Paesi governati da una dittatura. A partire dall’Egitto, certo, ma anche in Paesi come lo Yemen, la Siria e l’Iran, proprio per evitare in futuro blackout totali come quello accaduto in Egitto», ha spiegato il fondatore dell’Open Mesh Project. «Il mio sogno è vedere deposti, nell’arco della mia vita, tutti i dittatori del mondo».
Per realizzare sogni del genere, va da sé, servono anche risorse finanziarie. Per iniziare la produzione di questi router portatili serve circa 1 milione di dollari. Pishevar ha già ottenuto il supporto di alcuni venture capitalist, al momento rimasti anonimi.
I tempi di produzione e consegna si aggirano intorno ai tre o quattro mesi. Troppo, forse, per poter influire direttamente sulla crisi egiziana. Ma l’idea è certamente cambiamondo e potrebbe diventare un punto di non ritorno per le società dominate da una dittatura.
IL PRECEDENTE AFRICANO. Proprio per la sua natura cambiamondo, l’idea della mesh network non è nuova. Funzionalità simili, sebbene meno potenti, sono state installate sui famosi computer portatili Xo da 100 dollari per i bambini dei Paesi meno sviluppati, creati dal guru del digitale Nicholas Negroponte, fondatore dell’organizzazione internazionale One Laptop Per Child. Pensati per i bambini africani, interconnessi tra loro da un villaggio all’altro dello sterminato continente nero grazie al colorato portatile a basso costo, questi sistemi di connettività alternativa hanno probabilmente trovato nella crisi egiziana un’altra, irrinunciabile occasione per cambiare il mondo.