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Estratto da "L'ultimo messaggio di Leonardo" di Pirulli e Ferrio

Estratto da “L’ultimo messaggio di Leonardo” di Pirulli e Ferrio

Da Vinci conosceva il linguaggio dei segni? E l’ha utilizzato anche nei suoi quadri? Viaggio tra i segreti di una delle opere più importanti del genio fiorentino, La Vergine delle rocce.

08 Giugno 2019 10.30

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Leonardo conosceva la lingua dei segni, la stessa usata dai sordi per comunicare? E la conosceva al punto da usarla per “firmare” in modo iniziatico uno dei suoi più ammirati capolavori, La Vergine delle rocce? Da questa tesi scientifica, argomentata dalla storica dell’arte Maria Pirulli nel suo saggio La lingua dei segni nella Vergine delle rocce (Mimesis, 2018) prende forma il romanzo L’ultimo messaggio di Leonardo, che la stessa Maria Pirulli dà alle stampe per i tipi dell’editore Skira, assieme allo scrittore Stefano Ferrio, noto per romanzi come Il profumo del diavolo e La partita. Per gentile concessione di Skira anticipiamo in esclusiva un brano del romanzo dal 6 giugno nelle librerie.

Milano, 18 agosto 1484

Dopo che non si era fatto vedere per mesi, Cristoforo ricomparve all’improvviso. Bianco come un cencio, vagamente incurvato da un male che non gli dava più tregua, ma sempre sorridente, e affabile, nei suoi confronti.
Successe una notte d’estate, mentre Leonardo era intento a escogitare nuovi esperimenti attorno alla camera oscura riconsegnatagli dal Moro perché potesse perfezionarla.

Da tempo non gli capitava di incontrare l’amico nella canonica di San Francesco Grande, dove, assieme ai suoi fratelli, aveva iniziato a lavorare alle prime simulazioni della pala d’altare commissionata dalla confraternita dell’Immacolata Concezione. Lavoro ancora lungi dall’inizio vero e proprio, vista la difficoltà nel concordare un prezzo definitivo con il priore Bartolomeo Scorione.

Piacevole fu dunque la sorpresa di Leonardo nel sentire nuovamente, dopo molto tempo, il triplice, tamburellante tocco di nocche con cui Cristoforo aveva il vezzo di annunciarsi nello scantinato di Porta Ticinese, utilizzata per verificare macchine e marchingegni di un’attività inventiva che in sostanza non aveva pause.

A differenza degli altri, che accedevano dalla porta affacciata sulla scala diretta al pianterreno, Cristoforo aveva bussato anche quella volta al piccolo uscio che, sulla parete opposta, comunicava direttamente con un canale della Milano sotterranea.

Da lì, come aveva già avuto modo di spiegargli, ci si inoltrava nell’Altro Mondo. Città segreta verso cui Leonardo provava ancora più curiosità da quando aveva iniziato a compiere i primi sopralluoghi per il potenziamento della rete idrica richiesta da Ludovico il Moro, anche perché, durante quelle ricognizioni, compiute a bordo di barconi della guardia comunale, non aveva carpito alcun indizio in tal senso.

Quando, in quella notte di agosto, si trovò davanti l’amico, pallido e smagrito a causa del morbo che stava portandolo alla morte, Leonardo non ebbe bisogno di domandargli alcunché nella lingua dei segni. Né lo fece Cristoforo che, senza smettere di rivolgergli quel trasognato sorriso, entrò con passo lieve e, una volta avvicinatosi al banco da lavoro posto nel centro dello stanzone, si limitò a farvi scivolare dal mantello un quadratino di piccole dimensioni, luccicante come se un minuscolo sole pulsasse nel suo centro.

Abbagliato da un tale splendore, Leonardo quasi balzò verso quel misterioso oggetto di cui aveva immediatamente avvertito un’origine estranea a qualsiasi materia o elemento entrasse nelle sue sterminate conoscenze. Osservandolo da più vicino, colse come il suo biancore fosse soggetto a una periodica oscillazione di intensità, al punto da costringere gli occhi a chiudersi nel momento in cui raggiungeva il massimo punto di una lucentezza quasi accecante.

Tastandolo, interrogava con lo sguardo Cristoforo, che gli consigliava prudenza e delicatezza. E così convenne di fare, lasciando scorrere le punte delle dita su una superficie perfettamente liscia, il cui calore sembrava corrispondere all’intensità usata per toccarla, lasciando immaginare i bruciori ustionanti a cui si sarebbe esposto chi avesse avuto la malaugurata idea di stringerla nella propria mano.

Stava ancora accarezzando il quadratino luminoso, quando Cristoforo iniziò a comporre una frase con le mani: “Vuole che io vi dipinga una delle mie miniature. Ma, sinceramente, non so se troverò il tempo e la forza per farla… Così, da quando l’ho ricevuto, penso anche all’uso che potresti farne nella tua camera oscura…”.

“Interessante esperienza, sarebbe…”. Provando un filo di commozione nell’osservare le fattezze dell’amico, ormai minate in modo irrimediabile, Leonardo non avvertì il bisogno di chiedergli chi fosse quel committente.

Ricambiando lo sguardo con identica, assorta tenerezza, Cristoforo confermò quell’impressione, ma aggiungendovi qualcosa di importante: “Sì, Leonardo, è proprio il Maestro… Vuole vederti”.

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